Una ricerca dell’INAH evidenzia che gli indigeni della Cape Region (Bassa California del Sud, Messico) disseppellivano regolarmente i corpi in decomposizione e gli staccavano braccia, gambe e teste. Poi riseppellivano tutto insieme.
Di queste “doppie sepolture” ne sono state trovate 157, 56 delle quali nella solo sito di El Conchalito. Vennero praticate all’incirca dal 300 a.C. al XVI secolo, cioè quando arrivarono gli europei.
Immediatamente dopo il decesso, i candidati per la doppia sepoltura venivano avvolti in pelli animali e legati saldamente in posizione fetale con corde di agave. Ogni cadavere veniva poi posto in una fossa individuale poco profonda sopra ad un letto di conchiglie e sotto a una miscuglio di carbone, terra e ancora conchiglie. Infine veniva tutto ricoperto con della sabbia.
“Sembrerebbe che questa fosse la fine del funerale, ma l’abbondanza di resti sezionati mostra chiaramente che non era questo il caso – anzi, era solo la prima parte”, dice l’antropologo Alfonso Rosales-Lopez.
Per questa cultura indigena “il concetto della morte non esisteva (nel senso biologico che intendiamo noi); si pensava che i cambiamenti fisici facessero cessare il dolore, e loro credevano che, sezionando i resti, gli individui si sarebbero liberati della sofferenza”, continua Rosalez-Lopez.
Dopo 6-8 mesi, il corpo – ormai decomposto – veniva esumato. A quel punto arti, anca e in alcuni casi anche il cranio, venivano facilmente staccati e posizionati vicino al corpo; e infine, riseppelliti.
Rosales-Lopez pensa che questa pratica, oltre a liberare l’individuo dal dolore, lo rendeva automaticamente un “guardiano”.
Vicino alle sepolture sono stati trovati anche strumenti di pietra e resti di cibo.
È difficile comprendere il significato di questi rituali: i gruppi della Cape Region si sono estinti culturalmente più di due secoli fa, e su di loro rimangono solo pochi racconti etnografici.
Fonti: National Geographic; INAH (qui o qui).
In uno studio pubblicato sul Journal of Archaeological Science (qui), l’antropologo Kirk French e l’ingegnere Christopher Duffy fanno il punto su un condotto progettato per generare acqua pressurizzata a Palenque (Messico), un grandioso centro urbano Maya.

Mappa di Palenque. In rilievo l'acquedotto (Ed Barnhart/Journal of Archaeological Science)
“Gli antichi Maya sono rinomati come grandi costruttori, ma sono raramente considerati dei grandi ingeneri. Le loro costruzioni, sebbene spesso grandi e imponenti, sono generalmente ritenute non sofisticate”, dicono gli autori dello studio. Tuttavia, molti centri Maya mostrerebbero degli avanzati impianti per “manipolare in qualche modo l’acqua per vari scopi”.
Palenque, fondata intorno al 100 d.C., arrivò a contare circa 1500 fra templi, case e palazzi, intorno all’800. Il suo antico nome, Lakam Ha’ (Grandi Acque), è significativo: qui si trovavano 56 sorgenti, 9 corsi d’acqua perennemente navigabili, acquedotti, laghetti, dighe e ponti.
Un acquedotto di circa 66 metri, datato dal 250 al 600, è un eccezionale esempio di ingegneria idraulica: questo condotto rettangolare era interrato lungo un ripido pendio e si restringeva bruscamente alla fine (vedi foto sotto).

(Kirk French/Journal of Archaeological Science)
Oltre a conservare l’acqua per i periodi aridi, secondo i calcoli eseguiti il getto d’acqua che si sarebbe potuto sprigionare avrebbe raggiunto i 6 metri di altezza.
Fonte: USA Today
Dopo lunghi negoziati con la University of London, la Gran Bretagna ha restituito all’Egitto circa 25000 antichi manufatti – alcuni datati all’Età della pietra.
I manufatti “costituiranno la fondazione per una collezione del periodo (pre-dinastico) Naqada”. Andranno in mostra al Ahmed Fakhri Museum, attualmente in costruzione a Dakhla.
Dal 2002, anno di elezione di Zahi Hawass come segretario generale del Consiglio supremo delle antichità egizie, sono stati restituiti all’Egitto migliaia di reperti. Il Times parla di più di 31000 reliquie, Discovery di circa 5000 tesori.

Una punta di lancia di selce (Times)
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Dopo due anni di indagini e negoziati, sta tornando in Egitto anche la bara della 21′ dinastia (1070-945 a.C.) di un uomo chiamato Imesy.
Venne intercettata all’aeroporto di Miami nel 2008 in provenienza dalla Spagna. Dopo vari accertamenti, è stato concluso che lo splendido sarcofago lasciò illegalmente l’Egitto dopo il 1970.
