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11 sorprese nascoste nei magazzini dei musei

aprile 8, 2014
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Un museo è come un teatro per le opere d’arte o i reperti archeologici. Sul palcoscenico, i pezzi della collezione si esibiscono per un pubblico attento, raccolto in religioso silenzio. Ma dietro le quinte, gli addetti ai lavori si affannano a mettere in piedi lo show in un’atmosfera di caos più o meno controllato.

Capita dunque che qualche oggetto vada perduto, o venga scambiato per qualcos’altro. I musei sono pieni di sorprese che aspettano solo di tornare alla luce: oggetti identificati, catalogati o archiviati male, oppure dimenticati in magazzino. Ecco alcune storie.

1. Il luccichio rivelatore

Il caso più recente riguarda un misterioso mucchietto di materiale organico giunto al British Museum nel 1891, assieme ad altri oggetti rinvenuti in una tomba vichinga in Norvegia. Forse erano i resti di una piccola scatola di legno; in ogni caso sono rimasti in deposito fino a poco tempo fa, quando un luccichio ha attirato l’attenzione di un curatore.

Sottoposto a radiografia, il misterioso mucchietto ha svelato il suo stupefacente contenuto: un fermaglio celtico dorato e riccamente decorato, forgiato in Irlanda o in Scozia tra l’VIII e il IX secolo d. C. Probabilmente una ciurma vichinga se ne impadronì durante un saccheggio e lo riportò in patria, dove fu sepolto nella tomba di una donna d’alto rango. Pulito e restaurato, il fermaglio è esposto dal 27 marzo al British Museum, dove è in corso una grande mostra sui Vichinghi.

(The British Museum)

(The British Museum)

2. Il palco scomparso

Tra gli anni Trenta e Quaranta dell’Ottocento il parroco di un paesino francese trovò un palco di renna vecchio di 14.000 anni con su incisa l’immagine di un cavallo. Con tutta probabilità si trattava dell’opera d’arte preistorica mai scoperta: fu acquisito dal British Museum nel 1848, poi trasferito nel 1881 al neonato Museo di Storia Naturale di Londra, che lo mise in mostra per qualche tempo e poi lo stipò in magazzino. Fu riscoperto nel 1989, poi ridimenticato, per essere finalmente recuperato nel 2013, quando un team di esperti lo ha finalmente esaminato dedicandogli poi un saggio sulla rivista Antiquity.

(Natural History Museum UK)

(Natural History Museum UK)

3. Il film che visse due volte

Nel 1989 il New Zealand Film Archive acquisì una collezione di vecchi film dagli Stati Uniti. Più di 20 anni dopo, un ricercatore di storia del cinema ha scoperto che quella collezione celava la prima mezz’ora di The White Shadow (da cui, in alto, un fotogramma), un film muto del 1923, ritenuto perduto, girato da Alfred Hitchcock all’inizio della sua carriera, prima di diventare famoso ad Hollywood.

Del film, dunque,  si conservano ora le prime tre bobine; magari un giorno da qualche cineteca, con un colpo di scena degno del re della suspense, rispunteranno anche le ultime bobine mancanti…

(www.hitchcockwiki.com)

(www.hitchcockwiki.com)

4. Scambio di fossile

Nel 1950, in un ranch del Kansas, vennero alla luce i resti di un rettile marino estinto. All’epoca gli studiosi li attribuirono a una creatura chiamata Brachauchenius lucasi. Ma si sbagliarono.

Lo Sternberg Museum of National History di Hays, nel Kansas, mise in mostra il fossile, con il cranio avvolto nel gesso usato dai paleontologi, e lo tenne lì per oltre mezzo secolo. Solo l’anno scorso uno studioso proveniente da un altro museo ha convinto i responsabili dello Sternberg ad approfondire un’attribuzione che gli sembrava dubbia.

Dopo aver rimosso dal gesso il grosso cranio tempestato di denti affilatissimi, gli esperti si sono resi conto di avere davanti il fossile di un predatore oceanico fino allora sconosciuto, vissuto 91 milioni di anni fa. Lo hanno battezzato Megacephalosaurus eulerti: il nome del genere significa “Rettile dalla grossa testa”; quello della specie è un omaggio a Otto Eulert, il proprietario del ranch dove il fossile fu trovato.

(Wikipedia Commons)

(Wikipedia Commons)

5. Ritratto d’autore

Nel 1924 la National Gallery di Londra acquistò un dipinto italiano del Cinquecento. Era un ritratto di Girolamo Fracastoro, medico e filosofo veronese noto per essere stato il primo a chiamare “sifilide” la nuova malattia, importata dalle Americhe, che stava terrorizzando tutta Europa.

