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Comete sul Nord America/4

ottobre 7, 2010

Una nuova ricerca pubblicata su Current Anthropology confuta la controversa teoria secondo cui l’impatto di una cometa portò all’estinzione la civiltà Clovis, una delle prime nell’America settentrionale.

Gli archeologi David Meltzer, della Southern Methodist University, e Vance Holliday, della University of Arizona, sostengono che non ci siano tracce dal punto di vista geologico che suggeriscano una brusca fine delle popolazioni Clovis. “Per quanto riguarda le prove archeologiche”, scrivono i ricercatori, “un impatto extraterrestre è una soluzione non necessaria per un problema archeologico che non esiste”.

(blog.smu.edu)

La teoria della cometa emerse nel 2007, quando un team di scienziati annunciò di aver trovato prove di un grande impatto extraterrestre avvenuto circa 12900 anni fa (vedi qui e qui).

L’improvviso raffreddamento climatico del Nord America provocato dall’impatto avrebbe portato all’estinzione mammut, altri animali di grandi dimensioni e anche la civiltà Clovis, le cui caratteristiche punte di lancia svaniscono dai resoconti archeologici poco dopo il presunto impatto.

La prova del rapido spopolamento sarebbe il fatto che solo pochissimi siti Clovis mostrano tracce di una successiva occupazione umana. In questi casi, comunque, i manufatti delle due epoche sono separati da strati di sedimenti archeologicamente “sterili”. Dunque, per i sostenitori della teoria della cometa, ci sarebbe stato un lasso di tempo senza registrazioni archeologiche cominciato con l’impatto della cometa e finito circa 500 anni dopo.


Punte di lancia Clovis trovate nel Nuovo Messico (David Meltzer)

Meltzer, docente presso il Dipartimento di antropologia dell’SMU, e Holliday mettono in discussione questi annunci.

Essi credono che una mancanza di una più tarda occupazione umana nei siti Clovis non possa significare il collasso di una popolazione: “La singola occupazione di siti paleoindiani – Clovis o non – è la norma”, dice Holliday. Questo perché molti di quei siti sono luoghi di caccia, e sarebbe altamente improbabile uccidere gli animali ripetutamente nello stesso esatto punto.

Gli archeologi che come noi fanno questo tipo di ricerche, dice Meltzer, “sarebbero in realtà sorpresi se questi siti fossero stati occupati ripetutamente”.

“Perciò non c’è niente di sorprendente riguardo a un’occupazione Clovis che non sia stata utilizzata successivamente da altre popolazioni paleoindiane, e non c’è ragione per dedurne un disastro,” aggiunge Holliday.

Holliday e Meltzer hanno pure effettuato datazioni al radiocarbonio di 44 siti archeologici negli Stati Uniti e non hanno trovato tracce di quella lacuna archeologica dopo la presunta caduta della cometa. “I gap cronologici – scrivono – appaiono nella sequenza solo se si ignorano le deviazioni standard (una procedura statisticamente inappropriata); facendo così si creano gap non solo a 12900 anni fa, ma anche in molti punti più tardi nel tempo”.

Gli strati sterili che separano le zone occupate in alcuni siti sono facilmente spiegabili ignorando i modelli degli insediamenti e i processi geologici locali. La separazione non dovrebbe essere presa come prova di un effettivo gap temporale tra culture Clovis e post-Clovis.

Holliday e Meltzer pensano che la scomparsa delle punte di lancia Clovis sia più probabilmente il risultato di una scelta culturale piuttosto che della fine di una popolazione.

Conclusione dello studio: “Non ci sono dati inoppugnabili ad indicare che i paleoindiani del Nord America dovettero affrontare o vennero colpiti da una catastrofe, extraterrestre o non, alla fine del Pleistocene”.

Fonte: Southern Methodist University, Current Anthropology.

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