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Ritrovata la HMS Terror, l’altra nave della spedizione perduta di Franklin

settembre 20, 2016
Il ponte della HMS Terror (Arctic Research Foundation)

Il ponte della HMS Terror (Arctic Research Foundation)

La nave perduta dell’esploratore britannico Sir John Franklin, la HMS Terror, è stata trovata in ottime condizioni sul fondo di una baia del Mar Artico, una scoperta che mette in discussione la storia di uno dei più profondi misteri della spedizione polare.

Il 12 settembre del 1846 la HMS Terror e la nave ammiraglia di Franklin, la HMS Erebus (trovata nel 2014), furono abbandonate tra i ghiacci nel corso della sfortunata spedizione per cercare il Passaggio a Nord Ovest.

Tutti i 129 uomini della spedizione Franklin morirono, fu il più grande disastro nella lunga storia delle spedizioni polari della Royal Navy. Le ricerche di soccorso continuarono per 11 anni senza trovare tracce, e il destino di quegli uomini rimase un enigma che interessò generazioni di storici, archeologi e avventurieri.

Ora il mistero sembra essere stato risolto, grazie a una missione di intrepidi esploratori e all’improbabile consiglio di un Inuit.

Una campana sul ponte della HMS Terror (Arctic Research Foundation)

Una campana sul ponte della HMS Terror. La Terror si trova a 24 metri di profondità. Una grossa corda che esce da un buco potrebbe indicare l’impiego dell’ancora. (Arctic Research Foundation)

Un team della Arctic Research Foundation ha manovrato un piccolo veicolo in remoto attraverso un portello di boccaporto della nave, catturando delle immagini eccezionali.

«Siamo entrati nella sala mensa, ci siamo fatti strada fino ad alcune cabine e abbiamo trovato la dispensa con piatti e un barattolo sulle mensole», ha dichiarato a The Guardian Adrian Schimnowski, il direttore delle operazioni dalla nave Martin Bergmann. «Abbiamo scorto due bottiglie di vino, tavoli e mensole vuote. Abbiamo trovato una scrivania con i cassetti aperti in uno dei quali vi è qualcosa».

Il relitto ben conservato combacia la Terror in molti aspetti chiave, ma giace ben 96 km a sud rispetto a dove si credeva essersi incastrata nella banchisa.

Scoperta tra i ghiacci

La squadra della Bergmann, composta da dieci persone, ha trovato il grande relitto con i suoi tre alberi spezzati ma ancora in piedi, quasi tutti i portelli chiusi e tutti gli oggetti in stiva, al centro della (non indicata sulle carte) Terror Bay, sull’isola di Re William, lo scorso 3 settembre.

Dopo non aver trovato niente in una ricerca di prima mattina, la nave stava lasciando la baia, quando una sagoma digitale sgranata è comparsa sul display.

«Da quel momento eravamo tutti nella sala timoniera impressionati, veramente», dice Daniel McIsaac, 23 anni, che era al timone quando la nave è passata sopra il relitto. Da allora il team ha speso oltre una settimana a raccogliere immagini e a compararle con i piani di costruzione del XIX secolo della Terror, scoprendo che i punti chiave combaciano.

Il relitto è in così buone condizioni che ci sono ancora i vetri di tre delle quattro finestre della cabina di poppa, dove il comandante della nave Francis Crozier, dormiva e lavorava.

Dice Schimnowski: «Sembra che questa nave sia stata ben chiusa per l’inverno e poi affondò. Era tutto chiuso. Persino le finestre sono ancora intatte. Se si potesse sollevare questa nave, pompare fuori l’acqua, probabilmente galleggerebbe.

Una ricerca politica

La Arctic Research Foundation è stata messa in piedi dal canadese Jim Balsillie, magnate di tecnologia e filantropo, cofondatore di Research in Motion, creatore del Blackberry.

Balsillie, che ha anche avuto un ruolo nella pianificazione della spedizione, ha proposto una teoria per spiegare perché sia la Terror sia la Erebus embrano essere affondate molto più a sud rispetto a dove vennero abbandonate la prima volta.

«Questa scoperta cambia la storia», ha detto. «Data la posizione del ritrovamento e lo stato del relitto, è quasi certo che la HMS Terror venne chiusa intenzionalmente dall’equipaggio rimanente, che poi si imbarcò sulla HMS Erebus salpando a sud dove incontrarono il loro tragico destino».