Il ritratto era danneggiato, scurito dalle riverniciature e non firmato, così lo staff del museo lo relegò in una sala poco visitata nel piano interrato. Solo da poco un restauro conservativo ha svelato che si trattava dell’opera di un grande artista. E dopo averlo esaminato da vicino, i curatori hanno concluso che l’autore doveva essere nientemeno che Tiziano. Oggi il ritratto è esposto in una delle sale principali della National Portrait Gallery.

(DeAgostini, Getty)

(DeAgostini, Getty)

6. Un altro sogno

Un discorso di Martin Luther King, ritenuto perduto, è stato ritrovato l’anno scorso al New York State Museum di Albany. King lo pronunciò il 12 settembre 1962, un anno prima del suo discorso più famoso, quello di “I have a dream”. Dura 26 minuti ed è registrato su banda magnetica.

Nel novembre del 2013, uno studente universitario che lavorava da stagista al progetto di digitalizzazione del materiale audio e video custodito dal museo, ha notato un contenitore con un’etichetta promettente: “EP Dinner NYC” e “Rockefeller, Martin Luther King, Sept. 12, ’62. “

Lo stagista ha semplicemente preso la bobina dalla scatola, l’ha messa nel lettore, e ha schiacciato il tasto play. Con sua grande emozione, ha cominciato a sentire la voce di Martin Luther King, mentre parlava a un evento promosso da Nelson Rockefeller, allora governatore dello Stato di New York. L’audio integrale può essere ascoltato sul sito del museo.

(James Blair, National Geographic)

Martin Luther King durante il famoso discorso ‘I have a dream’, al Lincoln Memorial di Washington (James Blair, National Geographic)

7. L’oggetto misterioso

Nel 2010, scavando in una discarica di rifiuti di due secoli prima nei pressi della City Hall, il municipio di New York, un gruppo di archeologi ha scoperto un bizzarro oggetto di osso lungo circa 7,5 centimetri. “Pensavamo fosse una scatoletta per gli spilli o una sorta di macinapepe”, racconta l’archeologa Lisa Geiger, “ma nessuna delle due ipotesi ci convinceva in pieno”.

Il cilindro misterioso è stato spedito al Brooklyn College assieme alle ceramiche, ai vetri e alle ossa di animali macellati che erano state ritrovate sul posto. In seguito Geiger ha trascorso un periodo di lavoro al Mütter Museum di Philadelphia, specializzato in curiosità mediche, ed è lì che ha scoperto un oggetto molto simile, seppure di metallo: era una siringa vaginale in uso a metà Ottocento.

“Trovato l’indizio, ho scoperto che nei siti dell’Ottocento sono stati trovate molte siringhe di questo tipo, di solito realizzate in metallo, vetro, o bachelite, la prima materia plastica della storia. All’epoca molte donne cominciarono a usarle per l’igiene intima o la contraccezione. Negli annunci pubblicitari si usava un linguaggio in codice: le siringhe erano consigliate alle ‘donne sposate – che quindi potevano legittimamente avere rapporti sessuali – e potevano essere usate con una grande varietà di tinture astringenti”.

(Alyssa Loorya, Chrysalis Archaeology)

(Alyssa Loorya, Chrysalis Archaeology)

8. La regina e il suo consigliere

Tra il 1894 e il 1907, durante gli scavi nell’antico sito egiziano di Deir el-Bahri, venne alla luce un frammento molto danneggiato di una statua di pietra calcarea, alto circa mezzo metro e largo 30 centimetri (nelle foto, vista di fronte e di lato). Fu spedito al Museo di Manchester, dove, esaminandone i geroglifici, gli esperti lo attribuirono al periodo del Regno di Mezzo (1975-1640 a. C. circa).

Di recente però, rileggendo i geroglifici, si è scoperta un’intestazione inattesa: “sacerdote di Amun-Userhat”. In tutta la storia egizia, si conosce solo una persona che deteneva quel titolo, un uomo di nome Senenmut, stretto consigliere della regina Hatshepsut, che fu l’unica donna ad ascendere al trono dei faraoni. Il sacerdote era dunque uno degli uomini di stirpe non reale più potenti del Nuovo Regno (1539-1075 a. C. circa).

(Manchester Museum, University of Manchester)

(Manchester Museum, University of Manchester)

9. Dal West al Sud Pacifico

Meriwether Lewis e William Clark, i due grandi esploratori americani dei primi dell’Ottocento, riportarono una collana di artigli d’orso dalla loro spedizione attraverso il continente. L’oggetto fu per la prima volta catalogato dal Peale Museum di Philadelphia e poi, dopo vari passaggi, finì al Peabody Museum dell’Università di Harvard, dove qualcuno gli assegnò un’etichetta sbagliata. Fu riscoperto solo nel 2003 nella sezione dedicata alle isole del Sud Pacifico.

