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La top 10 delle più grandi scoperte archeologiche del 2020

dicembre 31, 2020

(Ahmed Hasan / AFP via Getty Images)

La rivista americana Archaeology ha selezionato le dieci scoperte più interessanti del 2020. Dell’incredibile scoperta a Saqqara al monumento funerario per Romolo, ecco alcune delle dieci scoperte più interessanti di quest’anno, segnato fortemente dal COVID-19.

Necropoli di Saqqara

Saqqara (Ministero della antichità egiziano)

Sarcofagi dipinti (Ministero della antichità egiziano)

All’interno di tre profondi pozzi funerari nella necropoli degli animali sacri a Saqqara, in Egitto, gli archeologi hanno portato alla luce oltre 100 bare di legno ancora dipinte. I sarcofagi sigillati sono stati trovati impilati l’uno sull’altro accanto a 40 statuette della divinità funeraria Ptah-Sokar e una scultura in bronzo del dio Nefertum, raffigurato con un fiore di loto sulla testa. Sebbene i pozzi siano stati riaperti più volte nell’antichità per interrare nuove persone, i ricercatori hanno datato quasi tutte le sepolture alla XXVI dinastia (688-525 a.C.) in base ai nomi incisi sulle bare. «Questi tipi di pozzi, che contengono molte sepolture, forse per una famiglia o un gruppo, erano comuni in quel periodo», afferma Mostafa Waziri, segretario generale del Consiglio supremo delle antichità egizie. «Pensiamo che i proprietari di queste bare siano i sacerdoti e gli alti funzionari del tempio della dea gatta, Bastet».

Nuovo metodo di datazione

Scavi a Çatalhöyük (© Kutsal Lenger, Alamy Stock Photo)

Frammenti di ceramica da Çatalhöyük (© MOLA)

Dagli anni ’90, il biogeochimico Richard Evershed dell’Università di Bristol cercava un nuovo modo per datare con precisione al radiocarbonio i manufatti ceramici. Ma ci sono voluti quasi tre decenni prima che la tecnologia raggiungesse la sua visione. Per decenni, gli archeologi si sono basati sugli stili delle ceramiche, confermando le datazioni con l’analisi al radiocarbonio dei materiali associati o la dendrocronologia, lo studio degli anelli degli alberi. La nuova tecnica di Evershed consente di datare direttamente al radiocarbonio i residui di grasso animale lasciati da latte, formaggio o carne, anche minuscole quantità su frammenti di ceramica di appena 2 grammi. Uno dei test è stato condotto nel sito di Çatalhöyük in Turchia: le date di quattro frammenti di ceramica corrispondevano anche alla cronologia nota (6700-5650 a.C. circa). Evershed spera che la tecnica consentirà di saperne di più sulle origini dell’addomesticamento degli animali e sulle diete preistoriche.

Il più grande studio del DNA sui Vichinghi

Fossa comune vichinga in Inghilterra (© Dorset County Council, Oxford Archaeology)

Il più grande studio mai condotto sul DNA vichingo ha rivelato nuove informazioni sulla loro diversità genetica. L’ambiziosa ricerca ha analizzato il DNA prelevato da 442 scheletri scoperti in più di 80 siti vichinghi nel nord Europa e in Groenlandia. I genomi sono stati poi confrontati con un database genetico di migliaia di individui odierni per cercare di accertare chi fossero realmente i vichinghi. Lo studio ha scoperto che i vari gruppi di predoni e commercianti, che tradizionalmente si pensa provenissero solo da Norvegia, Danimarca e Svezia, erano geneticamente molto più diversi del previsto. Secondo Eske Willerslev (Università di Copenaghen), uno dei risultati più inaspettati è stato che l’era dell’esplorazione vichinga potrebbe essere stata guidata da stranieri. Secondo l’analisi genetica, appena prima dell’era vichinga e durante il suo apice, tra l’800 e il 1050 d.C., in Scandinavia arrivavano persone dall’Europa orientale e meridionale, e persino dall’Asia occidentale. In contrasto con l’immagine tradizionale del vichingo dai capelli chiari e dagli occhi chiari, l’evidenza genetica mostra che i capelli e gli occhi scuri erano più comuni tra gli scandinavi dell’era vichinga di quanto non lo siano oggi. «I Vichinghi non erano limitati agli scandinavi geneticamente puri», dice Willerslev, «ma erano un gruppo eterogeneo di popoli con origini diverse».