Fonte: Heritage-Key
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Una cooperazione tra Stati Uniti e Russia ha riportato a Mosca un medaglione d’argento col ritratto dello zar Pietro il Grande. Apparteneva alla famiglia dell’ultimo zar Nicola II.
Un controllo del 2006 al Museo dell’Ermitage di San Pietroburgo, dove quel pezzo era stato rubato, ha mostrato che mancano circa 200 opere, inclusi gioielli e monete dal valore di 5 milioni di dollari.
Sono 35 sono stati finora recuperati.

(Alexander Zemlianichenko/AP)
Fonte: Washington Post
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In un forte della piccola isola di Pontinha (Madeira, Portogallo), tenuta all’epoca dai Cavalieri Templari, l’anno scorso venne trovato un particolare chiodo in una cassa decorata.
Gli archeologi ora credono che il chiodo risalga al I o II secolo d.C. e fosse uno delle migliaia usati per le crocifissioni nell’Impero romano.
Vista la notevole condizione del chiodo, l’archeologo Bryn Walters sostiene che fosse stato gestito con estrema cura, come se fosse una reliquia.
Il chiodo è stato trovato insieme a tre scheletri e a tre spade, sopra una delle quali era incisa una croce.

(Greg Grundy)
Fonte: Telegraph
“L’albero dello scorpione” (scorpion tree) è un’antica quercia in un boschetto in cima alle Santa Lucia Mountains (California) su cui è meticolosamente incisa un’immagine di un metro molto strana: a prima vista sembra un essere simile a una lucertola con sei zampe e una specie di copricapo che include una corona e due sfere.
Fino a pochi anni fa si pensava che fosse semplicemente un’incisione di un qualche cowboy (e forse lo è), per il paleontologo Rex Saint Onge è qualcosa di molto più antico.

La rotazione antioraria delle stelle intorno alla stella polare così com'è vista sulla Painted Rock nella Carrizo plain, California (Rick Bury)
Precisamente sarebbe stata opera degli indiani Chumash, una tribù di nativi americani che fece simili disegni su formazioni rocciose, da San Luis Obispo in giù, verso Santa Barbara e Malibu.
Dopo un mese speso al sito, Saint Onge realizzò che la corona e una delle sfere erano incredibilmente simili al modo in cui la costellazione dell’Orsa Maggiore si collega alla stella polare.
Per un paleontologo come lui, abituato a guardare per terra, l’astronomia non era esattamente una sua specializzazione.
Imparò velocemente che la costellazione ruota intorno alla stella polare ogni 24 ore, che la sua collocazione durante il tramonto potrebbe essere usata per distinguere le stagioni e che i Chumash veneravano questa relazione astronomica nel loro linguaggio e nella loro cosmologia.
Saint Onge ritiene che questa incisione nell’albero e i dipinti nelle grotte ‘collegate’ non furono il prodotto si sciamani drogati, ma preziosi elementi per il calendario dei Chumash.
Negli anni ‘70 l’antropologo Travis Hudson aveva già ipotizzato nel suo libro Crystals in the Sky che i disegni dei Chumash avrebbero potuto avere implicazioni astronomiche.
Ma, come spiega il suo collega John Johnson, “molto di questo era poco convincente”, e montò lo scetticismo sui collegamenti archeoastronomici.
Lo studio di Saint Onge deve perciò essere stato ben più persuasivo se lo stesso Johnson ha cambiato idea e sta cooperando a questa ricerca.
“Se abbiamo ragione o no, non lo so, ma continuiamo a trovare cose che rafforzano [questa] idea”, dice Johnson.
Per la verità la datazione dell’incisione è ancora dubbia: alcuni ipotizzano addirittura che fu opera di una famiglia Chumash vissuta in zona e morta per l’epidemia del 1918.
Ma Johnson, Saint Onge e anche Joe Talaugon, un anziano Chumash di 79 anni, sono convinti che si tratti di una testimonianza delle cognizioni astronomiche possedute dai Chumash – una delle poche tribù americane in grado di navigare l’oceano.
La ricerca è stata pubblicata sul Journal of California and Great Basin Anthropology.
Fonti: Time; Dita di Fulmine.
PS: Questa notizia è del 9 febbraio 2010. Mi era sfuggita, ma è interessante e ho voluto riportala.
L’egittologo James P. Allen ha tradotto parte dei geroglifici trovati nella camera ardente della regina d’Egitto Behenu scoperta questa settimana.
Secondo la sua traduzione, durante il funerale vennero offerti alla regina una pagnotta e un boccale di birra.