(Peabody Museum, Harvard)

(Peabody Museum, Harvard)

10. Il papiro nella scatola

Una scatola di cartone abbandonata per decenni in un magazzino del Luther College di Decorah, nello Iowa, conteneva nove antichi papiri provenienti dall’Egitto. Solo nel gennaio scorso una studentessa li ha scoperti mentre metteva ordine nelle carte di un professore defunto.

I papiri sono scritti in greco antico e risalgono al periodo tra il I e il V secolo dopo Cristo. In mezzo a una serie di documenti contabili, spicca un raro libellus che risale all’epoca della grande persecuzione dell’imperatore Decio contro i cristiani, intorno al 250 d. C. Un decreto di Decio ordinava a tutti i leali sudditi dell’impero di offrire un sacrificio agli dei, e il libellus era il documento che certificava che il sacrificio era stato compiuto. Il mancato possesso del certificato comportava l’arresto o addirittura la condanna a morte. I cristiani, cui la fede vietava di onorare gli dèi pagani, non potevano ottenere un libellus se non illegalmente.

Il professore che possedeva i papiri aveva insegnato a lungo al college: probabilmente li aveva raccolti durante una spedizione in Egitto nel 1924-25. Le autorità del college hanno annunciato che i documenti saranno restaurati ed esposti; copie digitali saranno messe online a disposizione di tutti gli studiosi.

(Aaron Lurth, Luther College, dalle carte di Orlando W. Qualley)

(Aaron Lurth, Luther College, dalle carte di Orlando W. Qualley)

11. La cartella sbagliata

Un importante documento della Rivoluzione americana ha rischiato di finire nella spazzatura. Era conservato alla Morris Jumel Mansion di New York, un edificio che in origine fu la residenza estiva di un colonnello inglese, poi venne usato dal generale Washington come quartier generale nell’autunno del 1776, e infine trasformato in museo all’inizio del secolo scorso.

Il documento, lungo dodici pagine, è la bozza di un ultimo appello alla riconciliazione indirizzato nel 1775 dal Congresso continentale – l’assemblea dei ribelli delle colonie nordamericane – al popolo britannico. Fu probabilmente donato al museo ai primi del Novecento ma per errore fu archiviato in un fascicolo che conteneva le carte di un medico dell’epoca quotidiana. Negli anni Settanta il fascicolo fu ritenuto poco interessante e destinato alla distruzione, ma per qualche motivo finì nel cassetto  di una scrivania nella soffitta del museo, dove uno stagista l’ha scoperto l’anno scorso.

Il museo ha venduto all’asta il documento, ottenendo ben 912.500 dollari, che in parte saranno destinati alla ristrutturazione della sede. La lettera originale – che fu spedita a re Giorgio III ma non servì a evitare la guerra tra Impero Britannico e coloni americani – è andata perduta.

(Jim Henderson, Wikipedia Commons)

(Jim Henderson, Wikipedia Commons)

National Geographic

 

Le foto delle ville mai viste a Pompei

aprile 6, 2014
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I rossi cinabro e gli ocra intensi delle pareti, le figure raffinate dei quadretti con gli amori di Marte e Venere nella sontuosa casa di Marco Lucrezio Frontone, il fascino dei grandi animali nel lussureggiante giardino della casa di Romolo e Remo, i monumentali spazi della dimora di Trittolemo.

Non solo crolli e degrado per Pompei, che con 2 milioni e mezzo di visitatori (2.457.051) in crescita rispetto all’anno precedente, si conferma anche nel 2013 il tesoro italiano più gettonato dopo il Colosseo. Lo anticipa all’ANSA il ministro della cultura Dario Franceschini, che assicura una svolta di accelerazione per il Grande Progetto di restauri e riqualificazione cofinanziato con i 105 milioni Ue.

Casa di Marco Lucrezio Frontone (ANSA)

Casa di Marco Lucrezio Frontone (ANSA)

“Stiamo lavorando, in sinergia con tutte le parti coinvolte, per superare le emergenze e rispettare la scadenza dei tempi richiesti dall’Unione Europea”, spiega il ministro. E intanto il sito archeologico campano, annuncia Franceschini, si prepara ad incantare il suo pubblico con la riapertura, per Pasqua, di tre delle sue dimore più fastose, scrigni di meraviglie straordinarie e delicatissime, che accoglieranno i visitatori già dall’ingresso principale di Porta Marina.

Mentre il soprintendente Massimo Osanna spiega che si stanno studiando itinerari ‘on demand’ per ogni categoria di turista, dai croceristi mordi e fuggi ai più esigenti in cerca di approfondimenti ed esclusive. E anticipa altre nuove aperture per l’estate, con il restauro del Cave Canem, mosaico icona del sito e la possibilità per i visitatori di riscoprire alcuni ambienti della meravigliosa Casa dei Vettii, da tempo chiusa al pubblico e il cui restauro è previsto dal Grande Progetto Pompei.

