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Alberto Mario Banti risponde a Benigni

febbraio 26, 2011

Il tema dei 150 dell’Unità d’Italia e più in generale del Risorgimento italiano è stato recentemente portato all’attenzione del grande pubblico con il seguitissimo intervento di Roberto Benigni a Sanremo. Mi sembra però utile alla discussione riportare anche un contributo che gli è decisamente critico, ma egualmente costruttivo, del professor Alberto Mario Banti, grande studioso del Risorgimento.

Alberto Mario Banti

Roberto Benigni a Sanremo: ma certo, quello che voleva bene a Berlinguer! Quello che – con gentile soavità – insieme a Troisi scherzava su Fratelli d’Italia … Che trasformazione! Sorprendente! Eh sì, giacché giovedì 17 febbraio «sul palco dell’Ariston», come si dice in queste circostanze, non ha fatto solo l’esegesi dell’Inno di Mameli. Ha fatto di più. Ha fatto un’apologia appassionata dei valori politici e morali proposti dall’Inno. E – come ha detto qualcuno – ci ha anche impartito una lezione di storia. Una «memorabile» lezione di storia, se volessimo usare il lessico del comico.
Bene. E che cosa abbiamo imparato da questa lezione di storia? Che noi italiani e italiane del 2011 discendiamo addirittura dai Romani, i quali si sono distinti per aver posseduto un esercito bellissimo, che incuteva paura a tutti. Che discendiamo anche dai combattenti della Lega lombarda (1176); dai palermitani che si sono ribellati agli angioini nel Vespro del lunedì di Pasqua del 1282; da Francesco Ferrucci, morto nel 1530 nella difesa di Firenze; e da Balilla, ragazzino che nel 1746 avvia una rivolta a Genova contro gli austriaci. Interessante. Da storico, francamente non lo sapevo. Cioè non sapevo che tutte queste persone, che ritenevo avessero combattuto per tutt’altri motivi, in realtà avessero combattuto già per la costruzione della nazione italiana. Pensavo che questa fosse la versione distorta della storia nazionale offerta dai leader e dagli intellettuali nazionalisti dell’Ottocento. E che un secolo di ricerca storica avesse mostrato l’infondatezza di tale pretesa. E invece, vedi un po’ che si va a scoprire in una sola serata televisiva.
Ma c’è dell’altro. Abbiamo scoperto che tutti questi «italiani» erano buoni, sfruttati e oppressi da stranieri violenti, selvaggi e stupratori – stranieri che di volta in volta erano tedeschi, francesi, austriaci o spagnoli. E anche questa è una nozione interessante, una di quelle che cancellano in un colpo solo i sentimenti di apertura all’Europa e al mondo che hanno positivamente caratterizzato l’azione politica degli ultimi quarant’anni.
Poi abbiamo anche capito che dobbiamo sentire un brivido di emozione speciale quando, passeggiando per il Louvre o per qualche altro museo straniero, ci troviamo di fronte a un quadro, che so, di Tiziano o di Tintoretto: e questo perché quelli sono pittori «italiani» e noi, in qualche modo, discendiamo da loro. Che strano: questa mi è sembrata una nozione veramente curiosa: io mi emoziono anche di fronte alle tele di altri, di Dürer, di Goya o di Manet, per dire: che sia irriducibilmente anti-patriottico?