I primi africani schiavizzati in Messico

I teschi e i denti modificati, Città del Messico (© R. Barquera and N. Bernal)

I dettagli delle vite di tre giovani uomini sepolti in una fossa comune del XVI secolo a Città del Messico sono stati finalmente portati alla luce dai ricercatori dell’Istituto Max Planck per la Storia della scienza umana. Le analisi isotopiche, genetiche e osteologiche hanno rivelato che tutti e tre erano nati in Africa occidentale. I denti erano limati proprio nel modo descritto dai viaggiatori europei in Africa occidentale (eseguite ancora oggi da alcuni gruppi nella regione). Gli scheletri erano stati trovati negli anni ’80, quando la costruzione della metropolitana rivelò un ospedale dell’era coloniale. «Sappiamo che molti africani venivano rapiti e trasportati nella Nuova Spagna, ma generalmente non vivevano a Città del Messico», dice l’archeogenetista Rodrigo Barquera. Gli scheletri mostrano prove di intenso lavoro fisico e di traumi violenti. Probabilmente facevano parte della prima generazione di schiavi africani sulla costa del Messico verso il 1520. Potrebbero aver lavorato in una piantagione di zucchero o in una miniera prima di ammalarsi durante un’epidemia, il che spiegherebbe la loro presenza in ospedale.

Iscrizione reale luvia

La stele e l’immagine in digitale (© James Osborne, Jennifer Jackson)

Türkmen-Karahöyük, Turchia (© James Osborne)

Gli archeologi diretti da James Osborne e Michele Massa dell’Università di Chicago hanno fatto una scoperta sorprendente in un canale non lontano dall’antico tumulo di Türkmen-Karahöyük, nella Turchia meridionale: una stele di pietra con geroglifici in luvio, un parente della lingua ittita. In base alla forma dei glifi, l’iscrizione è stata datata all’VIII secolo a.C. Registra le conquiste militari del “Gran Re Hartapu”, un sovrano precedentemente noto solo per le iscrizioni trovate in due santuari nelle vicinanze. La nuova iscrizione, spiega Osborne, descrive Hartapu come un capo neo-ittita che afferma di aver conquistato il ricco regno di Frigia nell’Anatolia centro-occidentale e, in un solo anno, di aver sconfitto una coalizione di 13 re. «Ora sappiamo quasi per certo che la capitale di Hartapu era Türkmen-Karahöyük e che era presumibilmente abbastanza potente da sconfiggere Frigia in battaglia quando era al suo apice”, dice Osborne. “Hartapu non era poco importante, a quanto pare era un personaggio influente dell’Età del ferro». Intorno al 1400 a.C., Türkmen-Karahöyük crebbe da piccolo insediamento a una delle più grandi città dell’Anatolia. «Anche in un paese [ricco] arrcheologicamente come la Turchia», dice Osborne, «non capita tutti i giorni di trovare un’enorme città dell’Età del bronzo e del ferro intatta».

“Altare” per Romolo

(© Parco Archeologico del Colosseo)

L’altare visibile grazie a una scansione radar (© Parco Archeologico del Colosseo)

In una parte antica e sacra del Foro Romano è riemerso un monumento funerario associato a Romolo, il mitico fondatore di Roma. Il piccolo monumento fu scoperto per la prima volta dall’archeologo Giacomo Boni nel 1899, ma fu poi seppellito e dimenticato per più di un secolo. Durante la ristrutturazione delle scale della Curia Iulia, l’antico Senato romano, i ricercatori hanno riscoperto la camera sotterranea del VI secolo a.C., che contiene un sarcofago in tufo e un piccolo “altare” rotondo. Secondo la leggenda, Romolo e suo fratello, Remo, furono abbandonati alla nascita e poi salvati e allevati da una lupa. La tradizione vuole che Romolo fondò la città di Roma nel 753 a.C. Secondo alcuni scrittori romani, la recente riscoperta archeologica è stata fatta dove un tempo si trovava la tomba del capostipite (non il luogo di sepoltura). È anche vicino a una misteriosa camera lastricata in marmo nero – il Lapis niger – forse associata alla morte di Romolo. Per Alfonsina Russo, direttrice del Parco Archeologico del Colosseo, la “tomba di Romolo” era un monumento simbolico dove i Romani potevano adorare il leggendario fondatore della loro città e celebrare le origini di Roma.