In esclusiva per l’ANSA , con le foto della Soprintentendenza Speciale per i Beni Archeologici di Pompei, Ercolano e Stabia, un tour virtuale nelle tre Domus di Marco Lucrezio Frontone, di Romolo e Remo e di Trittolemo che apriranno le porte a Pasqua.

La Domus di Marco Lucrezio Frontone

Casa di Marco Lucrezio Frontone (ANSA)

Casa di Marco Lucrezio Frontone (ANSA)

Casa di Marco Lucrezio Frontone (ANSA)

Casa di Marco Lucrezio Frontone (ANSA)

Casa di Marco Lucrezio Frontone (ANSA)

Casa di Marco Lucrezio Frontone (ANSA)

Casa di Marco Lucrezio Frontone (ANSA)

Casa di Marco Lucrezio Frontone (ANSA)

Casa di Marco Lucrezio Frontone (ANSA)

Casa di Marco Lucrezio Frontone (ANSA)

Casa di Marco Lucrezio Frontone (ANSA)

Casa di Marco Lucrezio Frontone (ANSA)

Casa di Marco Lucrezio Frontone (ANSA)

Casa di Marco Lucrezio Frontone (ANSA)

La Domus di Romolo e Remo

Casa di Romolo e Remo (ANSA)

Casa di Romolo e Remo (ANSA)

Casa di Romolo e Remo (ANSA)

Casa di Romolo e Remo (ANSA)

Casa di Romolo e Remo (ANSA)

Casa di Romolo e Remo (ANSA)

La Domus di Trittolemo

Casa di Trittolemo (ANSA)

Casa di Trittolemo (ANSA)

Casa di Trittolemo (ANSA)

Casa di Trittolemo (ANSA)

Casa di Trittolemo (ANSA)

Casa di Trittolemo (ANSA)

ANSA

Ricomposte due statue colossali del faraone Amenhotep III

aprile 4, 2014

Nel tempio funerario di Amenhotep III, a Luxor in Egitto, gli archeologi hanno rivelato due statue colossali del faraone. Il suo regno (1388 – 1351 a.C. circa) era stato contrassegnato da un periodo di pace e prosperità della civiltà egizia.

“Il mondo finora conosceva i due Colossi di Memnone, ma da oggi conoscerà i quattro Colossi di Amenhotep III”, dice l’archeologa tedesca-armena Hourig Sourouzian, a capo del progetto di conservazione del tempio.

I Colossi di Memnone (Alamy)

I Colossi di Memnone (Alamy)

Le due statue, in quarzite rossa, hanno subito dei gravi danni nel corso dei secoli. Dice Sourouzian: “Le statue sono rimaste in pezzi per secoli nei campi, danneggiate da forze distruttive della natura quali terremoti, acque di irrigazione, sale, usurpazioni e vandalismo”.

Una delle due ‘nuove’ statue – il suo peso è di circa 250 tonnellate – raffigura ancora il faraone seduto, con le mani sulle ginocchia. È alta 11,5 metri, con una base alta 1,5 m e larga 3,6. Gli archeologi dicono che con la doppia corona (ora mancante), la statua in origine avrebbe raggiunto un’altezza di 13,5 m e sarebbe pesata 450 tonnellate. La statua era stata risollevata nel 2012.

(AFP Photo, Khaled Desouki)

(AFP Photo, Khaled Desouki)

(AFP Photo, Khaled Desouki)

(AFP Photo, Khaled Desouki)

Accanto alla sua gamba destra si trova una statua completa di Tiye, la moglie di Amenhotep III.

Manca invece la statua della regina madre Mutemwya, in origine accanto alla sua gamba sinistra.

Il trono è decorato su ogni lato con scene dell’epoca, tra cui l’unificazione dell’Alto e del Basso Egitto.

(AFP Photo, Khaled Desouki)

(AFP Photo, Khaled Desouki)

La seconda statua mostra Amenhotep III in piedi, e si trovava all’ingresso nord del tempio.

(AFP Photo, Khaled Desouki)

(AFP Photo, Khaled Desouki)

Gli archeologi hanno anche mostrato diverse pietre antiche che facevano parte di altre statue dell’antico re e dei suoi parenti, tra cui una testa in alabastro ben conservata di un’altra statua di Amenhotep III .

“Questo pezzo è eccezionale, è raro perché non ci sono molte statue in alabastro nel mondo”, dice Sourouzian.

(AFP, Getty Images)

(AFP, Getty Images)

Vicino alla testa giaceva poi una statua della principessa Iset, la figlia di Amenhotep III.

