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Trovata una statuetta del mostro marino eschimese Palraiyuk

aprile 16, 2014

Una nuova mostra al King’s Museum, intitolata Nunalleq: The Yupiit and the Arctic World, ha rivelato per la prima volta le scoperte archeologiche provenienti da una dozzina di villaggi in Alaska, sulle sponde del Mare di Bering.

La linea della costa a Quinhagak si sta rapidamente ritirando a causa del riscaldamento climatico. La comunità di Quinhagak, di etnia Yup’ik (un popolo eschimese) per paura di perdere il suo patrimonio, aveva chiesto all’Università di Aberdeen di condurre degli scavi archeologici, che alla fine hanno portato al ritrovamento di un villaggio preistorico sulla costa.

(University of Aberdeen)

(University of Aberdeen)

(University of Aberdeen)

(University of Aberdeen)

Il sito, chiamato Nunalleq dagli anziani del villaggio, significa ‘il vecchio villagio’ in Yup’ik. Nunalleq è un villaggio invernale datato tra il 1350 e il 1650 d.C. Il permafrost ha conservato numerosi manufatti rari, per un totale di decine di migliaia di reperti in legno e altri materiali. Si tratta di una delle collezioni più grandi e meglio preservate mai scoperte a nord.

Il curatore dell’esibizione e il direttore degli scavi, Rick Knecht, ha detto: “Questa è un’opportunità per le partnership del museo, che estende le sue collaborazioni con le comunità indigene a nord. Abbiamo cominciato questo progetto dopo la richiesta da parte del villaggio, poiché i livelli crescenti del mare stavano erodendo i siti, e oggetti come intere maschere stavano svanendo dalle coste”.

Gli scavi di Nunalleq sono stati portati avanti insieme ai membri della comunità, portatori della cultura Yup’ik, che condividevano le loro conoscenze con gli archeologi per interpretare le scoperte, e a loro volta gli archeologi condividevano i loro dati riguardo il sito con il villaggio.

(University of Aberdeen)

(University of Aberdeen)

Tra gli oggetti di Nunalleq più importanti ci sono della maschere Yupi’k, delle bambole intagliate nel legno, e soprattutto una scultura di avorio di un palraiyuk. Secondo le leggende Yup’ik, questo mostro marino si cela nei fiumi e nei laghi. Possiede due teste, due code, 6 zampe, 3 stomaci e una cresta di aculei sulla schiena.

(University of Aberdeen)

La statuetta di un palraiyuk (University of Aberdeen)

(Qanirtuuq Collection)

(Qanirtuuq Collection)

Un raschietto per pulire gli intestini animali. Gli indumenti così ottenuti erano impermeabili (University of Aberdeen)

Un raschietto per pulire gli intestini animali. Gli indumenti così ottenuti erano impermeabili (University of Aberdeen)

Una delle 60 bambole eschimesi (University of Aberdeen)

Una delle 60 bambole eschimesi finora trovate (University of Aberdeen)

Secondo Pitts erano usate come giocattoli e nei rituali, e per rappresentare le persone assenti durante degli eventi importanti (University of Aberdeen)

Secondo Mike Pitts erano usate come giocattoli e nei rituali, e per rappresentare le persone assenti durante degli eventi importanti (University of Aberdeen)

Un oggetto d'avorio con sembianze animali e umane (University of Aberdeen)

Un oggetto d’avorio con sembianze animali e umane (University of Aberdeen)

Arpioni in corno (University of Aberdeen)

Arpioni in corno (University of Aberdeen)

Punta di freccia in corno di caribù (University of Aberdeen)

Punta di freccia in corno di caribù (University of Aberdeen)

(University of Aberdeen)

(University of Aberdeen)

Statuetta in legno di gufo (University of Aberdeen)

Statuetta in legno di gufo (University of Aberdeen)

(University of Aberdeen)

(University of Aberdeen)

I reperti di Nunalleq appartengono alla Qanirtuuq Corporation (di proprietà e gestita dalla comunità di Quinhagak) e sono in prestito temporaneo all’Università di Aberdeen. Dopo le procedure di conservazione, catalogazione e analisi, torneranno a Quinhagak con l’intento di esibirli nel villaggio.

