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Rassegna stampa archeologica/43

luglio 5, 2010

Uno nuovo studio sostiene che l’Homo floresiensis – l’ominide, noto come “hobbit”, rinvenuto nel 2003 sull’isola indonesiana di Flores (vedi qui e qui) – sia un discendente dell’Homo erectus, arrivato su Flores tra i 781000 e i 126000 anni fa.

La ricerca è stata condotta da Hanneke Meijer, del Netherlands Centre for Biodiversity Naturalis, ed è stata pubblicata sul Journal of Biogeography.

Ricostruzione dell'Homo floresiensis (Peter Schouten)

Meijer crede che dopo centinaia di migliaia di anni l’Homo erectus su Flores si evolvette verso una forma di nanismo insulare. L’adattamento alla vita sull’isola lo rese più basso, con braccia e piedi relativamente lunghi e dotato di gambe forti e un cervello più piccolo.

Una sorte analoga, dicono i resti fossili secondo Meijer, toccò anche ad altri animali dell’isola, tra cui rettili e mammiferi, i quali sperimentarono o nanismo o gigantismo.

Fonte: Discovery.

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Gli archeologi hanno cominciato gli scavi a Marden Henge, una struttura preistorica datata tra il 2000 e il 2400 a.C. e grande 10.5 ettari, dieci volte più di Stonehenge. Si trova vicino alla sorgente del fiume Avon, nel Wiltshire, in Inghilterra.

All’epoca Marden Henge era una ‘collinetta’ alta 14 metri circondata da un fossato pieno d’acqua.

(SWNS)

L’archeologo Jim Leary spiega così la situazione: “Praticamente non si sa nulla di questo enorme cerchio (il cerchio di pietre è però andato perduto). Partiamo da zero”. Le ultime ricerche risalgono al 1969, quando il professore Geoffrey Wainwright datò alcuni frammenti di palchi (le “corna” dei Cervidi).

Fonte: Daily Mail.

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Ecco alcune immagini della mappa tridimensionale del tumulo di Gobyoyama, nella prefettura di Osaka, in Giappone. È opera degli archeologi giapponesi, i quali hanno utilizzato un nuovo metodo che utilizza raggi laser dall’alto di un elicottero.

Il tumulo di Gobyoyama (Archaeological Institute of Kashihara/Kyodo photo)

(Archaeological Institute of Kashihara-Kyodo photo)

Lo stesso procedimento è stato effettuato anche per il tumulo di Konabe, nella prefettura di Nara.

Fonte: The Japan Times.

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Scoperta una fossa comune di 51 cavalli sepolti fianco a fianco in un campo vicino il fiume Mosa (Maas in olandese), a Borgharen, in Olanda.

(AP Photo/Ermindo Armino)

È lunga 40 metri e risale al XVII secolo. Si tratta probabilmente di vittime di una qualche battaglia: forse di un combattimento avvenuto nel 1632 durante la Guerra degli ottant’anni, oppure dell’assedio francese di Maastricht nel 1673.

L’archeologa Angela Simons, a capo del progetto archeologico, vede una possibile connessione coi soldati francesi i cui resti sono stati scoperti lungo la sponda del fiume a Borgharen nel 2004.

(AP Photo/Ermindo Armino)

(AP Photo/Ermindo Armino)

Fonte: AP.

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Grazie ancora a Richard per le segnalazioni.

Nel sito di Belovode, in Serbia, sono state scoperte tracce di lavorazione del rame di ben 7000 anni fa.

Immagine al microscopio di scorie rinvenute nel sito (M. Radivojevic)

Le datazioni al radiocarbonio delle ossa animali scavate nel sito indicano che Belovode, ‘appartenuto’ alla cultura di Vinča (o Vinca), venne occupata dal 5350 al 4650 a.C.

La ricerca è stata pubblicata sul Journal of Archaeological Science.

Fonte: Science News.

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Degli scienziati hanno sperimentato i body scanner, quelli impegati negli aeroporti, per analizzare le antiche mummie.

Sarcofago e mummia, National Museum of Alexandria (Gérard Ducher, Néfermaât, wiki)

A differenza delle convenzionali scansioni ai raggi X o con le tomografie computerizzate, i body scanner forniscono immagini meno dettagliate, ma sono innocui per le cellule umane e non distruggono il tessuto, preservando così con più sicurezza l’antico DNA.

L’anatomista e paleopatologo Frank Rühli, capo dello Swiss Mummy Project all’Università di Zurigo nonché esperto mondiale di mummie, commenta: “Questa tecnologia innocua può anche essere utilizzata per il rilevamento di oggetti nascosti, come amuleti funerari o oggetti metallici nascosti tra le bende, per non menzionare la possibilità di identificare le sostanze chimiche e le essenze utilizzate nel processo di imbalsamazione”.

Fonte: Discovery.

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