La principessa Iset (Luxor Times)

La principessa Iset (Luxor Times)

Hourig Sourouzian (AFP Photo, Khaled Desouki)

Hourig Sourouzian (AFP Photo, Khaled Desouki)

AFP

Un tatuaggio dell’arcangelo Michele su una mummia medievale

aprile 2, 2014
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Un tatuaggio cristiano è stato scoperto sulla coscia interna di una donna mummificata in Sudan. Alcune nuove immagini pubblicate dal British Museum mostrano l’antico inchiostro, che risale a 1.300 anni fa.

Il corpo era stato scoperto durante un recente scavo archeologico nel nord del Sudan, lungo le rive del Nilo. Le scansioni TC hanno permesso ai ricercatori di sbirciare sotto la pelle della donna e guardare le sue ossa, mentre le immagini a infrarossi hanno mostrato più chiaramente il tatuaggio.

(Trustees of the British Museum)

(Trustees of the British Museum)

(Trustees of the British Museum)

(Trustees of the British Museum)

(Trustees of the British Museum)

(Trustees of the British Museum)

(Trustees of the British Museum)

(Trustees of the British Museum)

(Trustees of the British Museum)

(Trustees of the British Museum)

I ricercatori del British Museum hanno interpretato il tatuaggio come un monogramma col nome dell’arcangelo Michele, mettendo insieme le antiche lettere greche per ‘Michele’ (M-I-X-A-H-A). Gli archeologi avevano trovato in precedenza questo simbolo nei mosaici e nei manufatti delle chiese, ma mai finora sulla carne umana.

Il curatore Daniel Antoine ha riferito che si tratta di un “ritrovamento molto raro”, la prima prova diretta di un tatuaggio di quel periodo. Antoine non sa però per certo quale fosse lo scopo del tatuaggio, ma l’ipotesi è che fosse una protezione per la donna.

La mummia andrà in mostra al British Museum nell’ambito dell’espozione “Ancient Lives: New Discoveries”.

(Trustees of the British Museum)

La tomba (Sudan Archaeological Research Society)

(Sudan Archaeological Research Society)

Il sito (Sudan Archaeological Research Society)

(Sudan Archaeological Research Society)

(Sudan Archaeological Research Society)

The Telegraph

LiveScience

Alla ricerca degli antichi relitti perduti

aprile 1, 2014

Come dimostra l’affannosa ricerca dei resti dell’aereo malese, trovare un relitto oggi, nonostante l’ausilio di radar, sonar e satelliti, è impresa ardua. Ma cercare un relitto di migliaia di anni fa è ancora più difficile: come cercare un ago di legno in un pagliaio dopo che il legno dell’ago si è sbriciolato.

Eppure, la ricerca archeologica subacquea non si ferma: i relitti sono carichi di informazioni su coloro che li costruirono, e ci consentono di ricostruire l’economia di antiche civiltà, spiega James Delgado, della U.S. National Oceanic and Atmospheric Administration (NOAA).

Ma il problema dei relitti antichi è che sono quasi sempre di legno, e quindi preda designata del mollusco Teredo navalis, spiega Cemal Pulak, archeologo della navigazione alla Texas A&M University.

Questo bivalve è in grado di scavare profonde gallerie in un relitto e di distruggerlo nell’arco di pochi anni – a meno che il relitto sia protetto da sedimenti, come è accaduto alla nave romana rimasta sul fondo del Rodano per quasi 2.000 anni, come racconta l’articolo pubblicato sul numero di National Geographic Italia in edicola dal 2 aprile (sopra, un’immagine tratta dal servizio).

I fondali di tutto il mondo sono disseminati di relitti perduti che farebbero la gioia di qualunque archeologo. In questa fotogalleria, eccone alcuni.

(Rémi Bénali, Musée Départemental Arles Antique)

(Rémi Bénali, Musée Départemental Arles Antique)

La colonizzazione dell’Oceania nel Pacifico meridionale rappresenta uno dei capitoli più affascinanti delle migrazioni umane. Quelle antiche popolazioni – tra cui i polinesiani – riuscirono a viaggiare per migliaia di chilometri in oceano aperto trasportando beni preziosi e deperibili come il taro (un tubero simile alla patata), dice Delgado della NOAA.

Riuscire a recuperare uno dei vascelli usati per i viaggi consentirebbe agli archeologi di capire come l’uomo riusci a raggiungere l’Australia decine di migliaia di anni fa. “Di sicuro, non si limitarono a pagaiare su un tronco di legno”, dice Delgado.

Nell’immagine, tratta da Moeurs Et Coutumes Des Peuples, pubblicato da Veuve Hocquart nel 1811, alcune canoe da guerra maori in Nuova Zelanda.