(SCA)
Conosciuti come Testi della piramide, questi geroglifici rappresentano il più antico corpo di scritti religiosi egizi ed erano ampiamente in uso nelle tombe reali durante la V e VI dinastia.
Allen, autore de “The Ancient Egyptian Pyramid Texts, Writings from the Ancient World“, dice:
“L’immagine mostra testi di ciò che è noto come l’Offerta rituale (Offering Ritual), che è sempre inciso sul muro settentrionale della camera ardente nelle piramidi dell’Antico regno (convenzionalmente il periodo che va dalla III alla VI dinastia; 2686 – 2134 a.C.)”.
Come tutti i rituali, anche questo è in seconda persona, e veniva originariamente recitato da un sacerdote, probabilmente al funerale. C’è scritto:
Recitazione: Osiride Behenu, accetta l’Occhio di Horo (o Ra, Horus’s Eye): ‘portalo’ (gather it) alla tua bocca.
Presentazione, 4 volte.
1 pagnotta e 1 boccale di birra.
L’offerta è solitamente chiamata “Occhio di Horo”, riferendosi alla mitica lotta nella quale l’occhio del dio-falco Horo venne staccato dal suo avversario Seth, e poi restituito.
Allen conclude: “Questo rituale è ben attestato in altre piramidi, perciò, da quello che posso vedere, il testo di Behenu non aggiunge molto di nuovo. Ma i geroglifici sono incisi bene, e aggiunge alla nostra conoscenza come i testi venissero usati, e per chi, nell’Antico regno”.
Fonte: Discovery
Secondo uno studio pubblicato su PNAS, degli insoliti reperti scavati soprattutto negli ultimi anni al Diepkloof Rock Shelter, una grotta del Sudafrica, dimostrano l’esistenza di un sistema di comunicazione simbolica di circa 65000-55000 anni fa, all’epoca della cultura di Howiesons Poort.
Finora sono stati dissotterrati 270 frammenti di circa 25 gusci di uovo di struzzo in 18 strati archeologici. Recano incisi dei motivi geometrici.
L’archeologo Pierre-Jean Texier, dell’Università di Bordeaux 1, sostiene che ci siano due stili di decorazione: due lunghe linee parallele intersecate da brevi tratti (tipo rotaia) e linee ripetitive non-parallele.
E aggiunge: “Dalla ripetizione di questo motivo, i primi esseri umani stavano provando a comunicare qualcosa. Forse cercavano di esprimere la loro identità dell’individuo o del gruppo”.
Le prove che i buchi in cima ad alcuni gusci vennero prodotti intenzionalmente farebbero poi di questi oggetti delle borracce (dal volume di un litro) – una pratica ancora usata dai moderni cacciatori-raccoglitori del deserto del Kalahari (Sud Africa).
E siccome questi decoravano i loro gusci per indicarne il contenuto o l’appartenenza, è possibile che anche 60000 anni fa quei gusci avessero la stessa funzione, rappresentando così la prova più antica al mondo di una tradizione grafica.
In ogni caso, la sola creazione della borraccia avrebbe aperto le porte all’attraversamento delle regioni aride.
Gli ominidi precedenti all’Homo Sapiens non avevano infatti la capacità di associare significato all’oggetto, decorare gli oggetti, o riconoscere e creare simboli. Il ‘pensiero simbolico’ è alla base della scrittura, del linguaggio e dell’arte. È forse ciò che ci rende umani.
E se i disegni fossero delle prove di questa capacità di pensiero, allora ‘l’uomo’ avrebbe cominciato la sua storia 20000 anni prima di quanto si pensava.
In verità i primi esempi di pensiero concettuale sarebbero le conchiglie forate usate come perline di una collana, scoperte nella grotta di Skhul in Israele e a Oued Djebbana in Algeria. Questi pezzi risalgono a 90,000-100,000 anni fa.

Due di queste perline provengono dalla grotta di Skhul; una da quella di Oued Djebbana (Marian Vanhaeren-Francesco d'Errico)
Inoltre, nella grotta di Blombos (Sud Africa), tra il 1991 e il 2002, l’archeologo Christopher Henshilwood aveva già scoperto dei manufatti risalenti a 77000-70000 anni fa, che indicavano l’esistenza del pensiero simbolico.
Tra le altre cose, il suo team trovò piccole perline decorative di mollusco e strumenti in osso. Più importanti furono però dei pezzi di ocra con incisi dei complessi disegni geometrici.
Data la natura dei disegni, e la morbidezza dell’ocra (inadatta alla produzione di strumenti), Henshilwood affermò che si trattasse di decorazioni – 40000 anni prima di quelle nella grotta Chauvet.
Addirittura suggerì che i disegni “potevano essere interpretati da quelle persone come aventi significato che sarebbe stato compreso da altri”. In altre parole, erano la base del linguaggio.
