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Inchiostro metallico nei papiri di Ercolano

aprile 7, 2016
Una parte del team di ricercatori, da sinistra: C. Ferrero, J. Wright, E. Brun (D. Delattre)

Una parte del team di ricercatori, da sinistra: C. Ferrero, J. Wright, E. Brun (D. Delattre)

Su uno dei famosi papiri di Ercolano, carbonizzati dall’eruzione del Vesuvio del 79 d.C., un team internazionale di scienziati ha scoperto la presenza di metallo nell’inchiostro. È un risultato sorprendente, infatti fino a questo momento si pensava che gli inchiostri col metallo fossero stati introdotti solo diversi secoli dopo, durante il Medioevo.

Il metallo rilevato sui due frammenti analizzati cambia profondamente la nostra conoscenza della scrittura di greci e latini nell’antichità. Inoltre, questa ricerca apre nuove strade per lo studio dei rotoli di Ercolano ancora conservati, ma finora illeggibili poiché carbonizzati. Si tratta dell’unica libreria greco-romana sopravvissuta, e recuperare quei testi sarebbe un fatto senza precedenti.

Il rotolo di papiro di Ercolano (E. Brun)

Il rotolo di papiro di Ercolano (E. Brun)

Nuovissime tecnologie

Nel gennaio 2015, grazie a una nuova tecnica di imaging, non invasiva e basata sui raggi X (la tomografia a contrasto di fase, PCI), sviluppata presso l’ESRF, gli scienziati erano stati in grado di decifrare le parole e ricostruire un alfabeto greco quasi completo all’interno di alcuni rotoli di papiro. Ancora arrotolati e molto danneggiati, i papiri erano andati carbonizzati durante l’eruzione del Vesuvio del 79 d.C.

A partire da quella scoperta, gli scienziati hanno continuato a rivelare i segreti dei papiri di Ercolano usando una tecnologia basata sulla luce di sincrotrone. Hanno così determinato che l’inchiostro conteneva dei livelli piuttosto alti di piombo. I loro studi hanno anche provato che la forte concentrazione di metallo non può essere attribuita alla contaminazione di piombo derivata dall’acqua, da un calamaio di rame o da un contenitore di bronzo.

La ricerca, pubblicata su PNAS, ha utilizzato diverse tecniche sfruttando un sincrotrone (un sofisticato acceleratore di particelle): fluorescenza di raggi X, diffrazione di raggi X e spettroscopia XAS.

Marine Cotte, scienziata della ESRF (European Synchrotron Radiation Facility), ha spiegato: «Questo tipo di esperimento dimostra l’importanza delle tecniche di imaging nell’analisi degli oggetti del patrimonio culturale. Grazie ai potenti raggi X dell’ESRF, l’analisi può essere effettuata molto velocemente (un decimo di secondo per punto), permettendoci di acquisire grandi quantità di dati molto velocemente. Siamo stati in grado di analizzare tutti i campioni ed essere sicuri della correlazione tra l’informazione chimica e la traccia visibile delle lettere. Un altro vantaggio dell’usare il sincrotrone è che abbiamo potuto facilmente combinare uno studio a bassa risoluzione (l’analisi di tutte le lettere con un raggio grande un decimo di millimetro) con uno ad alta risoluzione (questa volta usando un raggio più piccolo di un millesimo di millimetro, un micron) per cercare di scoprire il segreto della composizione dell’inchiostro e vedere quali elementi fossero associati al piombo».

(E. Brun)

(E. Brun)

(E. Brun)

(E. Brun)

La fluorescenza di raggi X svela il contenuto di piombo (E. Brun)

La fluorescenza di raggi X svela il contenuto di piombo (E. Brun)

Cambi di paradigma

Plinio il Vecchio, scrittore romano, naturalista e filosofo, quando descrisse i vari tipi di papiro alla metà del I secolo d.C. notò che la scrittura su carta era essenziale per la civilizzazione. Un rigoroso studio scientifico della scrittura è di fondamentale importanza per la comprensione storica delle società antiche. I papiri carbonizzati di Ercolano, scoperti tra il 1752 e il 1754 nella Villa dei Papiri, costituiscono l’unica libreria completa conservatasi dall’antichità, e contiene centinaia di papiri manoscritti.

Finora si credeva che l’inchiostro utilizzato per i manoscritti greci e romani fosse a base di carbone, e che quel metallo venne introdotto nell’inchiostro a partire dal IV secolo d.C. Nella sua Naturalis historia, Plinio il Vecchio descrive l’inchiostro basato su carbone usato nell’antichità: veniva ottenuto dal bruciato nelle fornaci senza l’aggiunta deliberata di metallo. L’unico uso conosciuto di inchiostro metallico prima di quel periodo era per la scrittura di messaggi segreti nel II secolo a.C. Dal 420 d.C., venne elaborato e adottato un nuovo inchiostro, chiamato ferrogallico. In seguito, gli inchiostri metallici divennero lo standard per le pergamene nella tarda antichità e per la maggior parte del Medioevo.

Emmanuel Brun, autore principale (ESRF-INSERM), ha dichiarato: «Questa scoperta è un nuovo passo nell’emozionante avventura dello studio dei papiri di Ercolano. Le diverse fasi dell’attuale studio dell’inchiostro ci permetteranno di ottimizzare i prossimi esperimenti sulla lettura dell’invisibile testo dentro i papiri».

ESRF

PNAS

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