(Leonard de Selva, Corbis)

(Leonard de Selva, Corbis)

Trovare una nave appartenente alla civilità minoica, fiorita a Creta 4.700 anni fa, costituirebbe una scoperta davvero straordinaria, dice Shelley Wachsmann della Texas A&M University. Un gruppo di ricercatori ha trovato il carico di una di queste antiche imbarcazioni che attraversavano il Mediterraneo fino a 3.500 anni fa, ma non una nave vera e propria.

Non si sa molto di questi antichi navigatori dell’Età del Bronzo, le cui tracce sono presenti in affreschi e dipinti sparsi un po’ in tutto il Mediterraneo.

Questi dipinti rappresentano imbarcazioni lunghe e affusolate, ma in assenza di un vero relitto, gli archeologi possono al più ipotizzare come i Minoici costruissero le loro imbarcazioni, dice Delgado.

Wachsmann ha cercato relitti minoici al largo di Creta, ma senza successo. Se ancora esistono, spiega, probabilmente sono sepolti sotto uno strato di sedimenti troppo spesso perché la moderna tecnologia riesca a individuarli.

(Gianni Dagli Orti, Corbis)

(Gianni Dagli Orti, Corbis)

Queste navi da guerra sono celebri soprattutto per il ruolo che giocarono nella celebre Battaglia di Salamina, nella quale i Greci sconfissero i Persiani invasori guidati da Serse nel 480 a.C. Gli archeologi dispongono di descrizioni e disegni, ma non hanno mai trovato una vera trireme.

Progettata per essere leggera e veloce, la trireme era lunga circa 37 metri e larga 6. Poteva trasportare 170 rematori, disposti in tre file per lato, ed era provvista di arieti in bronzo (alcuni dei quali sono stati rinvenuti) per sfondare le navi nemiche.

“Non credo che trovremo mai un relitto in mare aperto”, dice Pulak della Texas A&M. L’unica speranza è che si trovino in qualche antico porto, coperte dalla sabbia.

È in questo modo ad esempio che nel 2004 a Istanbul sono state scoperte 37 imbarcazioni risalenti dal V all’XI secolo d.C., durante i lavori di costruzione di una ferrovia.

(Stefano Bianchetti, Corbis)

(Stefano Bianchetti, Corbis)

Questi misteriosi navigatori vissuti tra il XIV e il XII secolo a.C. avrebbero costituito una coalizione di “popoli provenienti dall’Italia, dalle isole circostanti e dalla Turchia”, afferma Wachsmann, e sarebbero stati protagonisti di incursioni presso le città costiere del Mediterraneo.  Anche i Tirreni – da alcuni identificati con gli Etruschi – avrebbero fatto parte di questa coalizione (nella foto, un bassorilievo etrusco rappresentante una nave rinvenuto a Volterra).

Alcune di queste popolazioni avrebbero utilizzato navi progettate dai Micenei, una civiltà fiorita in Grecia dal  1600 al 1100 a.C. “Le navi micenee erano le antesignane della trireme greca”, dice Wachsmann. “Erano imbarcazioni straordinarie, ma non ce ne è arrivata neppure una scheggia”.

(Leemage, Corbis)

(Leemage, Corbis)

Gli annali dell’archeologia raccontano anche la storia di un antico sarcofago egizio perduto in mare. Era stato rinvenuto in una delle piramidi di Giza dall’avventuriero inglese Howard Vyse, e apparteneva al faraone Menkaure (Micerino) che regnò sull’Egitto dal 2490 al 2472 a.C.).

Vyse decise di spedire il sarcofago – pesante tre tonnellate – al British Museum di Londra, ma la Beatrice, la nave su cui viaggiava, affondò nel Mediterraneo nell’autunno del 1838 (l’immagine ritrae la nave Beatrice of Dundee, presente nel Mediterraneo nello stesso decennio ma probabilmente solo omonima di quella affondata).

Nel 2008 le autorità egiziane iniziarono a pianificare le ricerche del relitto e del suo prezioso carico, ma i problemi in corso nel paese misero fine al progetto. Per ora quindi il reperto resta negli abissi, come le miriadi di relitti antichi che ancora attendono di essere scoperti nei mari del mondo.

(Acquerello di Mathieu-Antoine Roux o Raffaele Corsini, attribuzione incerta, 1832)

(Acquerello di Mathieu-Antoine Roux o Raffaele Corsini, attribuzione incerta, 1832)

National Geographic

Riepilogo dei crolli e dei furti a Pompei a marzo

marzo 31, 2014
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Marzo è stato un mese terribile per Pompei. Si sono registrati diversi crolli e addirittura un furto.

1 marzo

Tra sabato e domenica si verificano due crolli a causa del maltempo.

A cadere è il muretto della tomba di Lucius Publicius Syneros, nella necropoli di Porta Nocera, vicino l’antica strada. Il muretto, alto circa 1,70 metri e della lunghezza di circa 3,50 metri, serviva da contenimento del terreno in cui erano state poste le sepolture ed era pertanto costruito contro-terra.

