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Gli Australopitechi camminavano in posizione eretta

febbraio 12, 2011

Il piccolo scheletro di 3,2 milioni di anni fa della cosiddetta Lucy è uno dei più famosi e più completi dei nostri antenati. Il mancato ritrovamento delle ossa dei piedi non permise però ai ricercatori di stabilire se camminava in posizione eretta come noi o se aveva mantenuto alcune caratteristiche delle scimmie antropomorfe – utili per arrampicarsi sugli alberi ma che le avrebbero alterato la camminata.

Ora un osso metatarsale di 3,2 milioni di anni fa di un altro Australopithecus afarensis rivela che i piedi di questo ominide non erano piatti, bensì rigidi e dall’arcata molto definita: due caratteristiche che contribuiscono alla spinta propulsiva dell’uomo moderno, e che permettono di ammortizzare lo shock della camminata bipede.

(Carol Ward and Kimberly Congdon)

(Donald Johanson)

Gli scienziati sapevano già, grazie al ritrovamento di ossa del bacino e da altri resti, che Lucy poteva camminare su due gambe e non aveva più quegli alluci opponibili usati da altre specie di ominidi per arrampicarsi e afferrare oggetti. Non era però chiaro se lei e quelli della sua specie avessero o meno lasciato gli alberi per sempre.

Le misteriose impronte lasciate a Laetoli in Tanzania dimostrano che 3,7 milioni di anni fa un ominide avesse effettivamente delle arcate nei piedi. I ricercatori non erano tuttavia sicuri chi avesse lasciato quelle impronte, perché, appunto, non era chiaro se l’Australopithecus afarensis avesse tali arcate, dice il co-autore dello studio William Kimbel, paleoantropologo presso l’Arizona State University.

I ricercatori pensano ora di aver risolto il mistero grazie a uno studio, pubblicato su Science, di circa 35 nuovi individui di Australopithecus afarensis scoperti negli ultimi 15 anni a Hadar, in Etiopia. La chiave è stata un quarto osso metatarsale, un osso lungo che collega la punta del piede alle ossa del tallone. Il modo in cui le due estremità dell’osso erano disposte suggerisce che quando un’estremità poggiava per terra, l’altra era sollevata di circa 8 gradi.

Spiega la responsabile della ricerca Carol Ward, antropologa alla University of Missouri, che mentre il piede delle scimmie antropomorfe si flette nel mezzo per facilitare l’arrampicata, il piede arcuato come quello di Homo sapiens – e a quanto pare anche di Lucy – è rigido, permettendo alla camminata bipede di farci avanzare in modo più efficiente. Questa caratteristica rappresenta anche un modo per assorbire i traumi della camminata in postura eretta. A tutt’oggi, le persone con i cosiddetti “piedi piatti” soffrono di tutta una serie di problemi alle articolazioni.

Il piede di Australopithecus afarensis sembra aver già superato, evolutivamente parlando, questi problemi connessi al bipedismo, a scapito però della capacità di arrampicarsi. “È probabile che non riuscissero ad arrampicarsi molto più agilmente di quanto farebbe uno di noi, anche se erano molto più forti”, dice Ward. “Sembra proprio che l’Australopithecus afarensis avesse abbandonato del tutto la vita arboricola molto prima che Homo, il genere cui apparteniamo, facesse la sua comparsa sulla Terra, 2 milioni di anni fa”.

“Oggi disponiamo di un’ampia documentazione fossile per l’Australopithecus afarensis“, dice Owen Lovejoy, della Kent State University in Ohio, non coinvolto nella ricerca. “Queste caratteristiche scoperte sul piede non mi sorprendono. Alcune erano già presenti nel piede di Ardipithecus ramidus – detto Ardi – vissuto 4,4 milioni di anni fa. Il piede di Ardi era già adatto al bipedismo, benché la specie conservasse un alluce opponibile”.

(Elizabeth Harmon)

Il paleoantropologo Will Harcourt-Smith, del Museo Americano di Storia Naturale di New York, è più cauto nel giudizio. Sebbene egli concordi che l’Australopithecus afarensis aveva alcune arcate, esso potrebbe non aver avuto l’arcata più importante nella parte interna del piede. Le dita di mani e piedi di Lucy erano anch’esse più curve rispetto a quelle degli uomini moderni e la sua spalla era più simile a quella di una scimmia antropomorfa – con tratti utili per arrampicarsi sugli alberi. “È difficile immaginare un animale che [si sia completamente evoluto] verso il bipedismo”, dice.

Ma il paleoantropologo Jeremy DeSilva, dell’Università di Boston, afferma che il nuovo osso, insieme a una “lunga lista di altre caratteristiche dell’arto inferiore” rendono più probabile che l’Australopithecus afarensis fosse un “bipede terrestre che spendeva poco tempo sugli alberi”. Suggerisce inoltre che fu proprio un individuo di questa specie a camminare sul fango a Laetoli. “Finalmente”, dice Bruce Latimer, paleoantropologo presso la Case Western Reserve University di Cleveland, “possiamo mettere fine al mistero degli ominidi a Laetoli”.

Fonti: Science (qui e qui), Arizona State University, National Geographic.

L’anno scorso un altro studio condotto sull’Australopithecus afarensis noto come Kadanuumuu, vissuto 3.6 milioni di anni fa, aveva portato a simili conclusioni (e ad altre critiche).

Aggiornamenti:

Gabriele Macho, autore di uno studio pubblicato su Folia Primatologica, sostiene che gli antenati dell’uomo lasciarono gli alberi per camminare a terra tra i 4.2 e i 3.5 milioni di anni fa – un periodo nel quale, dice Macho, il clima si raffreddò, le stagioni diventarono più definite e aumentarono le praterie. La ricerca si basa sull’analisi delle ossa dei polsi di un Australopithecus anamensis e un Australopithecus afarensis.

Una ricerca uscita su Nature indica che, negli ultimi 6 milioni di anni, la maggioranza dei siti di hominini nell’Africa orientale erano pianure erbose e savane.

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