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Sequestrati 18 mila reperti archeologici

giugno 14, 2012
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Quasi 18.000 reperti archeologici sequestrati, cinque «tombaroli» denunciati alle procure di Roma e Tivoli per la violazione del Codice Urbani, e una villa di età romana, una necropoli imperiale e un santuario del popolo Equo finora sconosciuti agli studiosi.

È questo il bilancio dell’operazione «Valerio Massimo», avviata quando la Guardia di finanza ha individuato a Cineto Romano, vicino all’antica via Tiburtina Valeria, un sarcofago in marmo di età imperiale che stava per essere trafugato.

(Mario Proto)

(Mario Proto)

(Mario Proto)

I «TOMBAROLI»

Sequestrato il sarcofago, gli investigatori sono riusciti a risalire a tre soggetti ritenuti responsabili degli scavi abusivi. Le perquisizioni nelle loro case hanno rivelato steli epigrafe, segnacoli funerari e cippi miliari del sistema viario consolare provenienti dalla Statio ad Lamnas, antico centro equo e poi romano posto a ridosso della Valle dell’Aniene.

Attraverso le agende e i taccuini sequestrati agli indagati, i finanzieri del Nucleo tributario hanno poi ricostruito la «mappa del saccheggio», che si è dimostrata decisiva per individuare l’area degli scavi clandestini: lì erano già visibili le prime testimonianze di una necropoli di età imperiale, di una villa rustica romana con annesso ambiente per la produzione e la conservazione di derrate alimentari e di un santuario equo con cinta muraria, tutti ignoti alla comunità accademica.

Necropoli c.d. di Ferrata, tombe alla cappuccina del I-II secolo d.C. (Mario Proto)

(Mario Proto)

I resti della villa rustica romana ritrovata in località Collelungo (Mario Proto)

(Mario Proto)

LA SOPRINTENDENZA

Da quel momento i siti sono diventati oggetto di scavi da parte della Soprintendenza per i beni archeologici del Lazio e hanno consentito di restituire alla cittadinanza importanti testimonianze delle civiltà equa e romana.

L’operazione «Valerio Massimo», che ha preso il nome dal console romano che elevò al rango di «consolare» l’antica via Tiburtina, si è conclusa quindi con:

  • la denuncia di cinque «tombaroli» responsabili (a vario titolo) di violazioni in materia di ricerche archeologiche, impossessamento di beni culturali appartenenti allo Stato e ricettazione;
  • il sequestro di 17.932 reperti archeologici, molti dei quali ritenuti di straordinario interesse, e di numerosi utensili da ricerca e scavo;
  • la scoperta ed il sequestro di tre strutture mai censite nei mappali della Soprintendenza.

«Abbiamo inferto un duro colpo alle organizzazioni criminali attive nel mercato clandestino di opere d’arte dall’Italia all’estero», ha sottolineato il generale Virgilio Pomponi, comandante del Nucleo tributario di Roma.

 

La Repubblica

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  1. Follow permalink
    giugno 26, 2012 8:47 am

    Così certamente non và bene, questo è un recare un danno alla storia dell’Italia e alla conoscenza che potrebbe derivarne dallo studio dei reperti. Per contro però ho notato anche una fortissima speculazione da parte dello stato su un bene che continuano ad affermare che appartiene al popolo italiano, ai cittadini. E poi fanno pagare cifre assurde nei musei e anche ti precludono l’accesso alle informazioni e alla conoscenza di quanto trovato. Certo trovare questi reperti è stato un bene, adesso quando i cittadini potranno accedere gratis alla visione di qualcosa che appartiene anche a loro, di qualcosa che è loro in quanto loro patrimonio, come affermano sempre questi signori.
    A questi tombaroli che hanno depredato così violentemente e massiciamente dei siti ancora sconosciuti io li picchierei di brutto.

    Ma rimane comunque quello che ho detto….io voglio (intendo io cittadino italiano, cioè chiunque) potere avere libero accesso all’informazione e al sito, non che ci devono andare solo studiosi e chissà per quanti anni. Va bene io cittadino non toccherò niente e mi farò da parte poichè gli studiosi hanno più cometenza di me, ma intendo dire che chiunque deve essere libero se manifesta sincero interesse per queste cose di avere accesso. Questo è il mio pensiero…

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