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Alla ricerca degli antichi relitti perduti

aprile 1, 2014

Come dimostra l’affannosa ricerca dei resti dell’aereo malese, trovare un relitto oggi, nonostante l’ausilio di radar, sonar e satelliti, è impresa ardua. Ma cercare un relitto di migliaia di anni fa è ancora più difficile: come cercare un ago di legno in un pagliaio dopo che il legno dell’ago si è sbriciolato.

Eppure, la ricerca archeologica subacquea non si ferma: i relitti sono carichi di informazioni su coloro che li costruirono, e ci consentono di ricostruire l’economia di antiche civiltà, spiega James Delgado, della U.S. National Oceanic and Atmospheric Administration (NOAA).

Ma il problema dei relitti antichi è che sono quasi sempre di legno, e quindi preda designata del mollusco Teredo navalis, spiega Cemal Pulak, archeologo della navigazione alla Texas A&M University.

Questo bivalve è in grado di scavare profonde gallerie in un relitto e di distruggerlo nell’arco di pochi anni – a meno che il relitto sia protetto da sedimenti, come è accaduto alla nave romana rimasta sul fondo del Rodano per quasi 2.000 anni, come racconta l’articolo pubblicato sul numero di National Geographic Italia in edicola dal 2 aprile (sopra, un’immagine tratta dal servizio).

I fondali di tutto il mondo sono disseminati di relitti perduti che farebbero la gioia di qualunque archeologo. In questa fotogalleria, eccone alcuni.

(Rémi Bénali, Musée Départemental Arles Antique)

(Rémi Bénali, Musée Départemental Arles Antique)

La colonizzazione dell’Oceania nel Pacifico meridionale rappresenta uno dei capitoli più affascinanti delle migrazioni umane. Quelle antiche popolazioni – tra cui i polinesiani – riuscirono a viaggiare per migliaia di chilometri in oceano aperto trasportando beni preziosi e deperibili come il taro (un tubero simile alla patata), dice Delgado della NOAA.

Riuscire a recuperare uno dei vascelli usati per i viaggi consentirebbe agli archeologi di capire come l’uomo riusci a raggiungere l’Australia decine di migliaia di anni fa. “Di sicuro, non si limitarono a pagaiare su un tronco di legno”, dice Delgado.

Nell’immagine, tratta da Moeurs Et Coutumes Des Peuples, pubblicato da Veuve Hocquart nel 1811, alcune canoe da guerra maori in Nuova Zelanda.

(Leonard de Selva, Corbis)

(Leonard de Selva, Corbis)

Trovare una nave appartenente alla civilità minoica, fiorita a Creta 4.700 anni fa, costituirebbe una scoperta davvero straordinaria, dice Shelley Wachsmann della Texas A&M University. Un gruppo di ricercatori ha trovato il carico di una di queste antiche imbarcazioni che attraversavano il Mediterraneo fino a 3.500 anni fa, ma non una nave vera e propria.

Non si sa molto di questi antichi navigatori dell’Età del Bronzo, le cui tracce sono presenti in affreschi e dipinti sparsi un po’ in tutto il Mediterraneo.

Questi dipinti rappresentano imbarcazioni lunghe e affusolate, ma in assenza di un vero relitto, gli archeologi possono al più ipotizzare come i Minoici costruissero le loro imbarcazioni, dice Delgado.

Wachsmann ha cercato relitti minoici al largo di Creta, ma senza successo. Se ancora esistono, spiega, probabilmente sono sepolti sotto uno strato di sedimenti troppo spesso perché la moderna tecnologia riesca a individuarli.

(Gianni Dagli Orti, Corbis)

(Gianni Dagli Orti, Corbis)

Queste navi da guerra sono celebri soprattutto per il ruolo che giocarono nella celebre Battaglia di Salamina, nella quale i Greci sconfissero i Persiani invasori guidati da Serse nel 480 a.C. Gli archeologi dispongono di descrizioni e disegni, ma non hanno mai trovato una vera trireme.

Progettata per essere leggera e veloce, la trireme era lunga circa 37 metri e larga 6. Poteva trasportare 170 rematori, disposti in tre file per lato, ed era provvista di arieti in bronzo (alcuni dei quali sono stati rinvenuti) per sfondare le navi nemiche.

“Non credo che trovremo mai un relitto in mare aperto”, dice Pulak della Texas A&M. L’unica speranza è che si trovino in qualche antico porto, coperte dalla sabbia.

È in questo modo ad esempio che nel 2004 a Istanbul sono state scoperte 37 imbarcazioni risalenti dal V all’XI secolo d.C., durante i lavori di costruzione di una ferrovia.

(Stefano Bianchetti, Corbis)

(Stefano Bianchetti, Corbis)

Questi misteriosi navigatori vissuti tra il XIV e il XII secolo a.C. avrebbero costituito una coalizione di “popoli provenienti dall’Italia, dalle isole circostanti e dalla Turchia”, afferma Wachsmann, e sarebbero stati protagonisti di incursioni presso le città costiere del Mediterraneo.  Anche i Tirreni – da alcuni identificati con gli Etruschi – avrebbero fatto parte di questa coalizione (nella foto, un bassorilievo etrusco rappresentante una nave rinvenuto a Volterra).

Alcune di queste popolazioni avrebbero utilizzato navi progettate dai Micenei, una civiltà fiorita in Grecia dal  1600 al 1100 a.C. “Le navi micenee erano le antesignane della trireme greca”, dice Wachsmann. “Erano imbarcazioni straordinarie, ma non ce ne è arrivata neppure una scheggia”.

(Leemage, Corbis)

(Leemage, Corbis)

Gli annali dell’archeologia raccontano anche la storia di un antico sarcofago egizio perduto in mare. Era stato rinvenuto in una delle piramidi di Giza dall’avventuriero inglese Howard Vyse, e apparteneva al faraone Menkaure (Micerino) che regnò sull’Egitto dal 2490 al 2472 a.C.).

Vyse decise di spedire il sarcofago – pesante tre tonnellate – al British Museum di Londra, ma la Beatrice, la nave su cui viaggiava, affondò nel Mediterraneo nell’autunno del 1838 (l’immagine ritrae la nave Beatrice of Dundee, presente nel Mediterraneo nello stesso decennio ma probabilmente solo omonima di quella affondata).

Nel 2008 le autorità egiziane iniziarono a pianificare le ricerche del relitto e del suo prezioso carico, ma i problemi in corso nel paese misero fine al progetto. Per ora quindi il reperto resta negli abissi, come le miriadi di relitti antichi che ancora attendono di essere scoperti nei mari del mondo.

(Acquerello di Mathieu-Antoine Roux o Raffaele Corsini, attribuzione incerta, 1832)

(Acquerello di Mathieu-Antoine Roux o Raffaele Corsini, attribuzione incerta, 1832)

National Geographic

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