(University of Aberdeen)

(University of Aberdeen)

University of Aberdeen

Discovery

Nunalleq blog

 

La bufala della scoperta del Santo Graal

aprile 14, 2014
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Anche questa Pasqua, esattamente come negli anni precedenti, è spuntata la presunta scoperta di una reliquia cristiana. Dopo i chiodi della crocifissione, i pezzi di legno della croce, l’Arca dell’Alleanza, la tomba della famiglia di Gesù, i codici di piombo ecc. ecco arrivare niente meno che il Santo Graal.

Due storici, Margarita Torres e Jose Manuel Ortega del Rio, autori del libro “Re del Graal”, hanno annunciato che un calice incrostato di pietre preziose, situato nella basilica spagnola di San Isidoro da 1.000 anni, è il Santo Graal.

(AFP, Getty Images)

(AFP, Getty Images)

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(AFP, Getty Images)

Il direttore del museo della basilica, Raquel Jaén, ha detto che il calice è stato tolto dall’esposizione, mentre i curatori cercano uno spazio più grande per accogliere tutte le persone accorse a vederlo.

Finora era noto come il calice dell’Infanta Doña Urraca, figlia di Fernando I, re di León dal 1037 al 1065.

I due storici spagnoli sostengono che due pergamene egizie, trovate da loro nel 2011 all’Università del Cairo di al-Azhar, li hanno portati a una ricerca durata 3 anni.

Secondo i loro studi, la parte superiore del calice della principessa – fatta di agata e a cui manca un frammento come descritto nelle pergamene – è proprio il Santo Graal.

Secondo i due documenti, il calice fu rubato dai musulmani a Gerusalemme, che poi lo diedero alla comunità cristiana in Egitto. Secoli dopo, intorno al 1050 d.C., fu consegnato a Fernando, potente re cristiano, per ringraziarlo degli aiuti ricevuti durante una carestia dall’emiro di un regno della Spagna musulmana, dice Torres. Successivamente, vennero aggiunte al calice tutte le pietre preziose: perle, smeraldi, ametiste e zaffiri.

Nella sola Europa ci sono circa 200 presunti Santi Graal, ammettono i ricercatori spagnoli. Nel loro libro provano a sfatare l’autenticità di alcuni dei più noti.

(AFP, Getty Images)

(AFP, Getty Images)

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AFP

Il frammento “della moglie di Gesù” è autentico ma medievale

aprile 12, 2014
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Gesù era sposato? Il dibattito si era riacceso un paio di anni fa, quando Karen L. King, studiosa della Harvard Divinity School, ha annunciato il ritrovamento di un frammento di papiro scritto in copto, in cui compaiono le parole: “E Gesù disse loro: ‘Mia moglie… è capace di essere mia discepola’”. La studiosa lo aveva datato al quarto secolo, ma diversi esperti avevano espresso scetticismo e parlato di una probabile contraffazione.

La questione è stata affidata a una serie di studiosi che hanno analizzato il papiro da numerosi punti di vista: le caratteristiche chimiche del papiro e dell’inchiostro, la grafia, il linguaggio utilizzato. I risultati, appena pubblicati sulla Harvard Theological Review, fanno pensare che il testo sia effettivamente antico, anche se meno di quanto si pensasse all’inizio. Le fibre del papiro risalirebbero ai secoli tra il settimo e l’ottavo, e l’inchiostro è simile a quelli usati all’epoca.

Al centro del piccolo frammento di papiro sono scritte, in lingua copta, le parole "E Gesù disse loro: 'Mia moglie... è in grado di essere mia discepola'"

Al centro del piccolo frammento di papiro sono scritte, in lingua copta, le parole “E Gesù disse loro: ‘Mia moglie… è in grado di essere mia discepola’”

King è sicura che “Il vangelo della moglie di Gesù” sia la copia di un testo ancora più antico. “Per il lavoro degli storici”, spiega, “ora la domanda diventa: che significato ha questo documento?”. I risultati di queste ricerche non possono affatto risolvere la questione se Gesù fosse sposato o meno, insiste la studiosa, ma possono fornire informazioni molto utili sulle credenze dei primi cristiani e sul ruolo delle donne nella Chiesa delle origini.

Autentico o contraffatto?

Il piccolo frammento (otto centimetri di lunghezza per quattro di altezza) è con ogni probabilità originario dell’Egitto, ma il suo autore e la sua provenienza precisa restano avvolti nel mistero. Il proprietario, che per ora vuole restare anonimo, è riuscito a ricostruire i passaggi di mano del documento solo fino al 1999 (King sostiene che il collezionista sta valutando se donare il papiro a Harvard, dove potrebbe essere esposto al pubblico).