La ricerca della spedizione di Franklin è stata lanciata dall’ex-primo ministro canadese Stephen Harper, come parte di un più grande piano per affermare la sovranità del Canada nell’Artico e promuovere la sviluppo delle sue risorse – incluse grandi riserve di petrolio e gas naturale.

Gli archeologi sottomarini della Parks Canada conducono la missione dall’inizio (2008). Ora saranno loro a confermare che il relitto sia proprio quello della Terror.

Il timone (Arctic Research Foundation)

Il timone (Arctic Research Foundation)

Il ruolo delle storie Inuit

Nel 2014 era stata scoperta la nave ammiraglia, la Erebus, nella stessa area del Golfo della regina Maud, dove la tradizione orale Inuit parlava di una grande nave di legno affondare. Le stesse storie descrivevano degli Inuit sbigottiti da un uomo morto in una scura stanza della nave, con un grande sorriso. Gli esperti hanno suggerito che l’uomo potesse avere un rictus, un sorriso forzato, o che avesse sofferto di scorbuto.

Gli Inuit sono stati centrali anche per trovare la Terror, ma in un modo più misterioso. Il membro dell’equipaggio Sammy Kogvik, 49 anni, di Gjoa Haven, era sulla Bergmann da solo un giorno quando, parlando con Schimnowski, aveva raccontato una strana storia.

Circa sei anni fa, dice Kogvik, lui e un suo amico stavano andando con delle motoslitte verso un lago a pescare quando avevano scorto un grosso pezzo di legno, che sembrava l’albero di una nave, uscire dal ghiaccio che copriva la Terror Bay.

Kogvik ha raccontato di essersi fermato quel giorno a fare delle foto di lui che abbracciava l’oggetto di legno, solo per poi scoprire, una volta a casa, che la fotocamera era caduta dalla tasca e andata persa. La paura che l’avvenimento fosse un presagio di cattivi spiriti – che generazioni di Inuit credono vagare sull’isola di Re William da quando Franklin e i suoi uomini morirono – gli fece pensare di non doverlo raccontare a nessuno.

Le testimonianze Inuit sono spesso state preziose nella lunga ricerca delle navi di Franklin, e Schimnowski credette a questa storia. È per questo che la Bergmann si è diretta verso la Terror Bay, in vista di ricongiungersi poi con le altre due navi di ricerca nell’estremità nord del Victoria Strait.

(The Guardian)

(The Guardian)

Un tragico destino

È nel cosiddetto Victory Point che i sopravvissuti della spedizione Franklin lasciarono un messaggio, un foglio incastrato tra le pietre di un cairn (un mucchio di pietre).

La nota è datata 25 aprile 1848, e dice che la Erebus e la Terror erano state abbandonate da tre giorni, completamente bloccate nei ghiacci. Crozier era al comando “degli ufficiali e dell’equipaggio, che consiste di 105 anime”, perché Franklin era già morto, l’11 giugno 1847, “e le morti totali nella spedizione sono finora di 9 ufficiali e 15 uomini”. La nota era firmata da Crozier e dal capitano James Fitzjames, che aveva aggiunto di fretta un post scriptum: “e partiremo l’indomani il 26 per il fiume Back’s Fish”.

Apparentemente i sopravvissuti speravano di seguire il fiume – oggi noto come Back river – fino a raggiungere un sicuro avamposto della Compagnia della Baia di Hudson.

Nessuno ce la fece, e per generazioni la storia accettata è stata quella di una brutale marcia mortale, con i marinai della Royal Navy che cercavano di scappare dall’Artico, morendo invece lungo la via. Ora gli esperti cercheranno di capire se almeno alcuni degli uomini raccolsero le ultime forze, nonostante fame, malattie e congelamenti, nel disperato tentativo di salpare verso casa.

La HMS Terror bloccata nel ghiaccio e comandata dall'ammiraglio George Back, nel corso della Frozen Strait Expedition, 1836-1837 (De Agostini/Getty Images)

La HMS Terror bloccata nel ghiaccio e comandata dall’ammiraglio George Back, nel corso della Frozen Strait Expedition, 1836-1837 (De Agostini/Getty Images)

The Guardian

2 commenti leave one →
  1. Liutprand permalink
    settembre 20, 2016 2:55 pm

    Splendido ! Queste antiche esplorazioni mi hanno sempre affascinato.

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  2. settembre 21, 2016 7:51 am

    Dentro al mondo ci sono cose incredibili e noi dobbiamo ancora scoprire tutto

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