Ricomposto l’elmo di Hallaton
Dopo anni di restauri, l’eccezionale elmo romano da parata scoperto nel 2000 ad Hallaton, in Inghilterra, sta per essere finalmente esposto all’Harborough Museum.
Il raro reperto viene datato intorno al 43 d.C., l’anno dell’invasione di Claudio della Britannia, e per ricomporre le migliaia di frammenti con cui è stato trovato ci sono voluti ben dieci anni.

(Christopher Pledger)
L’elmo è risultato essere fatto di ferro e ricoperto d’argento e in alcune parti di oro. Tra le decorazioni spiccano il busto di una donna e una figura a cavallo – forse un imperatore – che sovrasta un barbaro sotto gli zoccoli del suo cavallo, mentre una vittoria alata gli tiene una corona d’alloro sulla testa.
L’elmo è stato scoperto in uno dei siti più importanti dell’Età del ferro in Gran Bretagna: finora vi sono stati recuperati 333 monete romane, 5.296 monete britanne, gioielli, lingotti, migliaia di ossa di maiale e gli scheletri completi di tre cani.
Il sito sarebbe stato un importante centro religioso per gli abitanti locali, in particolar modo per la tribù dei coritani (o corieltauvi) che lì vivevano. Le ossa di maiale furono sepolte in momenti diversi verso il 30 d.C.: alcune sarebbero resti di grandi feste, mentre altre – sepolte con le articolazioni intatte – costituirebbero un sacrificio agli dei. Il posizionamento accurato dei resti dei cani indicherebbe che i cani furono intenzionalmente uccisi e sepolti a guardia del santuario.
Curiosamente, tra le monete romane vi era anche un denario d’argento del 211 a.C. circa, sepolto ad Hallaton nel 40 o 50 d.C.
Ritrovata una preziosa collana
Quattro metri sotto la base di uno degli edifici cerimoniali più importanti della città precolombiana di Takalik Abaj, in Guatemala, è stata scoperta una splendida collana.
Composta da più di 70 perline di giada, venne prodotta tra il 190 a.C. e il 10 d.C.

(Proyecto Nacional Tak’alik Ab’aj)

(Proyecto Nacional Tak’alik Ab’aj)

(Proyecto Nacional Tak’alik Ab’aj)

(Proyecto Nacional Tak’alik Ab’aj)

(Proyecto Nacional Tak’alik Ab’aj)
Il “primo” sottomarino svelato interamente
Il battello confederato H.L. Hunley, il primo sottomarino al mondo ad essere utilizzato con successo in una guerra, è stato svelato per la prima volta interamente dopo un decennio di conservazione.
Fra non molto sarà ancora visibile al pubblico, ma all’interno di una vasca d’acqua dolce per evitare che si arrugginisca.

(Randall Hill/Reuters )

(Randall Hill/Reuters)
Considerata l’arma invisibile della Confederazione, nel 1863 l’Hunley arrivò nella città di Charleston, che in quel momento era sotto assedio da parte delle truppe e delle navi dell’Unione. Nei mesi successivi affondò due volte dopo incidenti durante le prove in mare, uccidendo 13 membri dell’equipaggio, tra cui Horace Lawson Hunley, costruttore del sottomarino.
Nel febbraio del 1864 un equipaggio riuscì finalmente ad affondare la nave da guerra dell’Unione Housatonic, e sparì dalla zona dopo essere riemersa per mostrare alle truppe di terra un segnale di missione compiuta con una lanterna, che poi è stata ritrovata dagli archeologi ancora a bordo: l’Hunley non fece infatti ritorno alla base, ma affondò a sua volta subito dopo.
Esistevano già dei sottomarini, dice Michael Drews, direttore del Warren Lasch Conservation Center, dove adesso è conservato il sottomarino, ma l’Hunley era tecnologicamente all’avanguardia: “A quell’epoca, la mentalità della guerra navale era, fondamentalmente, che le grandi navi affondavano quelle piccole. Le navi piccole non affondavano le navi grandi. L’Hunley ha rivoluzionato questo concetto”.