Negli studi pubblicati, un team di chimici guidato da Joseph Azzarelli del MIT afferma che l’età del papiro corrisponde a quella di un Vangelo di Giovanni sicuramente risalente al settimo-ottavo secolo dopo Cristo. L’analisi è stata condotta con la tecnica della microspettroscopia: il frammento era solo leggermente meno ossidato – e quindi meno antico – del vangelo “certificato”. Anche la datazione al radiocarbonio indica un periodo compreso tra il 659 e l’869 d.C.

James Yardley e Alexis Hagadorn della Columbia University hanno analizzato i pigmenti dell’inchiostro, trovandoli simili al “nerofumo di lampada” usato in numerosi testi dell’epoca. Soprattutto, escludono con buona probabilità che l’inchiostro sia stato applicato al papiro in tempi più recenti, cosa che avrebbe causato almeno qualche sbavatura. In particolare, gli studiosi non hanno trovato segni che una parola del testo – forse “donna” – sia stata sostituita con “moglie”, come qualche scettico aveva sostenuto.

Ma il dibattito resta aperto. Sulla rivista compare anche il saggio di un epigrafista, Leo Depuydt della Brown University, che punta il dito sui numerosi errori grammaticali presenti nel testo. Secondo lo studioso il papiro è “un’evidente contraffazione, nemmeno troppo abile”, forgiata sul modello del Vangelo di Tommaso, un antico vangelo apocrifo ritrovato in Egitto solo nel secolo scorso.

King ribatte che i vangeli simili a quelli di Tommaso erano molto diffusi in tutto il Mediterraneo orientale nei primi secoli della cristianità, e che quindi ritrovarne un passaggio nel nuovo papiro non è necessariamente un segno di contraffazione.

Quanto agli errori di grammatica, potrebbero essere dovuti al fatto che l’autore del papiro non fosse uno scriba professionista ma un esponente delle classi inferiori non molto istruito. È questa l’opinione di Malcolm Choat, papirologo e studioso di testi paleocristiani alla Macquarie University, in Australia. Choat paragona il “vangelo della moglie di Gesù” ai cosiddetti “papiri magici” dell’epoca, testi spesso ornati da disegni in cui si invocavano le divinità per chiedere grazie o scagliare maledizioni.

“Non ho trovato una ‘pistola fumante’ che indichi che il testo non sia antico”, spiego Choat, “anche se l’esame che ho condotto non può nemmeno provare al di là di ogni dubbio che è autentico”. Quel che è certo, conclude lo studioso, è che non si tratta di un falso grossolano.

La questione delle donne nella Chiesa

Nei primi secoli, mentre il cristianesimo faceva proseliti nell’ambiente spesso ostile dell’Impero Romano, le donne erano tra le maggiori sostenitrici della nuova fede. I primi scrittori cristiani, spiega King, tacciono sulla situazione coniugale di Gesù: solo alla fine del secondo secolo si comincia a sostenere esplicitamente che non era sposato.

Se, come afferma la studiosa, il frammento è una copia di un testo più antico, forse del quarto secolo, l’accenno alla moglie di Gesù riflette il dibattito sul ruolo della famiglia in corso tra i primi cristiani. È noto infatti, prosegue King, che la Chiesa delle origini chiedeva ai nuovi adepti di rinunciare a ogni vincolo di fedeltà, sia nei confronti delle istituzioni politiche e religiose sia verso la stessa famiglia di appartenenza.

“Non sappiamo se Gesù fosse sposato”, insiste King. “Questo il papiro non lo dice. Ma dimostra come i primi cristiani fossero molto interessati alle questioni riguardanti il matrimonio e il celibato”.

National Geographic

Università di Harvard

Segnalo poi l’articolo del prof. Larry Hurtado che riassume in modo eccellente la questione.

Come King ora ammette, il tipo di scrittura (e altri fattori) rendono improbabile che il frammento provenga da un codice e che il testo servisse come un “vangelo” liturgico. Invece, fa notare King, potrebbe essere stato un esercitazione scolastica o forse un qualche oggetto tipo amuleto. Quindi, possiamo tutti evitare di chiamarlo “Vangelo della moglie di Gesù”? Non c’è ragione di supporre che il frammento provenga da un tale testo. Abbiamo il frammento “della moglie di Gesù”. Rimaniamo con quello che abbiamo/sappiamo.