Ovviamente i dubbi furono molti. Come fece notare l’antropologo Steve Kuhn, solo trovando altri pezzi in altri luoghi si sarebbe potuto parlare di simboli invece che di semplici scarabocchi.
Ecco perchè i ritrovamenti a Diepkloof sono così importanti.
Fonti: Science News; Heritage-Key; Diepkloof Project (qui e qui); BBC
Vicino a Hierapolis Bambyce (odierna Manbji), nel governatorato di Aleppo (Siria) sono state scoperte 252 monete d’argento di epoca ellenistica (IV-I secolo a.C.). Per la precisione sono 137 sono tetradracmi (“quattro dracme”) e 115 dracme.
Youssef Kanjo, il direttore degli scavi nell’antica città di Aleppo, riferisce che le monete sono state trovate in un contenitore di bronzo due settimane fa quando un uomo stava scavando le fondamenta della sua nuova casa.
Un lato dei tetradracmi raffigura Alessandro Magno, mentre l’altro mostra Zeus seduto sul trono con un’aquila appoggiata sul suo braccio disteso.
Sempre dei tetradracmi, 34 monete recano l’iscrizione “Re Alessandro” in greco, 81 semplicemente “Alessandro”, e 22 portano il nome di “Re Filippo”, riferendosi con ogni probabilità a suo padre.
Le dracme portano le stesse immagini, con incise “Alessandro” su 100 di loro e “Filippo” su 15.
Dopo le conquiste di Alessandro Magno, molti dei regni ellenistici del Medio Oriente adottarono le dracme come valuta.
Fonti: Associated Press; ANI.
A el-Shawaf, Saqqara, gli scavi di un team di archeologi francesi hanno portato alla luce la camera ardente (10 x 5 metri) della regina della VI dinastia Behenu, moglie di Pepi I (Merytawy) o di Pepi II (Netjerkhau). È stata scoperta rimuovendo la sabbia dalla piramide di Behenu.
Sebbene la camera sia molto danneggiata, e la mummia della regina distrutta, sono stati trovati due muri interni che portano incisi geroglifici conosciuti come Testi della piramide.
Questi testi erano largamente usati nelle tombe reali – sia incisi sui muri che sui sarcofagi – durante la V e la VI dinastia (2465-2150 a.C. circa). Fondamentalmente erano delle preghiere speciali per proteggere i morti, rianimare i loro corpi dopo la morte e aiutarli ad ascendere al cielo.
Philippe Collombert, a capo del progetto, aggiunge: “È un sarcofago di granito ben preservato, con incisi i diversi titoli della regina, ma non dice niente riguardo l’identità di suo marito”.
La spedizione francese sta lavorando alla necropoli di Pepi I a Saqqara, dove dal 2007 ha già scoperto i 25 metri della piramide di Behenu e frammenti di Testi della piramide.
Dall’inizio del progetto nel 1989, la squadra di Collombert aveva già localizzato sei piramidi appartenute a regine dei regni di Pepi I e Pepi II. Sono state attribuite alle regine Inenek, Nubunet, Meretites II, Ankhespepy III, Miha e una ancora non identificata. Di queste, solo una porta dei testi religiosi sui muri.
Fonti: Associated Press; Heritage-Key; Discovery
È stata scoperta una colossale testa di granito rosso del faraone Amenhotep III (1390-1352 a.C. circa), nel suo tempio funebre a Kom El -Hettan, Luxor (Egitto).
Zahi Hawass riferisce che il pezzo è intatto, misura 2.5 metri d’altezza e porta tracce di colore rosso sulla testa dell’ureaus (il cobra). “È un capolavoro di grande qualità artistica, un ritratto del re dai tratti raffinati e pieni di giovinezza”, dice.
Hourig Sourouzian, a capo del progetto archeologico, afferma che l’enorme statua avrebbe rappresentato il faraone in piedi, con le mani incrociate sopra il torace che tenevano le insegne reali.
Amenhotep III (o Amenofi III) veste l’Hedjet, la ‘corona bianca’ dell’Alto Egitto. La barba cerimoniale è rotta, ma potrebbe ancora trovarsi sotto tra le macerie.
La Sourouzian aggiunge: “Negli anni scorsi abbiamo raccolto una gran quantità di pezzi di statue di granito rosso, che una volta stavano nella parte meridionale della great court del tempio funerario di Amenhotep III a Kom el Hettan. Parti del corpo della statua sono attualmente in restauro”.
Questo tempio è uno dei più importanti della 18/a dinastia, dove sono state dissotterrate ben 84 statue colossali; fra queste ci sono quelle di Amenhotep III e sua moglie, la regina Tiye (o Tyi).
