Non tutti sanno che nel 2010, sul sito di Ground Zero, là dove ora campeggia una nuovissima Freedom Tower, erano stati ritrovati i resti di un’antica nave sotterrata, la cui presenza in quei luoghi è stata per molto tempo un vero e proprio mistero. Oggi alcuni studi gettano una nuova luce su quella scoperta, spiegando, almeno in parte, la sua provenienza.
Statue a grandezza umana e basi di colonne di un tempio dedicato al dio tutelare della città sono state scoperte nella regione del Kurdistan iracheno, nel presunto sito di Musasir.
Le scoperte risalgono a oltre 2.500 anni fa, all’Età del Ferro, un periodo nel quale diversi gruppi – come Urartiani, Assiri e Sciti – si contendevano la supremazia dell’odierno Iraq settentrionale.
“Non ho fatto scavi, solo dei sondaggi archeologici – gli abitanti hanno scoperto questi materiali per caso”, dice Dlshad Marf Zamua, dottorato all’Università di Leiden, che lavora su questi siti dal 2005.
L’analisi dei denti consente ai ricercatori di raccogliere informazioni illuminanti e spesso curiose sui nostri progenitori. Dopo la scoperta che i Neandertal usavano rudimentali stuzzicadenti, ecco che uno studio, realizzato anche da ricercatori italiani, prova che gli abitanti del Sudan di 2.000 anni fa usavano una pianta infestante per combattere con successo la carie.
Un giovane uomo sepolto nell’antico cimitero di Al Khiday, in Sudan. Indossava gioielli fatti di perline (Donatella Usai, CSSeS)
Un nuovo studio ha rivelato che i misteriosi fossati circolari, quadrati e dritti, sparsi per tutta l’Amazzonia brasiliana e boliviana, furono creati prima della formazione della foresta pluviale. Queste strutture fatte dall’uomo rimangono mistero: potrebbero essere state usate per difesa, drenaggio, o forse motivi religiosi o cerimoniali.
La nuova ricerca evidenzia inoltre un’altra questione molto importante: se e quanto i popoli preistorici alterarono il paesaggio dell’Amazzonia prima dell’arrivo degli europei.
“Le persone hanno avuto un impatto sul sistema climatico globale attraverso l’uso della terra non solo negli ultimi 200-300 anni, ma per migliaia di anni”, dice l’autore dello studio John Francis Carson, ricercatore all’Università di Reading.
Un fossato circolare vicino a Laguna Granja, in Bolivia (Heiko Prumers)
A Roma, due nuovi ambienti sono stati scavati alla Crypta Balbi, rivelando una fullonica (una sorta di lavanderia) e un sacello (un recinto sacro con altare) dedicato a divinità greche e orientali.
Questi ultimi risultati ampliano ulteriormente il percorso archeologico del quartiere antico addossato all’esedra della Crypta Balbi, nato nel II sec. d.C. e che si conferma brulicante di vita e attività commerciali fino ai primi anni del VII secolo d.C.
Una parete dipinta, databile a circa 4.300 anni fa, è stata scoperta dai ricercatori in una tomba posizionata a soli 300 metri dalla Grande Piramide di Giza.
L’opera ritrae scene di vita quotidiana, con barche che navigano nel Nilo, uomini a caccia di uccelli e un uomo, il cui nome è Perseneb, ritratto con la moglie e il cane. La tomba nella quale è stato ritrovato il dipinto fa parte di un gruppo di sepolture destinate a personaggi di vari ranghi sociali, appartenenti all’Antico Regno d’Egitto (tra il 2.649 e il 2.150 a.C.), coeve delle piramidi di Giza.
Ambienti residenziali e spazi sepolcrali sono riemersi al Parco dei Ravennati, l’area compresa fra gli Scavi di Ostia Antica e l’adiacente Castello di Giulio II.
La campagna di scavo, iniziata a giugno con 30 studenti di archeologia provenienti da tutto il mondo, ha individuato ambienti domestici di fine IV secolo caratterizzati da uno straordinario pavimento in opus sectile (in parte emerso nella campagna di scavi del 2013), e coloratissimi marmi policromi che definiscono precise forme geometriche.