Altra osservazione: la datazione ci porta pienamente nel periodo islamico dell’Egitto, e questo ci fa chiedere se, in effetti, il frammento possa riflettere l’influenza delle idee islamiche riguardo Gesù.

Nonostante alcuni articoli sensazionalistici, il frammento non ha importanza per gli studi sul “Gesù storico” o se Gesù era sposato. Invece, la prof.ssa King ha continuato a proporre che il frammento possa riflettere tensioni e domande riguardo il matrimonio, il celibato, la gravidanza e il sesso che sono emersi all’inizio della Cristianità.

11 sorprese nascoste nei magazzini dei musei

aprile 8, 2014
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Un museo è come un teatro per le opere d’arte o i reperti archeologici. Sul palcoscenico, i pezzi della collezione si esibiscono per un pubblico attento, raccolto in religioso silenzio. Ma dietro le quinte, gli addetti ai lavori si affannano a mettere in piedi lo show in un’atmosfera di caos più o meno controllato.

Capita dunque che qualche oggetto vada perduto, o venga scambiato per qualcos’altro. I musei sono pieni di sorprese che aspettano solo di tornare alla luce: oggetti identificati, catalogati o archiviati male, oppure dimenticati in magazzino. Ecco alcune storie.

1. Il luccichio rivelatore

Il caso più recente riguarda un misterioso mucchietto di materiale organico giunto al British Museum nel 1891, assieme ad altri oggetti rinvenuti in una tomba vichinga in Norvegia. Forse erano i resti di una piccola scatola di legno; in ogni caso sono rimasti in deposito fino a poco tempo fa, quando un luccichio ha attirato l’attenzione di un curatore.

Sottoposto a radiografia, il misterioso mucchietto ha svelato il suo stupefacente contenuto: un fermaglio celtico dorato e riccamente decorato, forgiato in Irlanda o in Scozia tra l’VIII e il IX secolo d. C. Probabilmente una ciurma vichinga se ne impadronì durante un saccheggio e lo riportò in patria, dove fu sepolto nella tomba di una donna d’alto rango. Pulito e restaurato, il fermaglio è esposto dal 27 marzo al British Museum, dove è in corso una grande mostra sui Vichinghi.

(The British Museum)

(The British Museum)

2. Il palco scomparso

Tra gli anni Trenta e Quaranta dell’Ottocento il parroco di un paesino francese trovò un palco di renna vecchio di 14.000 anni con su incisa l’immagine di un cavallo. Con tutta probabilità si trattava dell’opera d’arte preistorica mai scoperta: fu acquisito dal British Museum nel 1848, poi trasferito nel 1881 al neonato Museo di Storia Naturale di Londra, che lo mise in mostra per qualche tempo e poi lo stipò in magazzino. Fu riscoperto nel 1989, poi ridimenticato, per essere finalmente recuperato nel 2013, quando un team di esperti lo ha finalmente esaminato dedicandogli poi un saggio sulla rivista Antiquity.

(Natural History Museum UK)

(Natural History Museum UK)

3. Il film che visse due volte

Nel 1989 il New Zealand Film Archive acquisì una collezione di vecchi film dagli Stati Uniti. Più di 20 anni dopo, un ricercatore di storia del cinema ha scoperto che quella collezione celava la prima mezz’ora di The White Shadow (da cui, in alto, un fotogramma), un film muto del 1923, ritenuto perduto, girato da Alfred Hitchcock all’inizio della sua carriera, prima di diventare famoso ad Hollywood.

Del film, dunque,  si conservano ora le prime tre bobine; magari un giorno da qualche cineteca, con un colpo di scena degno del re della suspense, rispunteranno anche le ultime bobine mancanti…

(www.hitchcockwiki.com)

(www.hitchcockwiki.com)

4. Scambio di fossile

Nel 1950, in un ranch del Kansas, vennero alla luce i resti di un rettile marino estinto. All’epoca gli studiosi li attribuirono a una creatura chiamata Brachauchenius lucasi. Ma si sbagliarono.

Lo Sternberg Museum of National History di Hays, nel Kansas, mise in mostra il fossile, con il cranio avvolto nel gesso usato dai paleontologi, e lo tenne lì per oltre mezzo secolo. Solo l’anno scorso uno studioso proveniente da un altro museo ha convinto i responsabili dello Sternberg ad approfondire un’attribuzione che gli sembrava dubbia.