Fonte: drhawass.com; ANSA
Nel sito Romano di Cullompton (contea del Devon, Inghilterra) è stata scoperta un’urna funebre di 2000 anni fa.
È intatta e contiene terra, ceneri e forse oggetti di metallo o frammenti d’ossa.

(middevonstar.co.uk)
Fonte: Mid Devon Star
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Gli antropologi americani Dennis O’Rourke e Jennifer Raff hanno pubblicato su Current Biology una nuova radicale teoria su quando, dove e come gli esseri umani migrarono nel Nuovo Mondo.
Secondo quest’ipotesi gli uomini vi giunsero attraverso l’arcipelago artico canadese e il passaggio a nord-ovest: molto più a nord e 25000 anni fa – cioè almeno 10000 anni prima di quanto si pensi convenzionalmente.
Fonte: The Vancouver Sun
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Il mese prossimo i visitatori di Pompei potranno sperimentare uno scavo dal vivo di un sito riportato alla luce nel 1987, ma aperto al pubblico solo dall’ultimo San Valentino.
Casa di un ricco panettiere, la Domus dei Casti Amanti è così chiamata per il pannello decorativo che raffigura il bacio innocente di due innamorati.
Fonti: Discovery; Beni Culturali
Dietro alla Cattedrale Metropolitana di Città del Messico gli archeologi dell’INAH hanno scoperto i resti di un tempio a base circolare dal diametro di circa 14 metri. È forse il più importante dedicato a Ehecatl, il dio azteco del vento nonché una manifestazione di Quetzalcoatl.

(INAH)
Raul Barrera Rodriguez, direttore del Programma di Archeologia Urbana dell’INAH (PAU), aggiunge: “Data la sua locazione e la vicinanza al Templo Mayor (o Grande Piramide), coincide con la rappresentazione fatta nel 1960 dall’archeologo e architetto Ignacio Marquina”.
“L’interesse del ritrovamento consiste nella conferma archeologica di dati storici riguardo la ‘zona sacra’ di Tenochtitlan, che occupava circa 500 m²”.
Sono stati dissotterrati due stadi di costruzione: il primo è datato al periodo del sesto ampliamento del Templo Mayor (1486-1502 d.C.), durante il governo di Ahuizotl, all’apice dell’Impero azteco; il secondo corrisponde al settimo ampliamento, quando arrivarono gli spagnoli.
Rappresentano una delle strutture più importanti del Centro ceremonial.
Sono anche stati trovati frammenti di una scultura di Miquixtli (la dea azteca della morte) e pietre appartenute a un merlo e al piede di un’altra scultura. Vennero tutti usati a metà ‘500 come materiale di costruzione di case coloniali.
Sotto agli strati coloniali sono stati dissotterrati resti di pavimenti e frammenti di terracotta del periodo azteco.
Fonte: INAH
L’archeologo Robert Mason ha scoperto dei cerchi di pietre, degli allineamenti di pietre e ciò che sembrano essere tombe.
Si trovano nel deserto siriaco, vicino al monastero – in funzione ancora oggi – Deir Mar Musa al-Habashi (o Mar Musa, Monastero di San Mosè l’Abissino), famoso per i suoi bellissimi affreschi medievali.
Dagli strumenti di pietra trovati, è probabile che il sito risalga al Neolitico – cioè grosso modo tra l’8500 a.C. e il 4300 a.C., il che lo rende più antico di quelli dell’Europa Occidentale: da noi, infatti, le costruzioni megalitiche che usano la pietra cominciano all’incirca dal 4500 a.C.

Il monastero (Franco Pecchio)
Tre delle presunte tombe misurano 8 metri di diametro e ognuna di loro “ha una camera nel centro”. Le mensole rinvenute suggeriscono che al di sotto c’è “qualcosa che vorresti sigillare dentro”. Ognuna di queste strutture aveva vicino un cerchio di pietre di circa 2 metri di diametro (foto sotto).
È possibile che le strutture abbiano avuto un’altra funzione oltre a quella funebre: finora l’area è stata semplicemente rilevata. E comunque bisogna ancora lavorare per una datazione più precisa.
I resti di altre strutture sono stati trovati in un affioramento roccioso (una buona risorsa di selce), e nella valle sotto.

(Robert Mason)

(Robert Mason)
Dall’alto dell’affioramento roccioso si vedono poi gli allineamenti di pietre che non sono caratterisiche naturali e si diramano in diverse direzioni. Una di queste linee è “molto bizzarra” e serpeggia su verso una collina. Mason ha seguito la pista e ha scoperto che porta al “complesso di tombe più grande di tutti”.
Questa struttura ha tre camere ed era probabilmente il luogo di sepoltura “per la persona più importante”. Come già detto, non è sicuro che fosse una tomba, almeno fino a quando non cominceranno gli scavi.