E infine abbiamo capito qual è il valore fondamentale che ci rende italiani e italiane, e che ci deve far amare i combattenti del Risorgimento: la mistica del sacrificio eroico, la morte data ai nemici, la morte di se stessi sull’altare della madre-patria, la militarizzazione bellicista della politica. Ecco. Da tempo sostengo che il recupero acritico del Risorgimento come mito fondativo della Repubblica italiana fa correre il rischio di rimettere in circuito valori pericolosi come sono quelli incorporati dal nazionalismo ottocentesco: l’idea della nazione come comunità di discendenza; una nazione che esiste se non ab aeterno, almeno dalla notte dei tempi; l’idea della guerra come valore fondamentale della maschilità patriottica; l’idea della comunità politica come sistema di differenze: «noi» siamo «noi» e siamo uniti, perché contrapposti a «quegli altri», gli stranieri, che sono diversi da noi, e per questo sono pericolosi per l’integrità della nostra comunità.
Ciascuna di queste idee messa nel circuito di una società com’è la nostra, attraversata da intensi processi migratori, può diventare veramente tossica: può indurre a pensare che difendere l’identità italiana implichi difendersi dagli «altri», che – in quanto diversi – sono anche pericolosi; può indurre a fantasticare di una speciale peculiarità, se non di una superiorità, della cultura italiana; invita ad avere una visione chiusa ed esclusiva della comunità politica alla quale apparteniamo; e soprattutto induce a valorizzare ideali bellici che, nel contesto attuale, mi sembrano quanto meno fuori luogo.
Ecco, con la performance di Benigni mi sembra che il rischio di una riattualizzazione del peggior nazionalismo stia diventando reale: tanto più in considerazione della reazione entusiastica che ha accolto l’esibizione del comico, quasi come se Benigni avesse detto cose che tutti avevano nel cuore da chissà quanto tempo. Ora se questi qualcuno sono i ministri La Russa o Meloni, la cosa non può sorprendere, venendo questi due politici da una militanza che ha sempre coltivato i valori nazionalisti. Ma quando a costoro si uniscono anche innumerevoli politici e commentatori di sinistra, molti dei quali anche ex comunisti, ebbene c’è da restare veramente stupefatti.
Verrebbe da chieder loro: ma che ne è stato dell’internazionalismo, del pacifismo, dell’europeismo, dell’apertura solidale che ha caratterizzato la migliore cultura democratica dei decenni passati? Perché non credo proprio che un simile bagaglio di valori sia conciliabile con queste forme di neo-nazionalismo. Con il suo lunghissimo monologo, infatti, Benigni – pur essendosi dichiarato contrario al nazionalismo – sembra in sostanza averci invitato a contrastare il nazionalismo padano rispolverando un nazionalismo italiano uguale a quello leghista nel sistema dei valori e contrario a quello solo per ciò che concerne l’area geopolitica di riferimento.
Beh, speriamo che il successo di Benigni sia il successo di una sera. Perché abbracciare la soluzione di un neo-nazionalismo italiano vorrebbe dire infilarsi dritti dritti nella più perniciosa delle culture politiche che hanno popolato la storia dell’Italia dal Risorgimento al fascismo.