(Bruce Smith/AP)
Le pietre di Stonehenge furono trasportate per 250 km
È ufficiale. Gli esperti hanno verificato che le pietre provengono da un sito nel Galles, ma non si sa ancora come vennero trasportate. E spunta l’ipotesi dell’antico ghiacciaio.
L’annuncio ufficiale è arrivato: alcune delle pietre vulcaniche (dette bluestones perché se bagnate diventano blu) dell’anello interno di Stonehenge provengono da un sito nel Galles che si trova a 257 chilometri dal famosissimo sito.

(National Museum of Wales)
Come fecero quindi queste pietre enormi ad arrivare fino alla Piana di Salisbury? Al momento, le teorie più plausibili sono due: trasportate a mano o in parte “via ghiacciaio”.
Nel suo aspetto attuale, il sito di 5.000 anni fa ha un anello esterno di massi di arenaria da 20-30 tonnellate ognuno e un anello interno di blocchi di pietra vulcanica da 3-5 tonnellate ognuno.
I massi esterni più grandi, che compongono il cosiddetto “Cerchio dei Sarsen” sono stati con ogni probabilità estratti da una cava a una distanza che varia dai 32 ai 48 chilometri, nell’odierna Inghilterra, dove l’arenaria è piuttosto comune.
L’origine delle bluestones, invece, è sempre stata un dilemma per gli archeologi; pietre simili, all’analisi microscopica, non sono mai state trovate da nessuna parte nei pressi di Stonehenge, almeno fino a oggi.
E scoprire l’esatta origine delle pietre è fondamentale per capire come fecero gli antichi costruttori del sito a portare così tanti blocchi di pietra così pesanti nella pianura in cui si trova il monumento.
“Non possiamo capire come vennero trasportate queste pietre se non sappiamo da dove provengono”, ha spiegato il coautore dello studio Robert Ixer della University of Leicester.
La fonte delle pietre vicina a un allevamento di pecore
Per circa 20 anni, Ixer e il coautore dello studio Richard Bevins del National Museum of Wales hanno cercato il sito d’origine delle bluestones tra gli affioramenti rocciosi del Galles.
Fino a due anni fa i due studiosi erano convinti che le pietre non potessero provenire dal Galles, visto che tutti i campioni che avevano raccolto in quel paese non corrispondevano a quelli del sito archeologico.
Ma non tutti i campioni raccolti nell’arco di 20 anni erano stati sottoposti a esame microscopico. Perciò, per avere la certezza assoluta, i geologi hanno cominciato a tagliare a fette i loro campioni di roccia avanzati.
Il primissimo che hanno analizzato, un frammento prelevato in Galles 20 anni fa, corrispondeva perfettamente ai bluestones di Stonehenge. I geologi hanno trascorso i due anni successivi paragonando un frammento di bluestone di Stonehenge a quelli degli affioramenti attorno al Galles.
“Abbiamo fatto un gran numero di controlli, ma non abbiamo trovato nulla che si avvicinasse neanche lontanamente”, dice Ixer.
L’affioramento roccioso confermato dall’analisi dei due studiosi si chiama Craig Rhos-y-Felin, che si trova su un terreno privato in cui vengono allevate pecore.
Il prossimo passo: la ricerca di tracce di utensili
La nuova scoperta lascia due teorie fondamentali sul modo in cui le pietre sono giunte fino alla Piana di Salisbury.
Gli esseri umani potrebbero aver estratto le pietre dal sito e averle trascinate su zattere di legno. Oppure un gigantesco ghiacciaio può aver causato lo staccamento delle pietre e può averle trascinate sul ghiaccio per circa 160 chilometri in direzione di Stonehenge; a quel punto, gli esseri umani li avrebbero trascinati a mano per il resto del percorso.
Ma se l’estrazione delle pietre è stato realizzato da esseri umani, gli archeologi potrebbero individuare i segni degli utensili usati per cavare le pietre, o altre prove simili. Certo che se non vi è alcuna traccia di scavi, potrebbe prendere il sopravvento la teoria del ghiacciaio.
“Se trovassimo una cava”, dice Ixer, “sapremmo per certo che fu l’uomo a estrarre le pietre”.
Ma l’ultima parola, sottolinea Ixer, non sta ai geologi come lui: “Non ho mai scommesso in vita mia, e non ho intenzione di cominciare adesso”, dice. “Abbiamo bisogno di archeologi. Se loro riescono a dimostrare che le pietre furono estratte dall’uomo, significherebbe che furono anche trasportate dall’uomo”.
Decifrata un’antica maledizione contro un fruttivendolo
Lo studioso Alexander Hollmann dell’Università di Washington ha tradotto un’antica maledizione scritta 1.700 anni fa sui lati di una sottile tavoletta di piombo: essa doveva affliggere non un re o faraone, ma un semplice fruttivendolo nella città di Antiochia.
Scritta in greco, la maledizione chiedeva a Iao (la forma greca per Yahweh, il Dio dell’Antico Testamento) di tormentare un fruttivendolo di nome Babylas. La tavoletta elenca anche il nome di sua madre Dionysia, “nota anche come Hesykhia”.