Anche gli strumenti di pietra sono abbastanza inusuali. Non sembrano essere fatti con materiale del posto: la selce locale è bianca o rossa scura; questi sono invece chert marroni.
L’antropologo dell’Università di Toronto, Edward Banning, esperto del periodo neolitico, invita alla cautela sulle conclusioni prima di aver compiuto ulteriori ricerche sul campo.
E aggiunge: “Praticamente tutte le sepolture scoperte dagli archeologi in tutti i siti neolitici in quella zona del mondo provengono dall’interno degli insediamenti – persino sotto a pavimenti e case. Se le ’strutture con mensole’ fossero confermate essere strutture funebri, allora questo sito rappresenterebbe qualcosa di nuovo”.
“È possibile che questo paesaggio identificato dal dr. Mason possa essere un esempio di pratiche funebri neolitiche fuori dall’insediamento, il che sarebbe molto interessante”.
Questo spiegherebbe un mistero che gli archeologi hanno a lungo affrontato. Negli insediamenti neolitici è stato infatti trovato un certo numero di sepolture, ma questo non è però sufficientemente alto per la dimensione degli insediamenti in questione.
Perciò già da anni si supponeva l’esistenza di pratiche funebri di qualche genere al di fuori degli insediamenti.
Mason si chiede poi se i cerchi di pietra trovati non siano un primo esempio di ciò che saranno paesaggi come Stonehenge. Una sorta di eredità diffusasi dal Vicino Oriente all’Europa come è stato per l’agricoltura. “Abbiamo trovato qualcosa che non si era mai scoperto nel Medio Oriente”, dice Mason.
Su questo punto però Banning è scettico. Dice che strutture di pietra sono state trovate in tutto il mondo, per esempio dei dolmen in Asia orientale. E comunque le popolazioni dell’Europa occidentale potrebbero aver sviluppato le tecniche indipendentemente da quelle del Vicino Oriente.
Afferma inoltre che dei rilevamenti satellitari avrebbero individuato cairn (tumuli di pietre) e cerchi di pietre in altre parti del Vicino Oriente, inclusi i deserti di Giordania e Israele.
Fonte: Heritage-Key
Sui pendii di un cratere vulcanico spento sono stati trovati i resti di ciò che potrebbe essere stata la residenza del principe etrusco Tarquinio Sesto, il figlio dell’ultimo re di Roma, Tarquinio il Superbo.
Il palazzo è stato scoperto in cima ad una collinetta di Gabii, 20 km da Roma, grazie all’intuito dell’archeologo Stefano Musco. Si trova nel sito dell’antica necropoli, dove, secondo la leggenda, vennero educati Romolo e Remo.
L’edificio viene datato al VI secolo a.C. e vanta i muri intatti più alti mai trovati in Italia: 2 metri.
L’archeologo Marco Fabbri, dell’Università di Tor Vergata, dice: “Di certo c’è che quella casa regale ad un certo punto venne distrutta, o, meglio, venne smontato il tetto monumentale e gli ambienti vennero seppelliti fino a lasciare solo un tumulo di pietre. Una fortuna. Perchè proprio quel seppellimento ha consentito alla reggia di arrivare praticamente intatta fino a noi”.
Fabbri e colleghi pensano che la residenza venne furiosamente demolita, probabilmente durante la rivolta Romana nel 510 a.C. che portò alla cacciata dei Tarquini da Roma e all’instaurazione della Repubblica Romana.
Finora gli scavi hanno portato alla luce:
- Tre stanze non collegate che probabilmente si aprivano su un grande portico.
- Sotto il pavimento in pietra, otto fosse intatte per i sacrifici rituali fatti per inaugurare il cantiere. In cinque di queste i corpi di altrettanti bimbi nati morti.
Non erano sacrifici umani, ma indicano comunque l’importanza della casa. - Un frammento di terracotta del tetto che reca l’immagine del Minotauro, un emblema dei Tarquini.
Tarquinio Sestio è noto per aver violentato Lucrezia, moglie di suo cugino Lucio Tarquinio Collatino. Tito Livio (59 a.C. – 17 d.C.) narra che poi Lucrezia, vinta dal dolore e dalla vergogna, si accoltellò (Liber I, 58, 6-12).
La sua morte fece scoppiare la rivolta che mise fine al regno di Tarquinio il Superbo e alla vita di Tarquinio Sesto.
“La popolazione di Gabii uccise Sesto dopo che entrò nella città. Non è una coincidenza che il sontuoso edificio venne distrutto intenzionalmente all’incirca in quest’epoca”, dice Fabbri.