Dopo aver rimosso dal gesso il grosso cranio tempestato di denti affilatissimi, gli esperti si sono resi conto di avere davanti il fossile di un predatore oceanico fino allora sconosciuto, vissuto 91 milioni di anni fa. Lo hanno battezzato Megacephalosaurus eulerti: il nome del genere significa “Rettile dalla grossa testa”; quello della specie è un omaggio a Otto Eulert, il proprietario del ranch dove il fossile fu trovato.

(Wikipedia Commons)

(Wikipedia Commons)

5. Ritratto d’autore

Nel 1924 la National Gallery di Londra acquistò un dipinto italiano del Cinquecento. Era un ritratto di Girolamo Fracastoro, medico e filosofo veronese noto per essere stato il primo a chiamare “sifilide” la nuova malattia, importata dalle Americhe, che stava terrorizzando tutta Europa.

Il ritratto era danneggiato, scurito dalle riverniciature e non firmato, così lo staff del museo lo relegò in una sala poco visitata nel piano interrato. Solo da poco un restauro conservativo ha svelato che si trattava dell’opera di un grande artista. E dopo averlo esaminato da vicino, i curatori hanno concluso che l’autore doveva essere nientemeno che Tiziano. Oggi il ritratto è esposto in una delle sale principali della National Portrait Gallery.

(DeAgostini, Getty)

(DeAgostini, Getty)

6. Un altro sogno

Un discorso di Martin Luther King, ritenuto perduto, è stato ritrovato l’anno scorso al New York State Museum di Albany. King lo pronunciò il 12 settembre 1962, un anno prima del suo discorso più famoso, quello di “I have a dream”. Dura 26 minuti ed è registrato su banda magnetica.

Nel novembre del 2013, uno studente universitario che lavorava da stagista al progetto di digitalizzazione del materiale audio e video custodito dal museo, ha notato un contenitore con un’etichetta promettente: “EP Dinner NYC” e “Rockefeller, Martin Luther King, Sept. 12, ’62. “

Lo stagista ha semplicemente preso la bobina dalla scatola, l’ha messa nel lettore, e ha schiacciato il tasto play. Con sua grande emozione, ha cominciato a sentire la voce di Martin Luther King, mentre parlava a un evento promosso da Nelson Rockefeller, allora governatore dello Stato di New York. L’audio integrale può essere ascoltato sul sito del museo.

(James Blair, National Geographic)

Martin Luther King durante il famoso discorso ‘I have a dream’, al Lincoln Memorial di Washington (James Blair, National Geographic)

7. L’oggetto misterioso

Nel 2010, scavando in una discarica di rifiuti di due secoli prima nei pressi della City Hall, il municipio di New York, un gruppo di archeologi ha scoperto un bizzarro oggetto di osso lungo circa 7,5 centimetri. “Pensavamo fosse una scatoletta per gli spilli o una sorta di macinapepe”, racconta l’archeologa Lisa Geiger, “ma nessuna delle due ipotesi ci convinceva in pieno”.

Il cilindro misterioso è stato spedito al Brooklyn College assieme alle ceramiche, ai vetri e alle ossa di animali macellati che erano state ritrovate sul posto. In seguito Geiger ha trascorso un periodo di lavoro al Mütter Museum di Philadelphia, specializzato in curiosità mediche, ed è lì che ha scoperto un oggetto molto simile, seppure di metallo: era una siringa vaginale in uso a metà Ottocento.

“Trovato l’indizio, ho scoperto che nei siti dell’Ottocento sono stati trovate molte siringhe di questo tipo, di solito realizzate in metallo, vetro, o bachelite, la prima materia plastica della storia. All’epoca molte donne cominciarono a usarle per l’igiene intima o la contraccezione. Negli annunci pubblicitari si usava un linguaggio in codice: le siringhe erano consigliate alle ‘donne sposate – che quindi potevano legittimamente avere rapporti sessuali – e potevano essere usate con una grande varietà di tinture astringenti”.

(Alyssa Loorya, Chrysalis Archaeology)

(Alyssa Loorya, Chrysalis Archaeology)

8. La regina e il suo consigliere

Tra il 1894 e il 1907, durante gli scavi nell’antico sito egiziano di Deir el-Bahri, venne alla luce un frammento molto danneggiato di una statua di pietra calcarea, alto circa mezzo metro e largo 30 centimetri (nelle foto, vista di fronte e di lato). Fu spedito al Museo di Manchester, dove, esaminandone i geroglifici, gli esperti lo attribuirono al periodo del Regno di Mezzo (1975-1640 a. C. circa).