(Alexander Hollmann)

(Alexander Hollmann)
“O Iao che scagli lampi e tuoni, colpisci, lega Babylas il fruttivendolo”, recita l’inizio della maledizione. “Come colpisci il carro del Faraone, così colpisci l’offensività (offensiveness) di Babylas“.
È inoltre possibile che il fruttivendolo fosse cristiano: “Esiste un vescovo di Antiochia molto importante chiamato Babylas che è stato uno dei primi martiri”, ha detto Hollmann.
L’uso di metafore prese del Vecchio Testamento aveva inizialmente suggerito a Hollmann che chi scrisse la maledizione fosse ebreo. Ma dopo aver studiato altri antichi incantesimi magici che utilizzano le metafore, si è reso conto che la cosa potrebbe non essere così scontata: “Non credo che ci sia necessariamente un collegamento con la comunità ebraica”, ha detto. “La magia greca e romana a volte inseriva testi ebraici senza comprenderli molto bene”.
Oltre all’utilizzo di Iao (Yahweh) e al riferimento alla storia dell’Esodo, la tavoletta cita anche la storia dei primogeniti d’Egitto: “O Iao che scagli lampi e tuoni, come uccidi i primogeniti d’Egitto, uccidi il suo [bestiame?] tanto quanto…” (La parte successiva è perduta).
“Potrebbe essere semplicemente che l’Antico Testamento è un testo potente, e la magia ama utilizzare testi e nomi potenti”, ha spiegato Hollmann. “Questo è ciò che fa funzionare la magia o fa credere alle persone che funzioni”.
Il manufatto, che ora si trova al Princeton University Art Museum, era stato scoperto negli anni ’30 ma finora non era stato completamente tradotto. La traduzione dettagliata è stata pubblicata sulla rivista Zeitschrift für Papyrologie und Epigraphik.
Scoperta una nuova tomba nella valle dei Re
Un team di archeologi dell’Università di Basilea ha scoperto una tomba intatta di quasi 3.000 anni fa nella valle dei Re, in Egitto.
Stando a un’iscrizione trovata sul sarcofago, la donna – Nehmes Bastet – sarebbe stata una cantante presso il Complesso templare di Karnak durante la 22′ dinastia (945 – 712 a.C. circa).