Fonte: Il Manifesto.

L’intervento di Benigni:

10 commenti leave one →
  1. Dario permalink
    febbraio 27, 2011 7:16 pm

    Che bella analisi prof. Banti, anch’io sono contrario alla retorica dei martiri e degli idealismi stravolti del risorgimento, avrei preferito festeggiare si un’anniversario nazionale ma con una presa di coscenza della reale storia del risorgimento, con ideali contrapposti agli errori sabaudi che hanno tradito i sentimanti iniziali, spiegando magari che gli interessi dei Savoia per il sud, non erano tanto di fratellanza ma per le miniere di zolfo per fare i fiammiferi. Il 17 marzo 1861 è un’unità parziale, manca il veneto, che viene annesso il 22 ottobre 1866 con un referendum plebiscitario (dicono) che sarebbe tutto da vedere. Una cosa è certa dopo l’unità d’Italia, le popolazioni del sud come del veneto, hanno dato vita ad un esodo migratorio durato mazzo secolo. Ma perchè questo?

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  2. Luigi permalink
    marzo 2, 2011 5:28 pm

    Francamente, nulla di interessante. Banti è il solito intellettualino di sinistra. Solo in Italia (ripeto:solo in Italia) parlare di patriottismo è una bestemmia.

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  3. francesco de vincenzi permalink
    marzo 7, 2011 9:03 am

    ….se presso gli alti vertici, nelle piazze, nelle scuole, continuano con la solita retorica e a nascondere la realtà degli eventi passati è meglio non festeggiare…!!!!
    Un paese che si rispetti dovrebbe avere il coraggio di celebrare i 150 anni, confessando anche gli errori commessi.
    Non mi sembra proprio il caso di continuare a svendere l’Unità come una favola in cui da una parte erano tutti degli eroi benevoli, illuminati e animati da spirito di sacrificio, e dall’altra c’erano gli ignoranti e i ribelli.
    E sbagliato continuare a parlare di valori quando in nome degli stessi si sono effettuati dei veri e propri abusi e dei crimini addirittura di tipo razziale.
    Celebriamo certamente lo spirito che ha animato questa Unità, diamo però il giusto riscatto, e onoriamo una volta per tutte anche i deportati, coloro che sono stati oggetto di violenza, gli offesi, i depredati.

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  4. carlo arno' permalink
    marzo 15, 2011 5:01 pm

    da persona che studia la storia sono d’accordo sulla demolizione della discendenza dai romani ecc. Ma da persona che ama l’Italia non posso che dare il mio plauso alla sostanza della “lezione” di Benigni: non l’ho vista, ho rottamato da anni la TV, ma ne ho sentito parlare molto bene da tanti che, come me, vorrebbero che l’Italia fosse in mani politiche diverse da quelle nelle quali si trova.
    Ah sinistra, sinistra! tanto spesso rissosa e inconcludente.

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  5. massimiliano permalink
    marzo 20, 2011 5:48 pm

    gentile dott.banti
    ho solo una domanda:
    come si puo’in perfetta scienza ( storica) e coscienza affermare il connotato POPOLARE dei plebisciti a favore dell’annessione al piemonte come da lei appunto asserito nel corso della puntata su rai storia andata in onda ieri 19 marzo 2011 circa il risorgimento, dato che conosciamo per testimonianza STORICA l’ESIGUITA’ del numero dei partecipanti e le condizioni INTIMIDATORIE nelle quali essi furono svolti?
    con sorpresa,
    cordiali saluti
    massimiliano

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  6. Todo permalink
    aprile 19, 2011 3:47 pm

    Benigni su tutto può essere credibile meno che nella difesa del nazionalismo all’italiana..

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  7. nicola venturini permalink
    marzo 6, 2012 7:58 pm

    Mi dispiace ma nn condivido x niente la sua analisi x vari motivi se vuole sono disponibile di parlarne x email

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  8. cursor permalink
    marzo 9, 2012 5:08 am

    Intanto noi a Trento, dopo aver festeggiato i 150 anni dell’unità d’Italia, ci apprestiamo a festeggiare i 100 anni della nostra annessione alla madre patria. Senza plebiscito, che non fu fatto perché c’era il fondato timore di perderlo. Certo che, tra Ciampi, che vuol farci cantare l’inno di Mameli, anche ai poveri conterranei di lingua tedesca, e Napolitano, che ci fa festeggiare i 150 anni prima dei cento, è tutto un inno alla gioventù e alla freschezza dei sentimenti spontanei. Degli ottantenni

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  9. luglio 15, 2016 10:35 am

    Ora io dividerei il discorso di Banti a metà: nella prima sentiamo un curioso plahn sulle posizioni di Benigni in un’Italia che non è certo più la stessa di oggi – con l’altrettanto curioso addebito di un nazionalismo deteriore al comico ed equilibrista politico -, primo ad essere coscientissimo delle incongruenze in cui si incorre parlando della volontà popolare in quanto unica e compattissima….
    nella seconda, un congruentissimo e sottoscrivibilissimo appello a considerare le situazioni
    a seconda della temperie storica in cui si manifestano, senza costruire un punto di vista di dio sulla verità storica assoluta….appunto…applaudo di cuore la seconda istanza….

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