Un santuario buddista nella città indo-greca di Bazira, fu opera di Ashoka il Grande?

(@Fazal Khaliq)

La città di Bakirot, nel nord del Pakistan, ospita uno dei siti archeologici più interessanti del paese. I Greci la chiamavano Bazira, e nel 327 a.C. venne assediata dall’esercito macedone al comando di Ceno, uno dei più valorosi generali di Alessandro Magno. La città passò presto sotto il controllo dell’impero indiano di Maurya il cui fondatore, Chandragupta, primo unificatore dell’India, aveva incredibilmente incontrato Alessandro Magno da giovane. È possibile che questo nuovo santuario buddista venne costruito da suo nipote Ashoka il Grande verso il 250 a.C. Bazira venne successivamente riconquistata dai Macedoni, ma il santuario continuò a funzionare anche in età indo-greca. Di più, il re Menandro I è considerato uno dei primi occidentali a essersi convertito al buddismo.

La valle dello Swat con il colle di Barikot (@Missione Archeologica italiana in Pakistan IsMEO/Università Ca’ Foscari)

Bazira in età indo-greca

La scoperta è il frutto dell’ultima campagna di scavo della missione archeologica italiana in Pakistan. Il santuario è stato datato alla seconda metà del II secolo a.C., anche se probabilmente risale al periodo Maurya nel III secolo a.C. Le future datazioni al radiocarbonio chiariranno il quadro. La scoperta getta una nuova luce sull’espansione del buddhismo nella regione del Gandhara e più specificamente nella fertile valle dello Swat, di cui Bakirot costituisce un punto di accesso. «La scoperta di un grande monumento religioso fondato in età indo-greca rimanda senz’altro ad un grande ed antico centro di culto e di pellegrinaggio», ha spiegato Luca Maria Olivieri (Università Ca’ Foscari di Venezia), direttore della missione archeologica italiana. «Lo Swat era terra sacra del Buddhismo già in età indogreca».

Barikot è nota nelle fonti greche e latine come Bazira o Vajrasthana (Beira per i Romani). Le analisi al radiocarbonio hanno dimostrato l’esistenza della città ai tempi della spedizione di Alessandro Magno intorno al 327 a.C. Era una città importante poiché gestiva il surplus agricolo della valle dello Swat, che ha la particolarità di godere di un microclima che permette di avere due raccolti di grano o riso all’anno, uno in primavera e uno alla fine dell’estate. Barikot era una sorta di “città-granaio” di cui anche Alessandro Magno si servì prima di proseguire la sua marcia verso l’India. Lo storico romano Curzio Rufo la descrive come “urbs opulenta” nelle sue Historiae Alexandri Magni per definirne la ricchezza agricola. Il sito è impressionante, una valle verdissima a 800 metri di altezza circondata dalle montagne dell’Hindu Kush.

Due stupe Kushan e una stupa Maurya

Lo scorso ottobre, proprio alla fine della campagna di scavo, gli archeologi hanno cominciato a scavare un’area centrale che era già stata razziata clandestinamente. Ciononostante, sorprendentemente si è rivelato un monumento buddhista di epoca kushana (I-III secolo d.C.). L’edificio ha una forma caratteristica: alla base vi è un podio di forma semicircolare, sopra si ergono i resti di una stupa, un monumento in muratura piena, semisferico e dal corpo cilindrico. Ai lati del monumento ci sono uno stupa minore, una cella e la base di una colonna votiva. La fase di lavori più recente risale al III secolo d.C. ma un’iscrizione in alfabeto kharoshti su un gradino della scalinata dimostra che la prima edificazione risale al I secolo d.C. L’insediamento venne interamente abbandonato in seguito a un terremoto alla fine del III secolo.

Sotto a questo livello, gli archeologi italiani hanno scoperto un monumento ancora più antico fiancheggiato da una piccola stupa di tipo arcaico. Risale al periodo indo-greco, 150 a.C. all’incirca, quando a Bazira regnava il re Menandro I o un suo immediato successore. Menandro secondo la tradizione buddhista indiana si sarebbe convertito al buddhismo. Ma le sorprese non erano terminate: a pochi giorni dalla fine dello scavo, lo scorso dicembre, si è visto che parti del monumento indo-greco erano costruite su strutture ancora più antiche. Vi erano oggetti di ceramica tipici del III secolo a.C. Se la cronologia sarà confermata dalle analisi radiocarboniche, vorrebbe dire che Bazira testimonia l’eccezionale impegno che re Ashoka mise nel diffondere il buddhismo, costruendo santuari in tutto il suo impero e inviando missionari nel resto del mondo.

(@Fazal Khaliq)
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(@Missione Archeologica italiana in Pakistan IsMEO/Università Ca’ Foscari)

Altre scoperte

Alla fine dello scavo nel dicembre del 2021 sono stati documentati 2109 oggetti: vasellame, monete, iscrizioni in kharoshti, sculture in pietra e stucco, oggetti in terracotta, sigilli e monili sono stati consegnati al nuovo Swat Museum nella città di Saidu Sharif, interamente ricostruito dalla Missione archeologica italiana dopo l’attentato del 2008. Allo scavo di quest’anno hanno partecipato Elisa Iori (Max-Weber Kolleg, Universität Erfurt) vice-direttrice della Missione, e Michele Minardi (Università L’Orientale di Napoli). Gli archeologi hanno inoltre portato interamente alla luce i resti di un tempio di epoca Hindhu Shahi (700 d.C.) dedicato a Vishnu.

Sono state inoltre messe in luce l’acropoli tardoantica, una piccola necropoli e una delle antiche vie cittadine. Il santuario trovato quest’anno ed altri due santuari rinvenuti negli anni scorsi si affacciavano su questa strada: potrebbe dunque esser stato un viale dei templi che dalla periferia delle mura risaliva verso l’acropoli. La missione archeologica fondata nel 1955 da Giuseppe Tucci è gestita dal 2021 anche dall’ateneo veneziano in collaborazione con l’IsMEO (Associazione Internazionale di Studi sul Mediterraneo e l’Oriente).

L’acropoli (@Missione Archeologica italiana in Pakistan IsMEO/Università Ca’ Foscari)
(@Missione Archeologica italiana in Pakistan IsMEO/Università Ca’ Foscari)

Università Ca’ Foscari

Dawn

Cronologia della valle dello Swat

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