(AFP)
Secondo Elina Paulin-Grothe, che dirige lo scavo, la tomba non era stata però costruita appositamente per la cantante, ma era stata riutilizzata da questa 400 anni dopo la sepoltura originaria.
Esistono altre tombe non di reali nella valle dei Re, ha detto il prof Bickel, e in gran parte risalgono alla 18′ dinastia (1500 – 1400 a.C.).
La scoperta è importante perché “dimostra che la Valle dei Re era anche utilizzata per la sepoltura di persone e sacerdoti comuni della 22′ dinastia”, ha spiegato il ministro delle antichità Mohammed Ibrahim.
Questa tomba è solo la seconda rinvenuta nella Valle dei Re dopo la scoperta di Tutankhamon nel 1922, ed è stata classificata come KV64. Fa parte di un gruppo di tombe senza alcuna decorazione parietale rinvenute vicino alla tomba reale di Thutmose III.
Una tomba scoperta nel 2006, nota come KV63, conteneva sette bare ma in nessuna di esse vi erano mummie – sembra che venisse usata come deposito.
Offerte rituali alla base della Piramide del Sole
Gli archeologi al lavoro presso la Piramide del Sole, in Messico, hanno scoperto delle offerte rituali alla base dell’edificio: forse furono portate per consacrare l’inizio della costruzione del più grande monumento della città di Teotihuacan, verso il 50 d.C.
Le offerte includono ossa animali, piccoli coltelli, numerosi pezzi di ossidiana tra cui proiettili, 11 vasi di terracotta cerimoniali dedicato al dio della pioggia e della fertilità Tlaloc, e 3 sculture di visi umani. Una di queste è così dettagliata da sembrare un ritratto. Accanto vi era una conchiglia.

(Mauricio Marat/INAH)
Gli esperti dell’Istituto Nazionale di Antropologia e Storia del Messico (INAH) hanno seguito un vecchio tunnel scavato attraverso la piramide dall’archeologo Eduardo Noguera negli anni ’30 che sfiora la base della piramide. A partire da questo hanno poi scavato piccoli condotti esplorativi.

La Piramide del Sole (Mauricio Marat/INAH)
Un sigillo rituale del Secondo Tempio
Gli scavi condotti presso l’angolo sud-occidentale del Monte del Tempio hanno portato al ritrovamento di un curioso sigillo di terracotta.
L’oggetto, utilizzato nel I secolo, all’epoca del Secondo Tempio, potrebbe essere collegato ad atività rituali. Reca un’iscrizione in aramaico che secondo gli archeologi significa “Puro per Dio”.

(Autorità Israeliana delle Antichità)
Sembra che l’oggetto venisse utilizzato per “segnare” i prodotti o gli oggetti che venivano portati al Tempio, che dovevano essere assolutamente puri.
La sua funzione potrebbe essere quella descritta nella Mishnah (Tractate Shekalim 5: 1-5), che racconta delle procedure di amministrazione sul Monte del Tempio: “Chiunque abbia richiesto libagioni vada da Yohanan, che gestisce i sigilli (stamp), gli dia [la giusta quantità di] soldi e riceva un sigillo da lui in ritorno. Si vada poi da Ahiyah, che gestisce le libagioni, gli si dia il sigillo e riceva le libagioni da lui”.

(Autorità Israeliana delle Antichità)

(Autorità Israeliana delle Antichità)
Cinque relitti nel centro di Stoccolma
Cinque relitti di navi datate tra il 1500 e il 1700 sono stati trovati durante i lavori di ristrutturazione di un molo nel centro di Stoccolma.
Il luogo è proprio fuori il Grand Hotel, una destinazione popolare per i turisti in visita nella capitale svedese.

(Sjöhistoriska museet)

(Sjöhistoriska museet)
“Le scoperte gettano luce su diverse epoche della storia della città e sul cantiere navale dove, tra le altre, venne costruita la nave da guerra reale Vasa”, dicono dal Museo Marittimo di Stoccolma, lo Sjöhistoriska Museet.
Le navi sono in buone condizioni e alcune di loro misurano 20 metri di lunghezza. Non si sa come e perché siano affondate.

(Sjöhistoriska museet)

(Sjöhistoriska museet)
L’anno scorso la Svezia ha celebrato il 50° anniversario del recupero del Vasa, il galeone gioiello della marina svedese che però affondò in pochi minuti durante il suo viaggio inaugurale nel 1628. Ospitato in un museo di Stoccolma costruito appositamente, il Museo Vasa, è la più grande attrazione turistica in Svezia.

