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La morte di Khaled Asaad e i pericoli per gli archeologi

agosto 23, 2015
Khaled Asaad, direttore del sito archeologico di Palmira, torturato e ucciso dall'ISIS (Marc Deville, Gamma-Rapho, Getty)

Khaled Asaad, direttore del sito archeologico di Palmira, torturato e ucciso dall’ISIS (Marc Deville, Gamma-Rapho, Getty)

Khaled Asaad aveva dedicato la vita a scavare e restaurare le rovine millenarie della città di Palmira, oggi in Siria.

Questa dedizione lo ha portato alla morte.

Lo studioso di 82 anni, che ha lavorato per oltre 50 anni come capo delle antichità della città, è stato torturato e ucciso dai militanti dell’ISIS, spiegano fonti siriane. Il suo corpo decapitato è stato appeso a una colonna romana. Un cartello spiegava che era stato giustiziato per essere un infedele che aveva sovrinteso alla collezione degli “idoli” di Palmira.

Un soldato siriano a Palmira, due mesi prima della conquista dell'ISIS (Sergey Ponomarev, The New York Times, Redux)

Un soldato siriano a Palmira, due mesi prima della conquista dell’ISIS (Sergey Ponomarev, The New York Times, Redux)

E tuttavia, erano questi “idoli” che l’ISIS bramava. Secondo il The Guardian, Asaad aveva avuto un ruolo nello spostamento di centinaia di antiche statue e manufatti in un luogo sicuro lo scorso maggio, prima che l’ISIS prendesse il controllo della città.

Sebbene l’ISIS abbia fatto della distruzione dei manufatti “politeisti” un tema centrale della sua propaganda, esso finanzia sempre di più le sue operazioni attraverso la vendita di oggetti rubati, dato che le altre fonti di entrate sono diminuite.

Perciò, mentre l’ISIS non si è fatto problemi nel ditruggere una magnifica statua di leone del secondo secolo fuori l’ingresso del museo di Palmira, il gruppo vede le statue più piccole come un’opportunità finanziaria. Hanno imprigionato e torturato Asaad per un mese – chiedendogli l’ubicazione dei manufatti nascosti – prima di ucciderlo.

La morte di Asaad è la più grande tragedia in una guerra che, con lo scorrere dei giorni, riesce ad andare oltre i limiti della brutalità. E evidenzia un aspetto dell’archeologia spesso dimenticato: nel mondo, nelle regioni senza legge e tormentate dalla guerra, gli archeologi e il personale dei musei rischiano di frequente le loro vite per proteggere i reperti che sono soppravissuti per secoli.

«In posti dove ci sono gravi conflitti, è incredibile quanti eroi del patrimonio culturale ci siano”, dice l’archeologo Fredrik Hiebert. “Fa parte del carattere umano; fa parte del nostro patrimonio genetico di voler preservare la nostra identità».

Un lanciamissili siriano spara a postazioni dell'ISIS. Il gruppo terroristico ha conquistato Palmira il 20 maggio 2015 (Stringer, EPA, Redux)

Un lanciamissili siriano spara a postazioni dell’ISIS. Il gruppo terroristico ha conquistato Palmira il 20 maggio 2015 (Stringer, EPA, Redux)

Il personale del Museo Nazionale a Damasco mette al sicuro i preziosissimi reperti (Joseph Eid, AFP, Getty)

Il personale del Museo Nazionale a Damasco mette al sicuro i preziosissimi reperti (Joseph Eid, AFP, Getty)

Una protesta in Perù

Nel febbraio del 1987, l’archeologo peruviano Walter Alva ricevette una telefonata in piena notte dalla polizia.

Il messaggio era urgente: «Abbiamo qualcosa che dovete vedere – subito».

Alva andò alla stazione di polizia, chiedendosi quale delle molte antiche piramidi e tombe nella Valle di Lambayeque in Perù fosse stata distrutta dai tombaroli, alla ricerca di chissà quali reperti dimenticati negli scavi.

Ma quando ad Alva furono mostrati i manufatti confiscati dalla casa di un tombarolo, capì subito che era qualcosa di straordinario. Tra i 33 oggetti c’erano maschere di rame dorate e una testa umana dorata con occhi di cobalto e argento.

Chiaramente, un nuovo sito era stato scoperto – parte della cultura pre-Inca nota come i Moche.

Alva organizzò subito uno scavo che si rivelò uno spettacolare mausoleo reale. Ma lui e i suoi colleghi si trovarono in territorio ostile. La popolazione locale era arrabbiata, e vedeva gli archeologi come dei tombaroli di alto livello che si arricchivano a spese di chi aveva il diritto legittimo dei tesori sepolti.

Il sito divenne presto una fortificazione, circondata da filo spinato e sorvegliata da un poliziotto armato di mitra. Di notte, gli archeologi facevano i turni di guardia. Gli venivano gridate violenti minacce.

Alla fine, Alva ne ebbe abbastanza. Stando al suo libro, Signori di Sipan, tagliò il filo spinato e portò uno dei capi della protesta alla tomba. Là, Alva gli diede una pala e lo sfidò a scavare il tesoro, violare la camera funeraria sacra, e derubare i suoi antenati.

Il suo gesto toccò il tasto giusto. Le proteste finirono. Il paesano fu così toccato dall’esperienza che più tardi diventò una guida turistica ufficiale.