Opera d’arte cinese

Sei vedute della scultura di volatile, Lingjing, Cina (© Luc Doyon, Francesco d’Errico)

(© Luc Doyon, Francesco d’Errico)

Una minuscola scultura di 13.500 anni in osso bruciato potrebbe essere il primo oggetto d’arte tridimensionale dell’Asia orientale. Raffigura un passero, ed è stata scoperta nel sito di Lingjing in Cina. Ma cosa la rende un’opera d’arte? «Dipende dal concetto di arte che adottiamo», afferma l’archeologo Francesco d’Errico dell’Università di Bordeaux. «Se un oggetto scolpito può essere percepito come bello o riconosciuto come il prodotto di artigianato di alta qualità, la persona che l’ha realizzata dovrebbe essere vista come un artista». Lungo solo 2 cm, il passero è stato realizzato con sei diverse tecniche di intaglio. «Siamo rimasti sorpresi dal modo in cui l’artista ha scelto la tecnica giusta per scolpire ogni parte, e dal modo in cui le ha combinate per raggiungere l’obiettivo desiderato», dice d’Errico. L’attenzione ai dettagli era così fine che, vedendo che la scultura non stava in piedi correttamente, l’artista ha piallato leggermente il piedistallo.

Rituali dei nativi americani

Veduta aerea, 1978, Dyar, Stati Uniti (© Università della Georgia)

Ornamento di conchiglia, Mississipi (Museo nazionale degli Indiani d’America)

Il sito di Dyar Mound, una struttura in terra alta tre piani, oggi si trova sotto il lago Oconee nello stato della Georgia (USA), creato da una diga costruita negli anni ’70. Prima però, gli archeologi avevano scavato il tumulo risalente al XIV secolo d.C., opera degli antichi nativi americani di Muscogee Creek. Sulla base dei manufatti recuperati, Dyar Mound era stato abbandonato poco dopo la spedizione del 1539-1543 guidata dall’esploratore spagnolo Hernando de Soto. De Soto e il suo seguito avevano portato malattie, causando un crollo della popolazione nella regione. A lungo si è pensato che questo crollo avesse accelerato la fine della cultura del Mississippi, un sistema di credenze praticato anche dai Muscogee. Una squadra diretta dall’archeologo Jacob Holland-Lulewicz (Washington University di St. Louis) ha datato nuovamente i reperti organici del sito e ha scoperto che non venne abbandonato dopo la spedizione di de Soto. Gli abitanti continuarono a eseguire rituali per quasi 150 anni in più. «Gli antenati dei Muscogee erano resilienti e le loro pratiche sono durate per generazioni», ha detto Holland-Lulewicz.

Il più antico tempio Maya

Immagine di Aguada Fenix al lidar, e statuetta di pecaro alta 60 cm (© Takeshi Inomata)

Veduta aerea, Aguada Fenix, Messico (© Takeshi Inomata)

La struttura cerimoniale più antica e più grande del mondo Maya era nascosta in bella vista in un ranch messicano vicino al confine con il Guatemala. «Sembra solo una parte del paesaggio naturale», dice l’archeologo Takeshi Inomata dell’Università dell’Arizona. Lui e la sua squadra stavano studiando le immagini della regione con la tecnologia lidar, quando si sono imbattuti in un’enorme piattaforma di terra. Un successivo sondaggio ha mostrato che la piattaforma si estende per 1,5 km e si alza fino a 15 metri. La datazione al radiocarbonio suggerisce che i Maya abbiano costruito lo spazio rituale tra il 1000 e l’800 a.C. Conosciuta come Aguada Fenix, la struttura ricorda una piattaforma scoperta negli anni ’60 presso l’ancora più antica città olmeca di San Lorenzo, circa 500 km a ovest.

Primo teatro inglese

Red Lion stage, Inghilterra (© Archaeology South-East/UCL)

Gli archeologi hanno scoperto quelli che credono siano i resti del Red Lion (Leone Rosso), il primo teatro costruito appositamente in Inghilterra, che risale al 1560. Prima di questo, i teatri erano creazioni temporanee, generalmente allestiti nei cortili delle locande o all’interno di grandi case. Il Red Lion venne costruito sotto la direzione di un droghiere di nome John Brayne e lo conosciamo grazie ad alcune cause legali intentate da Brayne. I ricercatori dell’Archeology South-East dell’University College di Londra hanno portato alla luce una struttura in legno che si avvicinava molto alla descrizione del teatro. C’erano anche una serie di buche intorno al palco che potrebbero aver sostenuto ponteggi o posti a sedere in galleria. «Alcuni pensavano che il Red Lion fosse rotondo o ottagonale», afferma il capo archeologo Stephen White. «Ma in realtà ricorda molto alcuni teatri europei del XVI secolo con spazi rettangolari chiusi». Il Red Lion non sembra essere durato a lungo, ma potrebbe aver servito da prototipo per il ben più famoso The Theatre a Londra.

Archaeology

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