Il professore di archeologia classica dell’Università del Michigan, Nicola Terrenato, aggiunge: “Il potenziale archeologico di Gabii è enorme. È una delle città più grandi del Lazio, e non è per niente ostacolata da costruzioni più tarde”.
“Quando uno pensa che ciò che è stato scavato finora è solo molto meno del 10% della città, è chiaro che ci sono molte altre scoperte in serbo”.
Terrenato sta conducendo un altro progetto archeologico proprio a Gabii: il Gabii Project.
Si cerca ora di trovare il tetto e gli altri ambienti della reggia. La speranza, dice il sovrintendente archeologo Angelo Bottini, è che si possa allestire un grande parco archeologico.
Fonti: Discovery; Corriere; Il Messaggero.
Tra i risultati più interessanti emersi pochi giorni fa dall’analisi del DNA di Tutankhamon e famiglia c’è quello per cui la malaria avrebbe giocato un grande ruolo nella morte del giovane faraone.
Ma c’è un’altra scoperta molto importante che è stata poco sottolineata: Tutankhamon e Akhenaton avevano un aspetto piuttosto normale, o comunque niente di significativamente bizzarro o femminile.

Ricostruzione facciale di Tutankhamon (Supreme Council of Antiquities, Egypt, and National Geographic Society, 2005)
Durante il regno di Akhenaton (probabilmente il papà di Tutankhamon) l’arte egizia diventò “molto strana”.
Le figure erano ora dipinte con teste lunghe a forma di cono, dita sottili e corpi deformati.Vennero raffigurate per la prima volta scene intime che coinvolgevano il faraone (per esempio, Akhenaton che bacia la figlia).
Questo stile artistico, noto come arte amarniana, divenne preminente durante il regno di Akhenaton e qualche anno dopo, ma già dall’epoca di Tutankhamon si era in gran parte estinta.
Perchè l’arte egizia apparse in questo modo, per un periodo così breve, è un mistero. Un decennio fa l’egittologa Alwyn Burridge propose che Akhenaton e altri membri della sua famiglia soffrissero della sindrome di Marfan – una condizione che porta a caratteristiche simili a quelle mostrate nell’arte amarniana. La sindrome di Marfan si manifesta nell’aspetto, ma non ha effetti sull’intelligenza. Per intenderci, ce l’aveva pure Lincoln.
Un’altra teoria, pubblicata l’anno scorso sul Annals of Internal Medicine, è che Akhenaton avesse una forma di sindrome di Antley-Bixler, oppure una combinazione di sindrome di eccesso di aromatasi (aromatase excess syndrome) e sindrome di craniosinostosi ‘a punta’ (sagittal craniosynostosis syndrome).
Tutte queste teorie si basano sull’idea che l’arte amarniana fosse così inusuale perchè Akhenaton e la sua famiglia soffrivano di una condizione medica che colpiva l’aspetto fisico.
Il problema è che i ricercatori che hanno condotto l’ultimo studio hanno scartato l’ipotesi della sindrome di Marfan. E dicono anche che l’aspetto fisico di Akhenaton e Tutankhamon erano normali.
Non ci sarebbero segni di testa a forma di cono (sebbene il nonno di Tutankhamon, Yuya, mostri alcune tracce di deformità) né alterazioni nel bacino.
I ricercatori hanno concluso che “quindi, la particolare presentazione artistica di persona nel periodo di Amarna è confermata come uno stile reale molto probabilmente collegato alle riforme religiose di Akhenaton”.
È presto per tirare conclusioni affrettate, ma in un certo senso un decreto reale basato sui capricci del faraone non sembra essere così impossibile.
Akhenaton focalizzò la religione egizia intorno al culto di Aton, il che diede inizio ad una iconoclastia che vide deturpare i nomi degli altri dèi.
Decise inoltre di costruire nel deserto una capitale completamente nuova chiamata Amarna. Funzionò solo per un breve periodo e diventò una città fantasma non molto dopo il suo regno.
Se i risultati della nuova ricerca verranno confermati, gli egittologi dovranno esplorare la mente di Akhenaton per capire cosa ci sia dietro all’arte amarniana. Un processo – si teme – decisamente più difficile che ricostruire le condizioni fisiche.
Fonte: Heritage-key
Nel 2004 dei ricercatori australiani stavano lavorando in una grande caverna chiamata Liang Bua, in una delle più remote aree dell’isola di Flores (Indonesia).
Con grande sorpresa uno degli scienziati trovò frammenti di un piccolo teschio. Si capì velocemente che aveva delle caratteristiche speciali: sebbene piccolo, aveva denti da adulto.
I pezzi vennero incartati nel giornale, impacchettati in scatole di cartone e trasporatati a Giacarta, dove i pezzi vennero messi insieme.