(ANSA)

(ANSA)

(ANSA)

(ANSA)

Sono poi cadute alcune pietre dalla spalletta del quarto arcone sottostante il tempio di Venere. La muratura, interessata da alcune lesioni, era già stata puntellata. L’area è interdetta al pubblico.

(Pressphoto)

(Pressphoto)

(Pressphoto)

(Pressphoto)

(Pressphoto)

(Pressphoto)

3 marzo

A venire giù questo giorno è un muro di due metri in un’area non scavata di via Nola. Si tratta del costone di una bottega chiusa al pubblico nella regione V, insula 2, civico 19. Il costone di terra aveva pressato l’area a causa delle piogge provocando il cedimento.

Il rischio di crollo del muro di contenimento della Bottega di Via Nocera era stato segnalato dai custodi già da una settimana. «Stavamo appunto provvedendo alla messa in sicurezza di questa muratura, che è una muratura di restauro realizzata proprio per evitarne il crollo. Ma non abbiamo fatto in tempo», spiega archeologa Grete Stefani, direttore degli Scavi, che aggiunge: «La necessità di un progetto di drenaggio si pone per le Regioni V, IX e III, che pongono lo stesso problema. Ma mentre per la IX e la III sarà più facile trovare una soluzione, perché è possibile dirigere l’acqua nel canale Conte di Sarno, per la Regione V non si può, quindi bisognerà studiare più attentamente come procedere».

Il muro in via Nola (Pressphoto)

Il muro in via Nola (Pressphoto)

(ANSA, Fusco)

(ANSA, Fusco)

20 marzo

Una piccola parte di muro si è sfarinata in una domus che si trova nella Regio V degli scavi archeologici. Ad ogni modo, in base al primo sopralluogo effettuato stamane, disposto dal ministero di Beni culturali, il crollo riguarderebbe «un tratto di muro ‘in opera incerta’ lungo e alto circa un metro, di un ambiente all’interno di un’area interdetta al pubblico, interessata da interventi di messa in sicurezza nell’ambito del Grande progetto Pompei che saranno realizzati entro il 2015».

Il soprintendente Massimo Osanna ha precisato: «Il crollo non è avvenuto questa notte, le prime analisi archeologiche dimostrano che non si tratta di un evento recente. Adesso saranno le autorità competenti e gli esperti a valutare il caso».

(ANSA)

(ANSA)

A peggiorare la situazione, sono stati commessi due furti a Pompei, uno risolto l’altro no.

Il primo: un pezzo di pittura muraria (15 per 13 cm) che raffigura un festone vegetale di foglie di edera su fondo giallo tolto dalla Casa dei Cubicoli floreali, meglio nota come Casa del Frutteto, che era in restauro. Il frammento è stato restituito via spedizione da un ufficio della posta di Firenze. Impossibile, anche al controllo delle telecamere, accertare chi abbia rispedito dalla Toscana l’oggetto.

Il secondo è un altro pezzo di pittura muraria nella Casa di Nettuno. È stato scoperto dal custode mentre controllava la zona – isolata e fino a pochi anni fa invasa dai rovi e coperta dall’edera – dell’insula VI dove sorge, diroccata ed esposta alle intemperie, la domus. Nella pittura, piuttosto illegibile perché all’aperto, era stata tagliata con un cacciavite o un temperino la figura della dea Artemide, la sola ancora chiara. Manca, dunque, un quadratino in alto di venti centimetri. Di questa, al momento, nessuna traccia.

(ANSA)

(ANSA)

(ANSA)

(ANSA)

Dopo i crolli di inizio mese, una riunione convocata al Mibact aveva deciso l’avvio di tutti gli interventi ”di somma urgenza” e in particolare aveva destinato subito 2 milioni di euro alla Soprintendenza speciale di Pompei, Ercolano e Stabia per la manutenzione ordinaria del sito.

In seguito al trafugamento di due frammenti di due affreschi, al Mibact erano invece state prese le seguenti misure straordinarie:

  • rafforzamento degli standard di sicurezza del sito archeologico anche ricorrendo ad istituti di vigilanza specializzata;
  • sottoscrizione della convenzione con la società Ales per l’acquisizione di 30 nuove unità di personale per l’accoglienza e di supporto alla vigilanza;
  • sollecito espletamento delle gare per la videosorveglianza all’interno dell’area archeologica e per la nuova recinzione e illuminazione;
  • consulenza specializzata sulle misure di protezione interna da parte del Comando Carabinieri Tutela del Patrimonio Culturale (CCTPC);
  • utilizzo delle competenze tecnico scientifiche dell’Istituto Superiore per la Conservazione ed il Restauro (ISCR) al fine di verificare lo stato delle aree danneggiate dal furto.