Di recente però, rileggendo i geroglifici, si è scoperta un’intestazione inattesa: “sacerdote di Amun-Userhat”. In tutta la storia egizia, si conosce solo una persona che deteneva quel titolo, un uomo di nome Senenmut, stretto consigliere della regina Hatshepsut, che fu l’unica donna ad ascendere al trono dei faraoni. Il sacerdote era dunque uno degli uomini di stirpe non reale più potenti del Nuovo Regno (1539-1075 a. C. circa).

(Manchester Museum, University of Manchester)

(Manchester Museum, University of Manchester)

9. Dal West al Sud Pacifico

Meriwether Lewis e William Clark, i due grandi esploratori americani dei primi dell’Ottocento, riportarono una collana di artigli d’orso dalla loro spedizione attraverso il continente. L’oggetto fu per la prima volta catalogato dal Peale Museum di Philadelphia e poi, dopo vari passaggi, finì al Peabody Museum dell’Università di Harvard, dove qualcuno gli assegnò un’etichetta sbagliata. Fu riscoperto solo nel 2003 nella sezione dedicata alle isole del Sud Pacifico.

(Peabody Museum, Harvard)

(Peabody Museum, Harvard)

10. Il papiro nella scatola

Una scatola di cartone abbandonata per decenni in un magazzino del Luther College di Decorah, nello Iowa, conteneva nove antichi papiri provenienti dall’Egitto. Solo nel gennaio scorso una studentessa li ha scoperti mentre metteva ordine nelle carte di un professore defunto.

I papiri sono scritti in greco antico e risalgono al periodo tra il I e il V secolo dopo Cristo. In mezzo a una serie di documenti contabili, spicca un raro libellus che risale all’epoca della grande persecuzione dell’imperatore Decio contro i cristiani, intorno al 250 d. C. Un decreto di Decio ordinava a tutti i leali sudditi dell’impero di offrire un sacrificio agli dei, e il libellus era il documento che certificava che il sacrificio era stato compiuto. Il mancato possesso del certificato comportava l’arresto o addirittura la condanna a morte. I cristiani, cui la fede vietava di onorare gli dèi pagani, non potevano ottenere un libellus se non illegalmente.

Il professore che possedeva i papiri aveva insegnato a lungo al college: probabilmente li aveva raccolti durante una spedizione in Egitto nel 1924-25. Le autorità del college hanno annunciato che i documenti saranno restaurati ed esposti; copie digitali saranno messe online a disposizione di tutti gli studiosi.

(Aaron Lurth, Luther College, dalle carte di Orlando W. Qualley)

(Aaron Lurth, Luther College, dalle carte di Orlando W. Qualley)

11. La cartella sbagliata

Un importante documento della Rivoluzione americana ha rischiato di finire nella spazzatura. Era conservato alla Morris Jumel Mansion di New York, un edificio che in origine fu la residenza estiva di un colonnello inglese, poi venne usato dal generale Washington come quartier generale nell’autunno del 1776, e infine trasformato in museo all’inizio del secolo scorso.

Il documento, lungo dodici pagine, è la bozza di un ultimo appello alla riconciliazione indirizzato nel 1775 dal Congresso continentale – l’assemblea dei ribelli delle colonie nordamericane – al popolo britannico. Fu probabilmente donato al museo ai primi del Novecento ma per errore fu archiviato in un fascicolo che conteneva le carte di un medico dell’epoca quotidiana. Negli anni Settanta il fascicolo fu ritenuto poco interessante e destinato alla distruzione, ma per qualche motivo finì nel cassetto  di una scrivania nella soffitta del museo, dove uno stagista l’ha scoperto l’anno scorso.

Il museo ha venduto all’asta il documento, ottenendo ben 912.500 dollari, che in parte saranno destinati alla ristrutturazione della sede. La lettera originale – che fu spedita a re Giorgio III ma non servì a evitare la guerra tra Impero Britannico e coloni americani – è andata perduta.