Si scoprì che questi individui erano alti appena un metro, avevano il cervello grande quanto un’arancia, e usavano strumenti di pietra abbastanza sofisticati. La domanda è: chi erano?
Le teorie sugli “hobbit” sono molte. Secondo una di queste erano Homo erectus, finiti ‘bloccati’ sull’isola e poi rimpicciolitosi in risposta alle limitate risorse dell’isola.
Secondo un crescente numero di scienziati, invece, l’Homo floresiensis era probabilmente un diretto discendente di qualcuno delle prime scimmie antropomorfe (australopitecine) evolutesi nella savana africana tre milioni di anni fa.
Uno studio dell’antropologa Debbie Argue, fautrice di questa teoria, sostiene che l’Homo floresiensis si separò dalle altre specie quasi all’inizio dell’evoluzione del genere Homo (cominciata due milioni e mezzo di anni fa). Questi primitivi ominidi avrebbero poi viaggiato per mezzo mondo prima di arrivare sull’isola di Flores.
Le similitudini con l’Australopithecus afarensis, vissuto tra i 3.8 e 2.9 milioni di anni fa, sono impressionanti. Lucy, per esempio, era alta un metro, aveva un cervello molto piccolo, e polsi, piedi e denti primitivi. Con la piccola differenza che l’Homo floresiensis si è estinto 17000 anni fa.
Insomma gli hobbit sarebbero stati una vera e propria specie che quindi non discendeva dall’Homo erectus (vissuto da 1.8 a 1.3 milioni di anni fa) né si evolvette in una statura più bassa (erano piccoli quanto i loro antenati australopitechi).
A prova di ciò, recentemente sarebbero stati datati alcuni strumenti di pietra rinvenuti su Flores a circa 1.1 milioni di anni fa, molto prima di quanto si credesse.
Addirittura gli scavi di Mike Morwood avrebbero scoperto strumenti di pietra nella vicina isola di Sulawesi – forse – datati a 2 milioni di anni fa.
David Strait, dell’University of Albany (USA) raffredda però gli animi dalle colonne del Scientific American: la possibilità che una popolazione molto primitiva del genere Homo lasciò l’Africa 2 milioni di anni fa, e che i loro discendenti siano sopravvissuti fino ad alcune migliaia di anni, è una delle ipotesi più provocatorie mai apparse.
Secondo un altro studio coordinato da Debbie Argue e pubblicato sul Journal of Human Evolution, l’Homo floresiensis assomiglia moltissimo ai nostri antenati apparsi 2.3 milioni di anni fa in Africa. In altre parole discendevano dall’Homo habilis, vissuti tra i 2.3 e 1.4 milioni di anni fa (a loro volta discendenti dagli australopitecine).
Come le scimmie antropomorfe africane, avevano gambe corte e piedi lunghi (scomodi per lunghe marce), ossa dei polsi trapezoidali (scomodi per produrre utensili), denti dai tratti primitivi e cervelli poco più grandi di quelli degli scimpanzé (sebbene le TC del teschio suggeriscano che potrebbero aver avuto abilità cognitive non possedute dalle scimmie).
Prima si pensava che l’unico in grado di fare un viaggio simile, un milione di anni fa, fosse una specie dal fisico adatto e dal modesto intelletto: l’Homo erectus. E che una “seconda ondata”, gli Homo sapiens apparsi in Africa 100000 anni fa, rimpiazzò tutti i predecessori.
Poi si è scoperto che l’Homo floresiensis arrivò in un’isola dell’Indonesia quasi un milione di anni prima e vi si stabilì insieme a elefanti pigmei e draghi di Komodo. Ma come ha fatto ad arrivarci?
Forse – sostiene Chris Stringer, del Natural History Museum – ci arrivarono aggrappati a della vegetazione in seguito ad uno tsunami; oppure c’erano collegamenti tra le isole oggi non più esistenti.
Seconda domanda: se gli hobbit sono sopravvissuti per più di un milione di anni, cosa li ha fatti estinguere 17000 anni fa?
Esistono due possibili risposte.
“C’è uno spesso strato di cenere nella grotta Liang Bua sopra ai più recenti resti degli hobbit”, dice Stringer. “Sappiamo adesso che venne causato da una grande eruzione vulcanica avvenuta circa 17000 anni fa [...]“.
Tuttavia né Stringer né Morwood pensano che questa fosse stata la causa.
Il motivo della loro scomparsa sarebbe stato l’incontro con l’Homo sapiens. “[...] Sospetto che gli esseri umani consumarono le risorse di cui avevano bisogno gli hobbit per sopravvivere”, conclude Stringer.
Fonte: The Observer
















