Durante una campagna di scavi nel sito archeologico messicano di El fin del mundo, gli archeologi hanno riportato alla luce i resti di due gonfoteridi, animali estinti simili agli attuali elefanti, accanto ad alcune punte di lancia risalenti a più di 13 mila anni fa.
(Vance Holliday)
Gli abitanti del sito, che si trova nel deserto di Sonora, appartenevano alla cultura Clovis, la prima civiltà del Nuovo Mondo. Grazie a questa nuova scoperta gli studiosi possono affermare con certezza che i primi americani cacciavano anche questi antichi mammiferi proboscidati, di dimensioni comparabili a quelle degli attuali elefanti ma dotati di ben quattro zanne.
Non è solo la dimensione delle prede a incuriosire gli scienziati, ma anche l’età degli avanzi. El fin del mundo è uno dei più antichi siti Clovis, e anche uno dei più meridionali, spiega Vance Holliday, archeologo della University of Arizona e coautore dello studio pubblicato su Proceedings of the National Academy of Sciences.
Queste sculture, prodotte dall’artista messicano Sergio de la Rpsa, mostrano tre ‘antenati’ degli elefanti (da sinistra): il mastodonte, il mammut e un gonfoteride (qui una specie senza le quattro zanne) (Sergio de la Rosa)
Lo scorso 23 aprile, a soli 150 metri dal tempio di Seti I di Abydos, in Egitto, la Polizia per il Turismo e le Antichità è riuscita a scoprire e ad arrestare alcuni tombaroli che stavano effettuando uno scavo illegale.
Sotto la direzione di Gamal Abd El Nasseer, gli archeologi hanno identificato una cappella funeraria in pietra calcarea. Le iscrizioni citano i titoli di Nebhepetre Mentuhotep II (regnante dal 2046 al 1995 a.C.), faraone dell’XI Dinastia, il primo del Medio Regno.
È rimasto là, in fondo al mare, per oltre duemila anni, fino a quando il sonar di Guido Gay non l’ha individuato, il 22 giugno scorso. Venti miglia a sud ovest dell’Isola del Tino, c’è un relitto romano del II secolo a.C., che giace a 500 metri di profondità con tutti i suoi tesori.
«Anfore a centinaia — dichiara Gay — dell’età Repubblicana, che testimoniano i traffici commerciali tra la Francia, la Spagna e Roma che importava da quelle zone dell’Impero, il vino e la salsa di pesce».
1564: nel corso del secondo giorno di una violenta battaglia navale, una nave da guerra si trasformò in una palla di fuoco e colò a picco, consegnando per sempre centinaia di marinai svedesi e tedeschi ai fondali del Mar Baltico insieme a un’immensa fortuna in monete d’oro e d’argento. La leggenda narra che uno spettro salisse dalle viscere dell’inferno per sorvegliare che la nave – orgoglio della marina svedese – non venisse scoperta.
Cacciatori di tesori, archeologi e appassionati di storia hanno cercato la Mars per anni senza successo. Fino alla primavera del 2011, quando un gruppo di sub localizzò a 75 metri di profondità i resti del vascello, in quella che presto si confermò essere una delle più grandi scoperte dell’archeologia marittima.
La Marte oggi, sul fondale del mar Baltico, dove affondò nel 1564. Il sommozzatore che si vede in alto a destra dà un’idea delle dimensioni del relitto (Tomasz Stachura, Ocean Discovery)(Ingemar Lundgren/Ocean Discovery)
Un team di archeologi coordinato dal Centro Archeologico Italiano-egiziano, con le Università di Padova e Siena ed in collaborazione con il ministero dell’Antichità egiziane, ha scoperto i resti di una città sepolta sotto il limo del Nilo nella regione di Beheira. Il progetto sotto la direzione del professor Mohamed Kenawi, Cristina Mondin, Giorgia Marchiori e con la direzione scientifica dei Prof. E. Papi e P. Zanovello, è stata finanziata in parte dal National Geographic/Waitt grants program.
La campagna di ricerca si è svolta a circa 25 km a sud della città di Rosetta, la città dove venne rinvenuta la celebre “stele” che ha permesso di decifrare l’antica lingua egiziana, e 16 km a nord di Damanhur (Hermopolis Parva), nell’area archeologica di Kom Wasit.