(Jim Henderson, Wikipedia Commons)

(Jim Henderson, Wikipedia Commons)

National Geographic

 

Le foto delle ville mai viste a Pompei

aprile 6, 2014
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I rossi cinabro e gli ocra intensi delle pareti, le figure raffinate dei quadretti con gli amori di Marte e Venere nella sontuosa casa di Marco Lucrezio Frontone, il fascino dei grandi animali nel lussureggiante giardino della casa di Romolo e Remo, i monumentali spazi della dimora di Trittolemo.

Non solo crolli e degrado per Pompei, che con 2 milioni e mezzo di visitatori (2.457.051) in crescita rispetto all’anno precedente, si conferma anche nel 2013 il tesoro italiano più gettonato dopo il Colosseo. Lo anticipa all’ANSA il ministro della cultura Dario Franceschini, che assicura una svolta di accelerazione per il Grande Progetto di restauri e riqualificazione cofinanziato con i 105 milioni Ue.

Casa di Marco Lucrezio Frontone (ANSA)

Casa di Marco Lucrezio Frontone (ANSA)

“Stiamo lavorando, in sinergia con tutte le parti coinvolte, per superare le emergenze e rispettare la scadenza dei tempi richiesti dall’Unione Europea”, spiega il ministro. E intanto il sito archeologico campano, annuncia Franceschini, si prepara ad incantare il suo pubblico con la riapertura, per Pasqua, di tre delle sue dimore più fastose, scrigni di meraviglie straordinarie e delicatissime, che accoglieranno i visitatori già dall’ingresso principale di Porta Marina.

Mentre il soprintendente Massimo Osanna spiega che si stanno studiando itinerari ‘on demand’ per ogni categoria di turista, dai croceristi mordi e fuggi ai più esigenti in cerca di approfondimenti ed esclusive. E anticipa altre nuove aperture per l’estate, con il restauro del Cave Canem, mosaico icona del sito e la possibilità per i visitatori di riscoprire alcuni ambienti della meravigliosa Casa dei Vettii, da tempo chiusa al pubblico e il cui restauro è previsto dal Grande Progetto Pompei.

In esclusiva per l’ANSA , con le foto della Soprintentendenza Speciale per i Beni Archeologici di Pompei, Ercolano e Stabia, un tour virtuale nelle tre Domus di Marco Lucrezio Frontone, di Romolo e Remo e di Trittolemo che apriranno le porte a Pasqua.

La Domus di Marco Lucrezio Frontone

Casa di Marco Lucrezio Frontone (ANSA)

Casa di Marco Lucrezio Frontone (ANSA)

Casa di Marco Lucrezio Frontone (ANSA)

Casa di Marco Lucrezio Frontone (ANSA)

Casa di Marco Lucrezio Frontone (ANSA)

Casa di Marco Lucrezio Frontone (ANSA)

Casa di Marco Lucrezio Frontone (ANSA)

Casa di Marco Lucrezio Frontone (ANSA)

Casa di Marco Lucrezio Frontone (ANSA)

Casa di Marco Lucrezio Frontone (ANSA)

Casa di Marco Lucrezio Frontone (ANSA)

Casa di Marco Lucrezio Frontone (ANSA)

Casa di Marco Lucrezio Frontone (ANSA)

Casa di Marco Lucrezio Frontone (ANSA)

La Domus di Romolo e Remo

Casa di Romolo e Remo (ANSA)

Casa di Romolo e Remo (ANSA)

Casa di Romolo e Remo (ANSA)

Casa di Romolo e Remo (ANSA)

Casa di Romolo e Remo (ANSA)

Casa di Romolo e Remo (ANSA)

La Domus di Trittolemo

Casa di Trittolemo (ANSA)

Casa di Trittolemo (ANSA)

Casa di Trittolemo (ANSA)

Casa di Trittolemo (ANSA)

Casa di Trittolemo (ANSA)

Casa di Trittolemo (ANSA)

ANSA

Ricomposte due statue colossali del faraone Amenhotep III

aprile 4, 2014

Nel tempio funerario di Amenhotep III, a Luxor in Egitto, gli archeologi hanno rivelato due statue colossali del faraone. Il suo regno (1388 – 1351 a.C. circa) era stato contrassegnato da un periodo di pace e prosperità della civiltà egizia.

“Il mondo finora conosceva i due Colossi di Memnone, ma da oggi conoscerà i quattro Colossi di Amenhotep III”, dice l’archeologa tedesca-armena Hourig Sourouzian, a capo del progetto di conservazione del tempio.

