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La natura degli hobbit/7

agosto 29, 2011

L’Homo floresiensis, soprannominato l’hobbit dell’Indonesia, è ancora una volta motivo di acceso dibattito. Lo studio di una scansione del teschio sostiene l’idea che il piccolo individuo non era una specie separata, ma semplicemente un essere umano striminzito.

La ricerca, uscita su Proceedings of the National Academy of Sciences, ha subito ricevuto delle critiche da parte di altri antropologi.

(Richard Lewis /AP Photo)

Il fossile di 18.000 anni conquistò la comunità degli antropologi quando venne scoperto in una grotta calcarea sull’isola indonesiana di Flores nel 2003. La giovane femmina aveva vissuto in tempi relativamente recenti, ma era diversa da ogni altra specie di ominidi nota: era alta solo un metro, con arti lunghi rispetto al busto e un cranio piccolo, paragonato agli esseri umani vissuti in altre parti del pianeta in quel momento. Venne presentata su Nature come una specie umana nuova e del tutto inaspettata: l’Homo floresiensis.

Da allora i ricercatori hanno cercato di capire se quell’individuo faceva parte di una specie diversa o se era semplicemente un Homo sapiens deformato – forse il risultato di nanismo o microcefalia, un disordine dello sviluppo che risulta in un cranio e un cervello molto piccoli.

In quest’ultimo studio, i ricercatori guidati dall’antropologo Ralph Holloway presso la Columbia University di New York hanno usato la risonanza magnetica per verificare l’ipotesi della microcefalia. Prima hanno scansionato le cavità del cranio di 21 bambini affetti da microcefalia, confrontandole con le misurazioni di 118 bambini non affetti. I ricercatori hanno scoperto che due misurazioni specifiche – sporgenza del cervelletto e relativa ampiezza frontale – potrebbero essere usate per discriminare tra bambini microcefali e non. Il team ha poi fatto paragoni simili tra i calchi delle cavità dei teschi di 10 esseri umani microcefali, 79 non affetti, 17 Homo erectus, 4 Australopitechi, e il fossile dell’Homo floresiensis.

Essi riferiscono che quest’ultimo combaciava meglio con le misurazioni raccolte da microcefali e Australopitechi. Holloway ne deduce che il fossile potrebbe avere sofferto di microcefalia e non è necessariamente una specie separata.

Ma altri ricercatori che hanno studiato l’Homo floresiensis non sono convinti dell’analisi di Holloway.

Il paleoantropologo Peter Brown, dell’Università del New England in Armidale, in Australia, uno dei membri della squadra che scoprì il fossile, sostiene che lo studio di Holloway non prende in considerazione le caratteristiche che hanno contribuito all’inizio a dichiarare il fossile una nuova specie. “Le proporzioni dei calchi delle cavità sono completamente irrilevanti nell’assegnare questo fossile alla specie floresiensis”, dice. “È stata la dimensione del cervello rispetto al corpo ad essere fondamentale e qui non è stata nemmeno presa in considerazione”.

L’antropologa Dean Falk della Florida State University di Tallahassee critica invece le misurazioni effettuate dai calchi, perché quelli ottenuti dai fossili antichi sono probabilmente deformati da crepe e frammenti. La Falk aveva già condotto una tomografia computerizzata del cranio dell’Homo floresiensis, concludendo che era probabilmente una specie distinta. “Avevamo avuto l’opportunità di lavorare con il calco dell’Homo floresiensis che questo team ha usato, ma lo abbiamo messo da parte perché la forma era troppo scadente”, dice. “Abbiamo fatto una versione di questo studio coi dati della tomografia computerizzata che erano molto più accurati di tutti i dati che potrebbero essere raccolti da quel calco deforme”.

Holloway dice di non essere d’accordo con Brown, e descrive la critica di Falk come “ridicola”. Dice: “Abbiamo lavorato sia coi calchi forniti da Brown sia con quelli fisici costruiti dai calchi virtuali della Falk. Se c’è un problema con i nostri materiali c’è un problema con i materiali di tutti”.

Ma neanche il paleoantropologo William Jungers della Stony Brook University di New York è convinto delle conclusioni di Holloway: “Notano una somiglianza affascinante nelle misurazioni del cranio di Homo floresiensis e Australopithecus, ma la ignorano a favore dell’ipotesi della microcefalia. Una decisione strana”.

Nature

Proceedings of the National Academy of Sciences

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