La poppa del Vasa (wikipedia)
Non tutti i miti greci sono antichi. Nelle città rurali e nei villaggi, dove a volte si trovano oggetti di ceramica di migliaia di anni fa, pastori e agricoltori raccontano delle storie simili tra di loro.
Parlano di una scrofa d’oro sepolta con i suoi sette porcellini d’oro (che hanno fatto diventare ricco un contadino povero), oppure di tesori di monete custoditi da draghi dai tempi di Alessandro Magno o degli imperatori bizantini, o ancora di un bottino d’oro lasciato dagli ufficiali nazisti in fuga o da un pascià turco morto da tempo. Tutto quello che serve, dicono, è un ‘colpo di pala’ fortunato.
Leggende come queste hanno ripreso vita nella Grecia paralizzata dai debiti.
I due anni di austerità – con stipendi sempre più ridotti, aumento delle tasse e disoccupazione record – hanno spinto sempre più greci a trovare conforto nei racconti di ricchezze sepolte, per lo più degli ultimi due secoli.
“Prima c’erano solo un paio di gruppi di persone che si conoscevano tutte, ora ci lavorano tutti”, dice il cacciatore amatoriale di tesori George. “Portano le mappe, danno consigli, ma solitamente nessuno trova nulla. La crisi ha spinto molte persone a cercare una manna dal cielo”. George parla di almeno dieci scavi illegali nei mesi scorsi attorno Grevena, una cittadina agricola di 10.000 abitanti nella parte occidentale della Macedonia.
Un tunnel di 15 metri scavato in una collina appena fuori Grevena, che conteneva ancora un piccone e una maschera, testimonia gli sforzi infruttuosi dei cinque uomini arrestati dalla polizia giorni fa. Le autorità hanno detto gli uomini, tutti sui 40 anni, avevano utilizzato attrezzi agricoli, un generatore e carretti a mano per scavare il tunnel, il cui ingresso era mimetizzato con un vecchio tappeto. “Hanno detto che un vecchio aveva mostrato loro il posto, sostenendo c’era tesoro c’era un tesoro, ma senza specificare esattamente quello che cercavano”, ha detto il capo della polizia di Grevena Theophilos Soultis.

Gli operai riempono una buca lasciata dai cercatori d'oro a Pentalofo (AP Photo/Nikolas Giakoumidis)
Anche a Salonicco, la seconda città più grande della Grecia, la leggenda metropolitana vuole che i lavori di costruzione sul sito di una vecchia casa turca abbiano portato al ritrovamento di casse di monete d’oro – facendo sì che i camionisti portassero il loro carico di terra in discarica per setacciarlo prima.
Il loro lavoro è stato però inutile.
Mappe di presunti tesori vengono venduti per migliaia di euro, ma spesso sono dei semplici falsi. Una di queste mappe ha ispirato sette persone a calarsi in un pozzo profondo 11 metri vicino a una cava abbandonata a Pentalofo, 25 chilometri a nord di Salonicco. Nonostante abbiano provato a farlo solo dopo il tramonto, sono stati arrestati e rischiano fino a cinque anni di carcere se condannati per aver svolto uno scavo illegale.
“Ci sono un sacco di persone che cercano nel nostro territorio, perché i tedeschi sfruttarono la cava durante la guerra e molti credono che abbiano lasciato dell’oro alle spalle”, ha detto il vicesindaco Giorgos Lazaridis. “Girano un sacco di voci, alcuni dicono che dell’oro sia stato trovato, ma nulla può essere confermato”, ha detto, aggiungendo che un gruppo di archeologi aveva ottenuto un permesso legale per scavare anni fa ma non trovò nulla.
Un progetto simile è in corso sulle colline di Varvara, nella penisola Calcidica, 110 chilometri ad est di Salonicco: “Sono alla ricerca dell’oro [...] Dicono che ce ne siano tonnellate e che sia stato nascosto da una banda mentre combatteva i turchi nel 1860-70, quando furono intrappolati durante un’imboscata”, dice il funzionario comunale Stergios Goutsios, che sta monitorando lo scavo.
Tali ‘cacce’ legittime, che richiedono un gran numero di permessi ufficiali, sono state effettuate in tutta la Grecia negli ultimi anni, con la supervisione degli archeologi dello stato e della polizia. “Chiunque pensa di avere informazioni su tesori sepolti ha il diritto di cercarla, a condizione che obbedisca alla legge”, ha dichiarato Giorgos Dimitrainas, ricercatore universitario di diritto presso l’Università della Tracia. “La loro quota sui reperti è determinata dalle decisioni ministeriali”.
Per i cercatori di tesori, però, questo non è un deterrente sufficiente: “Le persone che cercano l’oro sono dei maniaci, non mollano mai finché non trovano qualcosa”, dice un altro ex cacciatore di tesori, Panagiotis, di 34 anni. “È come il gioco d’azzardo”.
Un sacrificio di massa a Las Ventanas
Nei pressi di una piramide pre-incaica in Perù gli archeologi stanno iniziando a portare alla luce quello che sembra un sacrificio di massa a scopo rituale, con numerose vittime decapitate e teste di uomini e animali.
I primi corpi hanno iniziato a emergere dagli scavi condotti nella fossa di 15 metri per 15 nei pressi dell’antica piramide di Huaca Las Ventanas lo scorso agosto, e altri ne stanno tornando alla luce.

