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Una nuova specie ominide: l’Australopithecus sediba

aprile 9, 2010

Secondo un nuovo studio pubblicato su Science, due scheletri fossili datati a quasi 2 milioni di anni fa e scoperti nel sito di Malapa (Sud Africa) sarebbero una nuova specie di Australopithecus.

È stata soprannominata Australopithecus sediba e sarebbe una forma di transizione tra l’Australopithecus africanus (genere Australopithecus) e l’Homo habilis o il più tardo Homo erectus (genere Homo, il nostro). NON è quindi il famoso anello mancante né i suoi ricercatori lo descrivono in questo modo.

Lee Berger insieme al figlio Matthew e il cane Tau, nel sito di Malapa, dove sono stati trovati i fossili (Benedicte Kurzen for The New York Times)

“Non abbiamo mai visto questa combinazione di caratteristiche in nessun’altra [specie umana primitiva]”, dice l’autore dello studio Lee Berger, dell’Università del Witwatersrand a Johannesburg.

Trovati in una rete di grotte sotterranee, i resti scheletrici di Australopithecus sediba appartenevano grosso modo a una donna di 30 anni e a un bambino di 8-13 anni alto 1.27 metri.

Il cranio del bambino (Brett Eloff)

(Brett Eloff)

(Berger et al, 2010)

La coppia – non si sa se legata in qualche modo – apparentemente cadde in un baratro (30-46 metri; nel disegno sotto, al punto “Death trap”) in cui sono stati trovati resti di tigri dai denti a sciabola e altri predatori.

Usando una metafora, la nuova specie potrebbe essere la “sorgente” (wellspring, o,  nella locale lingua tribale Sotho, “sediba“) da cui si sono originati i nostri antenati.

Berger ne suggerisce un’altra: “È opinione mia e dei miei colleghi che [l’Australopithecus sediba] possa essere la stele di Rosetta che apre la nostra conoscenza del genere Homo“.

(Dirks et al, 2010)

L’Australopithecus sediba possiede infatti alcune caratteristiche chiave tipiche di un uomo primitivo come l’Homo habilis (secondo molti, la prima specie umana), che le altre specie di Australopithecus non avrebbero.

Per esempio, ha gambe lunghe e certe caratteristiche nel bacino simili a quelle dell’uomo che lo avrebbero reso il primo antenato dell’uomo a camminare – forse persino a correre – in una maniera energicamente efficiente (i resti di femore e tibia sono però frammentari, e il piede è più primitivo).

Aveva poi un denti piccoli e un naso “moderno”; per intenderci, diverso da quello degli scimpanzé.

Anche le forme dei due emisferi del cervello – percettibili grazie ai “solchi” (indentations) lasciati sul ben preservato cranio – condividono peculiarità proprie degli esseri umani.

Ci sono però altre caratteristiche che portano la specie ad essere compresa nel genere Australopithecus – e non nel genere Homo (entrambi i generi appartengono alla sottofamiglia degli Homininae e alla famiglia Hominidae, o Ominidi; vedi qui).

Come gli altri australopitecine (un termine che comprende Australopithecus e Paranthropus), l’Australopithecus sediba aveva un cervello molto piccolo. Le specie fossili avevano anche lunghe braccia simili a quelle delle scimmie antropomorfe con polsi primitivi adatti per arrampicarsi sugli alberi.

La grotta di Uitkomst, vicino a dove sono stati trovati i fossili (Paul Dirk)

Non tutti gli esperti sono però concordi nel ritenere la nuova specie una transizione tra scimmie antropomorfe preistoriche ed esseri umani, come suggerisce lo studio.

“Non penso ci siano prove inoppugnabili che suggeriscano che [l’Australopithecus sediba] giaccia tra l’Australopithecus e l’Homo“, dice l’antropologo Bernard Wood, della George Washington University. “Non corrisponde a ciò che i nostri preconcetti dicono su ciò che sarebbe stato l’antenato dell’Homo“.

Per esempio, le braccia dell’Australopithecus sediba sono troppo lunghe – troppo simili a quelle delle scimmie antropomorfe – e la specie non è molto ben adattata per camminare in posizione eretta, come alcuni scienziati si aspetterebbero che facesse il diretto antenato dei primi esseri umani.

Inoltre, essendo datati a 1.95 – 1.78 milioni di anni fa, i fossili non sono abbastanza vecchi per rappresentare un antenato dell’Homo, sostiene l’antropologo Brian Richmond, anch’egli del George Washington University.

I primi membri del genere Homo sono infatti molto più antichi: alcuni fossili di Homo habilis sono datati a 2.3 milioni di anni fa.

L’antropologo William Kimbel pensa che questo enigma cronologico possa essere risolto chiamando questi nuovi fossili Homo invece di Australopithecus: “Definendolo Australopithecus e dicendo che è ancestrale all’Homo, [bisogna chiedersi] come [conciliarlo] con le prime specie Homo. Se [invece] lo inserisci nel [genere] Homo, il problema svanisce. Allora [diventa] solo una delle diverse specie (sì, ma quale allora?) di circa due milioni di anni fa che sono vicine alla base della stirpe Homo“.

Con Kimbel concorda anche Susan Anton, antropologa all’Università di New York, nonché joint editor del Journal of Human Evolution.

Finora sono stati recuperati 130 frammenti ossei (Berger)

Berger replica sostenendo che l’Australopithecus sediba appartiene all’Australopithecus poiché la sua anatomia suggerisce che si arrampicasse ancora sugli alberi. “Non aveva fatto quel [cambiamento di livello] verso il genere Homo“, dice.

Riguardo alla cronologia, Berger pensa che delle future scoperte potrebbero retrodatare l’Australopithecus sediba di centinaia di migliaia di anni – abbastanza per farne un antenato delle prime specie Homo.

“Questo sito [della scoperta] è solo un punto nel tempo. Non rappresenta la prima apparizione di questa specie, né probabilmente l’ultima”, dice Berger.

(New York Times)

Al di là della collocazione da dare a questi fossili nell’albero genealogico umano, la loro importanza sta anche solo nel fatto di aver posto delle domande.

Il paleontologo della Case Western Reserve University in Cleveland (Ohio), Scott Simpson, conclude: “Questo fossile non risponde a tutte le specifiche questioni. Ciò che fa è rinforzare l’idea che non ci siamo nemmeno fatti tutte le domande appropriate”.

Fonti: National Geographic; Science (qui e qui).

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