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A Kaulonia scoperte buche rituali di età Brettia

agosto 15, 2014

Istantanee dalla fine di una civiltà. Frase che potrebbe funzionare alla perfezione come didascalia per l’ultima scoperta archeologica effettuata qualche giorno fa a Kaulonia, antica colonia della Magna Graecia che sorge sul territorio del comune di Monasterace, in provincia di Reggio Calabria.

In un edificio termale ellenistico del IV secolo a.C. che nel III secolo fu trasformato in santuario, lo staff di archeologi coordinato da Francesco Cuteri in partnership con Maria Teresa Iannelli della Soprintendenza archeologica della Calabria ha individuato venti buche votive: sono databili all’ultima decade del III secolo, e ospitavano falangi umane accanto a monete, in alcuni casi combuste, e ossa di animali.

(Il Sole 24 Ore)

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Nessun dubbio sugli «artefici» di questa singolare pratica: i Bruzi, altrimenti detti brettii, popolazione italica che abitò l’intera Calabria ed ebbe in Cosenza la propria capitale.

Erano schiavi dei lucani, si ribellarono ai loro padroni e con le armi si guadagnarono la libertà emigrando verso sud. Furono loro, intorno alla metà del III secolo, a trasformare le vecchie terme ellenistiche – il luogo dell’acqua, elemento sacro per i greci ma anche per gli italici – in un luogo cultuale. E a praticarvi riti che, almeno per il momento, non trovano analogie in altri siti del Meridione.

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«Tutto è partito qualche anno fa, – racconta Cuteri – quando nell’edificio termale scavammo il mosaico del drago, il più grande tra quelli rinvenuti in Magna Graecia. In quella stessa campagna rinvenimmo anche un vaso contenente una falange umana e due monete combuste, tracce di quello che in tutta evidenza sembrava un culto religioso».

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Il mosaico del drago (Il Sole 24 Ore)

A distanza di anni, Cuteri e i suoi colleghi sono tornati a Kaulonia per riprendere il discorso: «In una sala dell’edificio – spiega l’archeologo – abbiamo trovato venti buche con falangi, ossa di animali e oggetti come vasi, lucernari e monete, pratica inedita fino a questo momento». Le buche risalgono all’epoca in cui i Bruzi strinsero alleanza con Annibale, appoggiando i cartaginesi in quello scontro di civiltà con Roma che fu la Seconda guerra punica.

Il significato della pratica? «Per ora è difficile pronunciarsi con certezza, – prosegue Cuteri – perché dovremo approfondire aspetti antropologici e biologici della scoperta, ma cosa per ora chiara è il fatto che le ossa umane non portano segni di traumi: è come se fossero “reliquie” di membri della comunità già deceduti cui si intendeva rendere omaggio». Erano anni di guerra, «a quella stessa datazione – prosegue l’archeologo – in città risalgono tracce di una febbrile attività di costruzione di armi. Era come se i Brettii si preparassero a una battaglia decisiva, una sfida finale, e per questo avevano bisogno di tutto l’appoggio delle loro divinità». Magari chiamando in causa anche i guerrieri del passato.

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