(A. Bryce)
La piramide fa parte del sito di Sicán, la capitale della civiltà Lambayeque – una popolazione anche nota come Sicán, che governò la costa settentrionale del Perù dal 900 al 1100 d.C. circa.
Nella fossa giacciono probabilmente oltre un centinaio di corpi sepolti nudi, alcuni dei quali senza testa, afferma Haagen Klaus, un bioarcheologo della Utah Valley University di Orem che sta studiando i ritrovamenti.
I corpi appartengono perlopiù a maschi adulti, fatta eccezione per due bambini entrambi accompagnati da quella che sembra essere una femmina adulta.
Nonostante l’impressionante numero dei corpi trovati nella fossa, i Sicán non erano un popolo bellicoso, sottolinea Klaus. La loro cultura produsse un’economia basata sugli scambi commerciali, grazie ai quali costruirono un impero che raggiunse il suo culmine attorno all’anno 1000 e che si diffuse per migliaia di chilometri fra quelli che oggi sono Ecuador e Peru.
Tutti i defunti nella fossa, secondo lo studioso, apparterrebbero a membri delle comunità locali che volontariamente parteciparono a un rito che celebrava la morte come mezzo affinché nuova vita si affacciasse sul mondo.
“Sicán era un sito sacro, e qui sembra che abbiano avuto luogo solo i più importanti riti religiosi che riguardavano gli antenati”, spiega. “Quella di riti sacrificali di massa sembra essere l’ipotesi più plausibile. Tuttavia, quello che vediamo qui non assomiglia a nulla a quanto osservato in precedenza perché è qualcosa a metà tra la sepoltura rituale e il sacrificio”.
Corpi e teste sepolti a parte
A differenza di altri corpi trovati sepolti a Sicán, in questo caso non c’è uno schema riconoscibile nella loro disposizione nella fossa, dice José Pinilla, responsabile degli scavi e condirettore del progetto con Carlos Elera, direttore del Museo Nazionale di Sicán.
“Vi è un’estrema variabilità nella posizione dei corpi, alcuni sono disposti accuratamente, altri sono gettati a casaccio”, sottolinea Pinilla.
Ad esempio, uno dei corpi è stato trovato in una sorta di birrificio ai margini della fossa sacrificale. I resti erano stati accuratamente ripiegati e disposti a faccia in giù in cima a un recipiente di ceramica alto 1,3 metri che serviva per preparare e servire la chicha, birra di mais servita comunemente ai funerali in tutte le Ande.
La posizione del “birrificio” ai margini della fossa sembra suggerire che i Sicán tenessero un solenne festino funebre nel quale grandi quantità di chicha venivano consumate dai vivi e offerte ai morti.
Alcuni dei corpi erano decapitati, e almeno una ventina di teste staccate erano sepolte a parte in una fossa più piccola all’interno del sito. Tuttavia, una connessione diretta tra corpi decapitati e le teste sepolte non è stata ancora stabilita.
“Analizzeremo presto in laboratorio eventuali segni di taglio o altre tracce di trauma violento che potrebbero indicare se queste teste erano effettivamente state appena decapitate oppure no”, dice Klaus.
Nella fossa, oltre alle teste umane, sono state rinvenute teste in ceramica che rappresentano divinità dei Sicán, e tazze per bere la chicha anche queste decorate con teste; inoltre, vi erano frammenti di teste in ceramica che raffiguravano lama, puma, scimmie, tartarughe, orsi ed esseri umani.
