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Un sub pentito rivela un carico romano in Sardegna

giugno 25, 2016
(La Nuova Sardegna)

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Bellissimi marmi con decorazioni finissime che avrebbero dovuto adornare le ville patrizie e gli edifici di culto della Roma Imperiale, i resti di un’ancora, una stupenda parte di un elmo, pesi in piombo, numerosi cocci di anfore e vasellame e anche ossa umane. Oltre 140 pezzi antichissimi di valore inestimabile sistemati all’interno di quattro cassette di plastica, di quelle utilizzate per la frutta, abbandonate in un punto nascosto, ai piedi di una grossa quercia, nelle campagne di San Giovanni, frazione del comune di Posada in Sardegna.

A trovarle è stato il sindaco di Posada Roberto Tola, andato sul posto insieme a due agenti della polizia municipale del paese. «A indirizzarci in quel tratto di campagna sperduto è stata una fonte confidenziale – ha spiegato il sindaco a La Nuova Sardegna –. In forma anonima ci ha segnalato che qui a San Giovanni avremmo ritrovato oggetti che lui aveva trovato in mare e che gli sembrava giusto restituire al Comune».

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A ritrovare quella che dovrebbe essere solo una piccola parte del carico di una nave di epoca romana affondata qualche migliaio di anni fa davanti alle coste di Posada è stato un subacqueo pentito che, dopo un certosino lavoro di recupero, si è reso conto di aver portato alla luce oggetti di valore inestimabile e ha così deciso di restituirli per non correre il rischio di passare grossi guai. Preoccupato delle conseguenze penali alle quali sarebbe andato incontro se fosse stato scoperto.

«Mi è stato riferito, sempre da fonte confidenziale – ha continuato il sindaco di Posada – che chi aveva trovato i reperti riteneva giusto che tornassero nella disponibilità della comunità per poterli valorizzare al meglio».

Subito dopo aver recuperato le quattro cassette, Roberto Tola ha provveduto ad avvisare della scoperta la Soprintendenza ai beni archeologici della Sardegna. Poco prima delle 14, a Posada è arrivato l’archeologo Antonio Sanciu, funzionario responsabile della Soprintendenza per le province di Sassari e Nuoro. Da una prima sommaria valutazione, l’archeologo avrebbe stabilito che quasi tutti i reperti sarebbero dell’Età imperiale romana, dei primi secoli dopo Cristo.

Gli oggetti sono quindi rimasti in acqua per qualche migliaio di anni prima di rivedere la luce. La scoperta ha un valore ancora più grande, secondo una prima stima del Soprintendente, perché tra i reperti ci sarebbero dei “pezzi” che l’archeologo Antonio Sanciu non ha esitato a definire “eccezionali”. I reperti più preziosi e più rari sarebbero i marmi finemente lavorati.

In attesa di essere catalogati e datati dagli esperti della Soprintendenza, i reperti verranno custoditi in una sala protetta della Casa delle dame, dove una volta ultimata la catalogazione, il sindaco Roberto Tola spera di poterli esporre al pubblico.

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Ancora non si sa se il carico fosse destinato all’antico caricatoio nei pressi della torre di San Giovanni o di passaggio davanti alla costa quando si è adagiato nel fondale sabbioso che ricoprendolo lo ha restituito.

In attesa di ulteriori accertamenti da parte della Soprintendenza, non si sa nemmeno se a depositare la preziosa merce sul fondo del mare sia stato un naufragio (ipotesi suffragata dal ritrovamento di alcuni frammenti di ossa umane) o l’equipaggio, liberatosi del carico per affrontare meglio il mare in tempesta.

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Nelle prossime settimane gli archeologi della Soprintendenza hanno manifestato l’intenzione di fare un sopralluogo in mare nella zona dove sarebbe affondata la nave romana. Pare che il sub pentito abbia segnalato con precisione il punto in cui è affondata, ad alcune miglia dalla costa.

La Nuova Sardegna

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