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Il primo utilizzo del numero “0” scoperto sul manoscritto di Bakhshali

settembre 15, 2017

Il manoscritto di Bakhshali: nell’ultima riga di questa pagina si vede chiaramente il numero zero, indicato ancora come un punto (Bodleian Libraries, University of Oxford)

Un nuovo studio dell’Università di Oxford ha scoperto il più antico utilizzo del numero “0” al mondo. Il numero appare centinaia di volte in un antico testo indiano noto come il manoscritto di Bakhshali.

Il manoscritto consiste di 70 fogli di corteccia di betulla, pieni di testi in sanscrito e di matematica. In precedenza era stato datato intorno al IX secolo, ma la nuova datazione al radiocarbonio ha scoperto che è molto più antico: una sua parte risale tra il 224 e il 383 d.C.

Il testo sembra essere stato un manuale per i mercanti della Via della Seta. Include esercizi di aritmetica e di qualcosa che si avvicina all’algebra.

Il manoscritto di Bakhshali (Bodleian Libraries, University of Oxford)

Il manoscritto venne scoperto in un campo da un agricoltore nel 1881 e gli venne dato il nome del villaggio del ritrovamento, Bakhshali, oggi in Pakistan. È ospitato nella Biblioteca Bodleiana dell’Università di Oxford dal 1902. Finora si pensava che il manoscritto risalisse tra l’VIII e il XII secolo circa. Ora però, per la prima volta, il manoscritto è stato datato al radiocarbonio rivelando che le pagine più antiche risalgono a ben prima, tra il 224 e il 383 d.C. Il manoscritto precede dunque l’iscrizione dello zero trovato sul muro di un tempio del IX secolo a Gwalior, in India – considerato in precedenza il più antico esempio di zero mai documentato.

Nel testo di Bakhshali ci sono centinaia di zeri indicati utilizzando un punto. È questo punto che in seguito si evolverà nel simbolo con un buco in mezzo come lo conosciamo oggi. In origine il punto veniva utilizzato come un “segnaposto” – come per esempio lo “0” nel numero 505 indica che non ci sono decine – ma non era ancora un numero in sé. L’uso dello zero in questo senso apparve in diverse culture antiche, come quelle dei Maya (nella forma di una conchiglia vuota) e dei Babilonesi (due cunei inclinati). Ma solo il punto indiano alla fine diventò un vero numero, descritto per la prima volta nel 628 d.C. dall’astronomo e matematico indiano Brahmagupta. «Alcune di queste idee, che diamo per scontate, hanno dovuto essere immaginate prima. I numeri servivano a contare le cose quindi, se non c’era niente, perché aver bisogno di un numero?», dice Marcus du Sautoy, docente di matematica presso l’Università di Oxford.

Il concetto di zero permise lo sviluppo del calcolo ed è alla base dell’epoca digitale. «Tutta la tecnologia moderna è costruita sull’idea di qualcosa e di niente», spiega Sautoy. Datare il manoscritto di Bakhshali è sempre stato complicato: non tutte le pagine furono create nello stesso momento, le più antiche avevano ben 500 anni in più rispetto alle più recenti. La nuova ricerca, effettuata con l’Oxford Radiocarbon Accelerator Unit (ORAU), ha scoperto che di tre campioni uno risaliva tra il 224 e il 383, un altro tra il 680 e il 779, e l’ultimo tra l’885 e il 993. «Come tutti questi fogli furono raccolti insieme rimane un mistero», dice Sautoy.

Il manoscritto sarà esposto dal 4 ottobre nella mostra ‘Illuminating India: 5000 Years of Science and Innovation’, presso il Museo della scienza di Londra.

Il ‘folio’ 16, datato tra il 224 e il 383 d.C. (Bodleian Libraries, University of Oxford)

New Scientist

The Guardian

Università di Oxford

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