“Quando un vaso di ceramica o una bottiglia si rompe accidentalmente, lo schema della rottura non è regolare. Quello cui assistiamo qui invece è una rottura sistematica e ripetitiva di tutti questi oggetti”, racconta Klaus.
“Assistiamo alla distruzione di tutte le rappresentazioni delle teste di questi vari animali, delle persone o delle stesse divinità dei Sicán. E in uno strato parallelo abbiamo una quantità di persone che sembrano essere anch’esse state decapitate come forma di offerta”.
Secondo le indicazioni fornite dai diversi stili di vasellame, i corpi sono stati sepolti qui nel corso di tre eventi rituali verificatisi tra il 900 e il 1100 d.C.
I primi due eventi riguardarono la sepoltura dei corpi; il terzo invece fu la riapertura della fossa, durante la quale “gli scheletri vennero alterati, mossi, risistemati, o comunque manipolati”, spiega Pinilla. “E fu in questa occasione che si creò la fossa delle teste e lunghe ossa scelte con cura, come omeri e femori, vennero disposti in tutta l’area”.
Un’altra tomba più profonda?
Gli archeologi sospettano che la fossa con i sacrifici costituisse un elaborato rituale in onore della sepoltura di un importante signore di Sicán, la cui tomba, ancora da scoprire, potrebbe trovarsi sotto la fossa stessa.
“Nel punto più profondo di alcuni nostri test di scavo abbiamo trovato uno strato argilloso artificiale estremamente duro. È un tipo di materiale molto simile a quello che gli antichi Sicán ponevano all’imboccatura delle tombe di alcuni dei loro sovrani”, dice Elera. Inoltre, aggiunge, alcuni resoconti degli anni Sessanta forniti da saccheggiatori di una piramide più piccola a est di Huaca Las Ventanas “raccontavano proprio della presenza di molti scheletri prima di poter raggiungere la tomba che intendevano depredare”.
Lo scorso luglio nel sito era stata scoperta la sepoltura di un uomo completa di maschera e copricapo “caratteristici dei nobili della cultura Sicán”.
I cavalieri medievali avrebbero potuto soffrire di DPTS
Nei film i cavalieri medievali sono ritratti come eroi coraggiosi e leali che si battono fino alla morte senza paura o rimpianti. In realtà, le vite dei cavalieri erano stressanti almeno quanto quelle dei soldati moderni.
Spesso erano esausti, malnutriti e privati del sonno. Dormivano all’aperto su terreni duri, completamente esposti a qualunque condizione atmosferica. E le loro vite erano piene di orrore e massacri in quanto uccidevano regolarmente altri uomini e vedevano i loro amici morire.
Secondo un nuovo studio di testi antichi, di fronte a una vita di combattimenti i cavalieri medievali a volte lottavano con disperazione, paura, impotenza e delusione. Alcuni avrebbero anche sofferto di stress post-traumatico o altri disturbi correlati, proprio come succede ai soldati di oggi.
La ricerca del danese Thomas Heebøll-Holm, storico medievale presso l’Università di Copenaghen, si sforza di aggiungere una dose di umanità alla nostra comprensione dei cavalieri, che sono spesso considerati freddi assassini senza cuore.