È stata infine definita una convenzione tra Mibact e Finmeccanica per fornire servizi e tecnologie sperimentali di rilevamento satellitare. Attraverso le società Selex ES e Telespazio, Finmeccanica offrirà gratuitamente la propria tecnologia seguendo tre priorità: rischi da dissesto idrogeologico, gestione dell’operatività del sito, e diagnosi dei manufatti e delle strutture. Fornirà inoltre smart app per coinvolgere i visitatori nella tempestiva segnalazione di situazioni potenzialmente critiche all’interno dell’area archeologica.

Gli ultimi crolli a Pompei risalivano allo scorso dicembre 2013, quando era stata registrata la caduta di uno stucco in una domus della Regio V, Ins II, n° 14.

(ANSA)

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Gatti con ‘zaini incendiari’

marzo 28, 2014
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Recentemente, una serie di manoscritti del XVI secolo ha sollevato un polverone su internet per delle immagini molto particolari: dei gatti equipaggiati con zaini in fiamme, mentre attaccano castelli e villaggi.

Ma le illustrazioni sono autentiche. Mostrano come gatti e uccelli potrebbero in teoria essere utilizzati per dare fuoco a una città assediata, spiega Mitch Fraas, studioso dell’Università della Pennsylvania la quale ha digitalizzato il manoscritto l’anno scorso.

Fraas dice che i disegni provengono dai manuali di artiglieria e sono accompagnati da note che spiegano come usare gli animali come bombe incendiarie.

Illustrazione da un manuale di artiglieria del 1584, custodito all'Università della Pennsylvania (Matt Rourke, AP)

Illustrazione da un manuale di artiglieria del 1584, custodito all’Università della Pennsylvania (Matt Rourke, AP)

Fraas ha tradotto dall’originale in tedesco:

“Create una piccola sacca come una freccia di fuoco … se volete catturare una città o un castello, cercate di ottenere un gatto da quel posto. E legate la sacca alla schiena del gatto, dategli fuoco, lasciatela bruciare bene e in seguito lasciate andare il gatto, così che corra verso il castello o la città più vicina, e per paura penserà di nascondersi in un pagliaio o in un fienile, e lo incendierà”.

Fraas è scettico sul fatto che qualche esercito abbia mai dispiegato una tale tattica “decisamente macabra”: “Sembra veramente difficile pensare che possa aver mai funzionato”.

I testi erano abbastanza costosi da creare ed erano probabilmente posseduti da nobili o altri che studiavano le tattiche di battaglia e tenevano i loro libri in una libreria, al sicuro dal conflitto, spiega Fraas.

(Matt Rourke, AP)

(Matt Rourke, AP)

Fraas aveva sentito per la prima volta dei gatti quando un amico lo aveva avvertito di un blog australiano, che aveva pubblicato queste strane immagini dalle collezioni digitali della Penn lo scorso novembre.

Negli ultimi tre anni la Penn ha digitalizzato la sua collezione dei manoscritti pre-1800 e li ha condivisi online per il pubblico.

I manoscritti di inizio epoca moderna e Rinascimento sono pieni di disegnini insoliti e annotazioni a margine inaspettati. Fraas “si era immaginato che (l’illustrazione del gatto) fosse una cosa particolare disegnata da un certo illustratore”.

Altri animali da un manoscritto del 1590 (Matt Rourke, AP)

Altri animali da un manoscritto del 1590 (Matt Rourke, AP)

Dopo il suggerimento iniziale, Fraas ha cercato su Twitter l’esistenza di altre immagini di felini esplosivi. E ce n’erano, il che lo ha spinto a cercare anche in altri archivi digitali.

Alla fine ha scoperto che le rappresentazioni di felini esplosivi nel Rinascimento non sono così insolite: “C’è una forma abbastanza stabile, e penso che abbiamo visto sette o otto esempi di questa illustrazione nei manoscritti copiati in diversi momenti nel corso del 16 secolo”, dice Fraas.

Gatti e uccelli che attaccano infuocati sono stati disegnati a mano nei manoscritti, ma si trovano anche nelle acqueforti dei volumi stampati anni dopo.

E i piani per schierare bombe incendiarie sugli animali non erano limitati all’Europa.

“Negli ultimi giorni, ho ricevuto un sacco di email di persone che tirano fuori esempi dalla storia”, continua Fraas. “In Cina e Giappone hanno una lunga storia di questi animali”. Nei manuali cinesi, sono buoi e cavalli gli animali incendiari.

I felini con le armi, per contro, sono diventati noti semplicemente come “gatti missili” su internet. “Suona un po’ meglio che gatto di fuoco o gatto con sacca esplosiva”, conclude Fraas.

National Geographic

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