I Colossi di Memnone (Alamy)

I Colossi di Memnone (Alamy)

Le due statue, in quarzite rossa, hanno subito dei gravi danni nel corso dei secoli. Dice Sourouzian: “Le statue sono rimaste in pezzi per secoli nei campi, danneggiate da forze distruttive della natura quali terremoti, acque di irrigazione, sale, usurpazioni e vandalismo”.

Una delle due ‘nuove’ statue – il suo peso è di circa 250 tonnellate – raffigura ancora il faraone seduto, con le mani sulle ginocchia. È alta 11,5 metri, con una base alta 1,5 m e larga 3,6. Gli archeologi dicono che con la doppia corona (ora mancante), la statua in origine avrebbe raggiunto un’altezza di 13,5 m e sarebbe pesata 450 tonnellate. La statua era stata risollevata nel 2012.

(AFP Photo, Khaled Desouki)

(AFP Photo, Khaled Desouki)

(AFP Photo, Khaled Desouki)

(AFP Photo, Khaled Desouki)

Accanto alla sua gamba destra si trova una statua completa di Tiye, la moglie di Amenhotep III.

Manca invece la statua della regina madre Mutemwya, in origine accanto alla sua gamba sinistra.

Il trono è decorato su ogni lato con scene dell’epoca, tra cui l’unificazione dell’Alto e del Basso Egitto.

(AFP Photo, Khaled Desouki)

(AFP Photo, Khaled Desouki)

La seconda statua mostra Amenhotep III in piedi, e si trovava all’ingresso nord del tempio.

(AFP Photo, Khaled Desouki)

(AFP Photo, Khaled Desouki)

Gli archeologi hanno anche mostrato diverse pietre antiche che facevano parte di altre statue dell’antico re e dei suoi parenti, tra cui una testa in alabastro ben conservata di un’altra statua di Amenhotep III .

“Questo pezzo è eccezionale, è raro perché non ci sono molte statue in alabastro nel mondo”, dice Sourouzian.

(AFP, Getty Images)

(AFP, Getty Images)

Vicino alla testa giaceva poi una statua della principessa Iset, la figlia di Amenhotep III.

La principessa Iset (Luxor Times)

La principessa Iset (Luxor Times)

Hourig Sourouzian (AFP Photo, Khaled Desouki)

Hourig Sourouzian (AFP Photo, Khaled Desouki)

AFP

Un tatuaggio dell’arcangelo Michele su una mummia medievale

aprile 2, 2014
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Un tatuaggio cristiano è stato scoperto sulla coscia interna di una donna mummificata in Sudan. Alcune nuove immagini pubblicate dal British Museum mostrano l’antico inchiostro, che risale a 1.300 anni fa.

Il corpo era stato scoperto durante un recente scavo archeologico nel nord del Sudan, lungo le rive del Nilo. Le scansioni TC hanno permesso ai ricercatori di sbirciare sotto la pelle della donna e guardare le sue ossa, mentre le immagini a infrarossi hanno mostrato più chiaramente il tatuaggio.

(Trustees of the British Museum)

(Trustees of the British Museum)

(Trustees of the British Museum)

(Trustees of the British Museum)

(Trustees of the British Museum)

(Trustees of the British Museum)

(Trustees of the British Museum)

(Trustees of the British Museum)

(Trustees of the British Museum)

(Trustees of the British Museum)

I ricercatori del British Museum hanno interpretato il tatuaggio come un monogramma col nome dell’arcangelo Michele, mettendo insieme le antiche lettere greche per ‘Michele’ (M-I-X-A-H-A). Gli archeologi avevano trovato in precedenza questo simbolo nei mosaici e nei manufatti delle chiese, ma mai finora sulla carne umana.

Il curatore Daniel Antoine ha riferito che si tratta di un “ritrovamento molto raro”, la prima prova diretta di un tatuaggio di quel periodo. Antoine non sa però per certo quale fosse lo scopo del tatuaggio, ma l’ipotesi è che fosse una protezione per la donna.

La mummia andrà in mostra al British Museum nell’ambito dell’espozione “Ancient Lives: New Discoveries”.

(Trustees of the British Museum)

La tomba (Sudan Archaeological Research Society)

(Sudan Archaeological Research Society)

Il sito (Sudan Archaeological Research Society)

(Sudan Archaeological Research Society)

(Sudan Archaeological Research Society)

The Telegraph

LiveScience

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