(Getty Images)
“Come medievalista, è un po’ irritante sentir dire che il Medioevo era solo popolato da delinquenti stupidi e brutali che non facevano altro che guerre”, ha detto Heebøll-Holm. “Io ho un’immagine ‘sfumata’ degli esseri umani che vivevano nel passato. Erano persone come voi e me, per quanto ne sappiamo”.
Dalla guerra in Vietnam c’è stata una crescente consapevolezza che il terrore della battaglia, le torture, il terrorismo e altre esperienze orribili possono provocare un tipo di grave stress psicologico ora conosciuto come disturbo post traumatico da stress (DPTS). Per essere diagnosticato, le persone devono soffrire di stress intenso e incontrollabile per almeno un mese dopo un evento terribile. I sintomi possono includere flashback, incubi, depressione e iperattività.
Visto che i cavalieri medievali affrontavano forse ancora più difficoltà dei soldati moderni, Heebøll-Holm ha provato a cercare nei testi antichi i riferimenti ai traumi dei guerrieri, trovandoli in particolare in tre testi scritti nel 14′ secolo da Goffredo di Charny, cavaliere francese oltre che diplomatico e consigliere di fiducia di re Giovanni II.
Nessuno sa con certezza perché Charny abbia scritto quei documenti, tra cui il “Libro sulla cavalleria” e “Domande sulla Giostra, i Tornei e la Guerra”. La teoria più popolare è che facevano parte di un tentativo di creare un programma ideologico per l’ordine cavalleresco reale francese che avrebbe potuto competere con l’equivalente britannico.
Anche se molti di questi testi erano già stati accuratamente analizzati, Heebøll-Holm è stato il primo a studiarle attraverso le lenti della moderna psicologia militare. E nonostante sia difficile comprendere del tutto una cultura così diversa (e molto più religiosa) della nostra, lo studioso ha trovato un certo numero di esempi che suggerirebbero almeno potenzialmente dei traumi nei cavalieri medievali.
Tra i suoi scritti, ad esempio, Charny ha scritto:
“In questa professione si deve sopportare il caldo, la fame e il lavoro duro, si dorme poco e spesso si fa la sentinella. Ed essere esausti e dormire scomodamente a terra solo per essere bruscamente risvegliati. E non potrete cambiare la situazione. Avrete spesso paura nel vedere i nemici venire verso di voi con le lance abbassate per trafiggervi e con le spade sguainate per tagliarvi. Le frecce ti arrivano addosso e non sai quale sia il modo migliore per proteggersi. Vedi le persone uccidersi a vicenda, fuggendo, morendo e venendo fatta prigioniera, e vedi i corpi dei tuoi amici morti proprio di fronte a te. Ma il tuo cavallo non è morto, e grazie alla sua velocità vigorosa si può sfuggire in disonore. Ma se rimani, vinci l’eterno onore. Non è un grande martire chi fa un lavoro del genere?”
Charny non mostrava segni di instabilità, dice Heebøll-Holm, ma esprimeva ripetutamente preoccupazione per la salute mentale di altri cavalieri. E non c’è dubbio che i cavalieri medievali soffrissero molto, ha detto Richard Kaeuper, storico medievale presso l’Università di Rochester di New York, che ha tradotto e scritto molto sul “Libro sulla Cavalleria” di Charny.
I racconti di quel periodo includono tutti i tipi di dettagli raccapriccianti, dice Kaeuper. Molti raccontano di guerrieri che vomitano sangue o tengono le loro interiora con le mani. Uno parla di un cavaliere castigliano che al suo primo combattimento viene infilzato al naso con una freccia. Un altro racconta di un combattente a cui viene squarciata la bocca con un fendente di spada. Più volte ci sono riferimenti a cibo cattivo, condizioni difficili e lotte incessanti.
Dopo così tanti secoli, però, può essere difficile interpretare testi antichi, dice Kaeuper, affascinato dalla teoria Heebøll-Holm. Parte del problema è che i cavalieri non si sono mai psicoanalizzati, almeno non su carta. Offrivano invece consigli ad altri cavalieri su come agire nelle varie situazioni o semplicemente raccontavano gli eventi.
Una delle maggiori differenze tra oggi e allora, ha aggiunto Kaeuper, è che i cavalieri medievali di solito nascevano nel loro ordine nobiliare d’elite, e venivano addestrati fin da piccoli a considerarsi guerrieri che combattevano per la Cristianità. I soldati moderni, invece, spesso lasciano una vita molto comoda per una piena di violenze e traumi.
I cavalieri “non erano civili improvvisamente [buttati in questo mondo]“, ha detto Kaeuper. “Penso che ciò faccia la differenza”.
ps: Ultimamente ho avuto poco tempo per aggiornare il blog. Le notizie riprendono regolarmente, grazie.







