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Il cranio fossile di Apidima: l’Homo Sapiens in Europa già 210.000 anni fa?

luglio 11, 2019

Il cranio Apidima 1 (Katerina Harvati, Eberhard Karls, Università di Tubinga)

Un cranio scoperto in una grotta in Grecia potrebbe essere il più antico fossile umano moderno mai trovato al di fuori dell’Africa. Era stato rinvenuto negli anni ’70 nella grotta di Apidima, sulla penisola di Mani, e in uno studio pubblicato su Nature è stato datato ad almeno 210.000 anni. Se la datazione venisse confermata – e molti scienziati vogliono ulteriori prove – la scoperta riscriverà un capitolo chiave della storia umana, e il cranio diventerà il più antico fossile di Homo sapiens in Europa di oltre 160.000 anni.

(The Guardian)

La teoria di Harvati

La ricerca è stata diretta dalla paleoantropologa Katerina Harvati, dell’Università di Tubinga in Germania. Secondo la sua teoria, l’Homo Sapiens si evolvette in Africa e popolò il mondo con le migrazioni circa 50.000 anni fa. Molto tempo prima però, ci furono quelle che i paleontologi chiamano “dispersioni fallite”: gli uomini moderni giunsero nel Levante e poi in Europa (già abitata dai Neanderthal) ma senza lasciare eredità genetiche nella popolazione di oggi, in altre parole si estinsero. Già l’anno scorso era stato trovato un fossile umano di 194.000 anni nella grotta di Misliya nel nord di Israele. «I nostri risultati indicano che una prima dispersione di Homo sapiens dall’Africa si è verificata prima di quanto si credesse, 200.000 anni fa», ha detto Karvati. «Stiamo trovando prove di dispersioni umane che non si limitano a un solo grande esodo dall’Africa».

La storia dei due teschi

Per alcuni ricercatori, tuttavia, le conclusioni sono troppo azzardate. Gli esperti contattati dal Guardian e da Science dubitano che il cranio appartenesse davvero a un uomo moderno, e nutrono preoccupazioni per la procedura di datazione. La storia del cranio è insolita dall’inizio. Fu scoperto durante gli scavi della grotta di Apidima, in una scogliera calcarea che ora sovrasta il mare, verso la fine degli anni ’70. Il fossile era racchiuso in una roccia, a pochi centimetri da un altro cranio e diversi frammenti di ossa. La roccia stessa era incastrata in alto tra due pareti della grotta. Una volta rimossi, i teschi sono stati conservati in un museo ad Atene ma fino a poco tempo fa avevano ricevuto scarsa attenzione, in parte perché sono troppo danneggiati e incompleti.

Il cranio Apidima 1 e la sua ricostruzione 3D (Katerina Harvati, Eberhard Karls, Università di Tubinga)

Apidima 2, il cranio di Neanderthal (Katerina Harvati, Eberhard Karls, Università di Tubinga)

Il cranio di Neanderthal

Un cranio, che conserva un volto, è stato studiato di più e identificato come Neanderthal (‘Apidima 2‘). Il primo cranio, costituito solo dalla parte posteriore, era stato ampiamente ignorato. Harvati e i suoi collaboratori hanno deciso di esaminare entrambi. Hanno preso le scansioni TC dei fossili, creato delle ricostruzioni virtuali in 3D, e li hanno confrontati coi teschi di Neanderthal e Homo sapiens antichi e moderni. Sulla rivista Nature gli scienziati spiegano come la loro analisi abbia confermato il secondo cranio, che ha una arcata sopraccigliare spessa e arrotondata, come Neanderthal. Ma con loro sorpresa, l’altro cranio (‘Apidima 1’) corrispondeva più strettamente a quello di un uomo moderno.

Il cranio di Sapiens

La prova principale era la parte posteriore arrotondata e la mancanza di un classico rigonfiamento Neanderthal, simile ai capelli raccolti in un nodo chignon. «La parte conservata, quella posteriore, è molto indicativa nel differenziare gli uomini moderni dai Neanderthal e dai precedenti umani arcaici», ha detto Harvati. Gli scienziati della squadra hanno poi datato i fossili con un metodo che si basa sul decadimento radioattivo dell’uranio naturale. I test hanno scoperto che il cranio di Neanderthal aveva almeno 170.000 anni, il cranio di Homo sapiens almeno 210.000 anni fa, e la roccia che li racchiudeva oltre 150.000 anni fa. La differenza di età potrebbe essere spiegata dai teschi che si mescolano nel fango che in seguito si solidifica nella grotta.

I dubbi sulla teoria

Warren Sharp presso il Centro di Geocronologia di Berkeley in California ha evidenziato che le analisi sul presunto cranio umano hanno prodotto date molto diverse (dai 300 ai 40 mila anni), segno che l’uranio potrebbe essere stato perso dalle ossa nel tempo. «Se è così – dice – l’età calcolata del fossile è troppo vecchia e la sua vera età è sconosciuta, mettendo in discussione la premessa dello studio. Non è un buon campione, le datazioni minime e massime sono enormemente lontane, non sappiamo se siano valide». Juan Luis Arsuaga, un paleoantropologo spagnolo, non è convinto che il cranio provenga da un uomo moderno: «Il fossile è troppo frammentario e incompleto per una conclusione così importante», ha detto. «Nella scienza, affermazioni straordinarie richiedono prove straordinarie. Una scatola cranica parziale, priva della base cranica e della totalità del viso, per me non è una prova straordinaria». John Hawks, paleontologo dell’Università del Wisconsin-Madison, ha espresso dubbi simili: «Possiamo veramente usare una piccola parte del cranio come questa per riconoscere la nostra specie? La trama di questa ricerca è che il cranio è più arrotondato nella parte posteriore, con più lati verticali, e questo lo rende simile agli uomini moderni. Penso davanti a questioni complesse, non dovremmo presumere che una singola piccola parte dello scheletro possa raccontare tutta la storia». Negli umani antichi, la forma del dorso del cranio non sempre predice la forma del viso, aggiunge Susan Antón, paleoantropologa all’Università di New York. La parte posteriore del teschio di Jebel Irhoud, per esempio, è allungata e arcaica, ma il volto è decisamente moderno. Secondo il paleoantropologo Christoph Zollikofer (Università di Zurigo), il lignaggio di Neanderthal può comprendere varianti anatomiche ancora sconosciute, forse crani corti e rotondi. «Evidenzia la scarsità delle nostre conoscenze», dice. Di fatto, Marie-Antoinette de Lumley, paleoantropologa del CNRS, ha recentemente sostenuto che entrambi i teschi siano in realtà antenati dei Neanderthal. Israel Hershkovitz, il paleoantropologo che ha trovato i fossili di Misliya, pensa che poiché l’Homo Sapiens era già in Medio Oriente 200.000 anni fa, avrebbe potuto arrivare anche nell’Europa meridionale. Harvati sottolinea che alcuni genomi di Neanderthal conservano tracce di ibridazione con l’Homo Sapiens oltre 200.000 anni fa, segno che i nostri antenati entrarono presto nel territorio dei Neanderthal, prima di scomparire di nuovo.

(Nature)

La grotta di Apidima (Università di Tubinga)

Nature

The Guardian

Science

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