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In una mummia dell’XI secolo dei geni resistenti ai moderni antibiotici

ottobre 26, 2015
A destra, la mummia analizzata (Maria Gloria Roselli/Museum of Anthropology and Ethnology of the University of Florence)

A destra, la mummia analizzata (Gino Fornaciari. Maria Gloria Roselli/Museum of Anthropology and Ethnology of the University of Florence)

Alcuni geni resistenti a dei moderni antibiotici sono stati trovati nel colon e nelle feci di una mummia dell’XI secolo d.C., secoli prima dell’introduzione degli stessi antibiotici.

La scoperta suggerisce che le mutazioni di questi geni avvennero naturalmente nei batteri di 1000 anni fa, e non sono necessariamente correlati all’abuso di antibiotici.

La ricerca, pubblicata su PlosOne, è stata effettuata da un team internazionale di scienziati sul microbioma (il patrimonio genetico) dei resti di una ragazza sulle Ande, mummificatasi naturalmente grazie al clima freddo.

Alcune delle mummie furono raccolte nel 1865-68, durante un viaggio intorno al mondo a bordo della Pirocorvetta Magenta (Gino Fornaciari)

Alcune delle mummie furono raccolte nel 1865-68, durante un viaggio intorno al mondo a bordo della Pirocorvetta Magenta (Gino Fornaciari)

Una mummificazione naturale

Scoperta a Cusco, l’antica capitale dell’impero Inca, la mummia era stata portata in Italia nel XIX secolo dal professor Ernesto Mazzei. Venne poi donata al Museo nazionale di antropologia ed etnologia dell’Università di Firenze, dove si trova attualmente insieme ad altre 11 mummie.

«La mummia giaceva in un cesto di fibre che copriva tutto il corpo. Solo la testa e parte delle mani erano visibili», dice Gino Fornaciari, docente di storia della medicina e paleopatologia all’Università di Pisa, a Discovery News. I cesti avevano anche dei manici per appenderli nelle tombe di famiglia. «Il clima freddo e secco delle Ande ha prodotto una mummificazione naturale», ha aggiunto.

Fornaciari e colleghi hanno tolto la mummia dal suo cesto, scoprendo che era disposta in posizione fetale, con corde legate intorno a polsi , caviglie e anche. La donna sarebbe morta tra i 18 e i 23 anni di età.

(Gino Fornaciari. Courtesy of Maria Gloria Roselli/Museum of Anthropology and Ethnology of the University of Florence)

(Gino Fornaciari. Courtesy of Maria Gloria Roselli/Museum of Anthropology and Ethnology of the University of Florence)

La malattia di Chagas

L’autopsia ha rivelato che cuore, esofago e colon (contenente una gran quantità di feci) mummificati erano estremamente dilatati – sintomi di caso cronico della malattia di Chagas.

Questa è potenzialmente una condizione mortale causata dal parassita protozoo Trypanosoma cruzi (T. cruzi), e si trasmette con le cimici triatomine. Si stima che circa 6-7 milioni di persone ne siano affette in tutto il mondo, e la maggior parte sono in America Latina.

Un team di ricercatori internazionali di California, Porto Rico e Italia, diretti da Raul Cano, professore presso il California Polytechnic State University, è riuscito a sequenziare interamente il DNA dei batteri nel colon e nelle feci della mummia.

Hanno così scoperto abbondante DNA appartenente al Trypanosoma cruzi, confermando la diagnosi della malattia di Chagas già fatta da Fornaciari nel 1992 con altri metodi, secondo cui «è molto probabile che la malattia di Chagas sia stata la causa di morte per la giovane donna».

La donna sopravvisse per qualche tempo, nonostante soffrisse di megacolon, mesaesofago, e una malattia del cuore in stato avanzato. Probabilmente venne trattata con droghe, forse foglie di coca. «Le analisi tossicologiche sono in corso su una treccia di capelli. La sua lunghezza corrisponde a 5 anni di vita e dovrebbe dirci riguardo l’uso di sostanze stupefacenti», ha detto Fornaciari.

Altre mummie della collezione di Firenze (Gino Fornaciari. Courtesy of Maria Gloria Roselli/Museum of Anthropology and Ethnology of the University of Florence)

Altre mummie della collezione di Firenze (Gino Fornaciari. Courtesy of Maria Gloria Roselli/Museum of Anthropology and Ethnology of the University of Florence)

(Gino Fornaciari. Courtesy of Maria Gloria Roselli/Museum of Anthropology and Ethnology of the University of Florence)

(Gino Fornaciari. Courtesy of Maria Gloria Roselli/Museum of Anthropology and Ethnology of the University of Florence)

(Gino Fornaciari. Courtesy of Maria Gloria Roselli/Museum of Anthropology and Ethnology of the University of Florence)

(Gino Fornaciari. Courtesy of Maria Gloria Roselli/Museum of Anthropology and Ethnology of the University of Florence)

Resistente agli antibiotici

L’analisi del microbioma della mummia ha anche rivelato la presenza di altre malattie causate dai batteri, come il Clostridium difficile (la cui infezione causa diarrea e colite) e alcuni tipi di virus del papilloma umano (HPV), un virus trasmesso sessualmente che causa carcinomi della cervice uterina.

Anche se il T. cruzi rinvenuto sembra più primitivo delle sue forme moderne, era simile al 98-99% al virus odierno. «Questo dimostra che mentre il T. cruzi si dovette adattare alle nuove condizioni nell’ospite umano, l’HPV era già abituato al corpo umano sin dai tempi remoti», dice Fornaciari.

Ancora più interessante, i ricercatori hanno identificato molti geni resistenti agli antibiotici che avrebbero reso inefficaci i trattamenti coi moderni antibiotici ad ampio spettro – come fosfomicina, cloramfenicolo, tetracicline, chinoloni e vancomicina.

«In particolare, la vancomicina è stata scoperta oltre 50 anni fa, e i geni resistenti ad essa erano stati perlopiù imputati al maggior utilizzo di questo antibiotico», scrivono i ricercatori. Il microbioma dell’intestino di questa mummia rivela invece un quadro differente, mostrando che i geni resistenti all’antibiotico predatano di secoli l’uso terapeutico di questi composti.

«La scoperta ha implicazioni pratiche nella medicina moderna – dice Fornaciari – e aiuterà a capire l’evoluzione degli agenti patogeni».

Discovery

PLOS ONE

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  1. silvio silvetti permalink
    novembre 12, 2015 1:47 pm

    «In particolare, la vancomicina è stata scoperta oltre 50 anni fa, e i geni resistenti ad essa erano stati perlopiù imputati al maggior utilizzo di questo antibiotico», scrivono i ricercatori.

    In effetti, gli antibiotici non sono mai stati imputati di generare ceppi batterici resistenti, ma di selezionarli e facilitare la loro diffusione uccidendo gli altri ceppi non resistenti. In natura i ceppi resistenti eventualmente presenti sono in competizione con tutti gli altri, quindi hanno una scarsa probabilità di diffondersi.

    Si credeva, però, che la resistenza si fosse generata in tempi moderni; grazie a quest’articolo sappiamo che la resistenza genetica dei batteri agli antibiotici è molto antica. Fare delle ipotesi in questo caso è temerario, ma sarebbe molto importante per la medicina svelare il mistero.

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