L'archeologo Walter Alva durante lo scavo del sito pre-Inca (Nathan Benn, Ottochrome, Corbis)

L’archeologo Walter Alva durante lo scavo del sito pre-Inca (Nathan Benn, Ottochrome, Corbis)

Una battaglia a Baghdad

Nel 2003, prima dello scoppio della guerra in Iraq, gli archeologi avevano promesso di proteggere i reperti del Museo di Baghdad.

Ma se ne andarono il giorno prima dell’ingresso delle forze guidate dagli Stati Uniti a Baghdad, dopo aver saputo che il loro museo sarebbe diventato probabilmente un campo di battaglia. L’edificio era situato in una posizione strategica, e le forze di Saddam Hussein ne fecero un compound militare.

Il personale del museo tornò quattro giorni dopo, quando la battaglia era finita, e nonostante fossero molto meno numerosi, cacciarono i tombaroli. Tuttavia, era troppo tardi: durante le 96 ore senza guardie, migliaia di oggetti furono rubati.

Sarebbe potuta andare persino peggio. Settimane prima della guerra, il personale aveva spostato 179 contenitori con oltre 8.000 reperti in un deposito segreto noto solo a cinque funzionari del museo. Giurarono sul Corano di non divulgare il luogo fino a che un nuovo governo si fosse stabilito in Iraq.

I danni al museo stesso furono inoltre minori di quanto stimato.

“Sebbene la mentalità della folla sia difficile da capire e impossibile da predire, sembrò che i tombaroli sfogarono tutta la loro rabbia contro un regime brutale negli uffici dell’amministrazione e, purtroppo, nelle adiacenti stanze per i restauri”, scrisse Matthew Bogdanos, colonnello della U.S. Marine Reserves, che condusse un’indagine sui furti. «Ma una volta attraversata la lunga ingresso verso le gallerie pubbliche, sembrò che la loro rabbia si placò e mostrarono una moderazione e un rispetto sorprendenti».

Il Museo Nazionale Iracheno ha riaperto a Baghdad il 15 marzo 2015. Qualche settimana prima, l'ISIS aveva rilasciato un video che mostrava dei manufatti distrutti nel Museo di Mosul (Karim Kadin, AP)

Il Museo Nazionale Iracheno ha riaperto a Baghdad il 15 marzo 2015. Qualche settimana prima, l’ISIS aveva rilasciato un video che mostrava dei manufatti distrutti nel Museo di Mosul (Karim Kadin, AP)

Un carroarmato statunitense in posizione presso il Museo Nazionale Iracheno nel 2003 (Gleb Garanich, Reuters)

Un carroarmato statunitense in posizione presso il Museo Nazionale Iracheno nel 2003 (Gleb Garanich, Reuters)

Un caveau in Afghanistan

Lo stesso anno nel quale i funzionari del museo iracheno giurarono sul patto segreto per nascondere le antichità, Fredrik Hiebert venne a sapere uno dei più grandi segreti nella storia dell’archeologia.

Era in Afghanistan, dove il 70% di Kabul era stato distrutto. Il Museo Nazionale dell’Afghanistan non aveva tetto, finestre e reperti.

C’erano molte voci, ma nessuna certezza sul destino delle antichità del museo, che risalivano a migliaia di anni e riflettevano diverse culture, grazie alla sua posizione a metà strada sulla Via della Seta. Tra i reperti più preziosi vi erano migliaia di pezzi di gioielli d’oro, sepolti 2.000 anni fa nelle tombe reali nomadi.

Chi aveva preso i manufatti, e quando? L’Afghanistan aveva sopravvissuto a decenni di invasioni e guerra civile. L’oro dei gioielli era stato forse fuso dai sovietici? I talebani avevano venduto i reperti sui mercati occidentali?

«Non c’era alcuna ragione di credere che fosse rimasto qualcosa», dice Hiebert. «Era come un post-mortem. Ma invece, era l’inizio di qualcosa di fantastico».

Quel “qualcosa di fantastico” era la rivelazione che, nel 1989, con grande rischio, il personale del museo aveva imballato e rimosso gli oggetti in mostra, nascondendoli in un caveau, sigillato con sette elaborate serrature, nel palazzo presidenziale.

Hiebert, a cui venne chiesto di autenticare i reperti, era presente quando il caveau venne finalmente riaperto nel 2004. «Il più grande shock per me fu che avevano salvato non solo l’oro, ma anche il vecchio legno, l’avorio, i pezzi in argilla e terracotta», ricorda. «Per loro, non si trattava di salvare un tesoro, ma di salvare la loro identità».

«Mi fa essere molto ottimista sul mondo», dice Hiebert. «Ci sono problemi, terrorismi e tragedie, ma alla fine l’umanità vincerà. Non puoi cancellare la storia. È impossibile».

Una statua in mostra al Museo Nazionale di Kabul, un decennio dopo che il museo era stato completamente distrutto e svuotato (Rahmat Gul, AP)

Una statua in mostra al Museo Nazionale di Kabul, un decennio dopo che il museo era stato completamente distrutto e svuotato (Rahmat Gul, AP)

Un'antica statua di Buddha in esposizione al Museo Nazionale dell'Afghanistan. All'ingresso vi è una frase incisa : Una nazione vive quando la sua cultura vive (S. Sabawoon, EPA, Corbis)

Un’antica statua di Buddha in esposizione al Museo Nazionale dell’Afghanistan. All’ingresso vi è una frase incisa : Una nazione vive quando la sua cultura vive (S. Sabawoon, EPA, Corbis)

National Geographic

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