Vai al contenuto

Zahi Hawass, il vendicatore dei faraoni/3

giugno 7, 2010

Terza e ultima parte dell’articolo dello Spiegel su Zahi Hawass. La prima parte si trova qui, la seconda qui.

(AP Photo/Mohammad al sehety)

Nel 1798 l’Egitto venne invaso da un esercito francese di circa 40000 uomini guidato da Napoleone. La schiacciante vittoria francese nella battaglia delle piramidi segnò la fine, dopo 700 anni, del dominio mamelucco in Egitto.

Questa spedizione ebbe il merito di far riscoprire, dopo centinaia di anni, la grandezza di quella terra e contribuì a far nascere la moderna egittologia, soprattutto grazie alla scoperta della Stele di Rosetta.

I britannici arrivarono poco dopo, strappando ai francesi l’inestimabile reperto e provocando una serie di viaggi segreti e cacce nei bazar non del tutto chiari. La gente del posto era un po’ disorientata da tutte quelle trattative: perchè – si chiedevano – gli stranieri lottano per delle cianfrusaglie dei tempi dei faraoni? Non avevano interesse per il glorioso passato dell’Egitto.

Muhammad Ali Pashà, divenuto viceré d’Egitto nel 1805, preferiva fumare pipe ad acqua nel suo harem, mentre i suoi sudditi usavano le mummie come combustibile per i forni.

Al contrario, britannici e francesi sapevano benissimo cos’avevano davanti ai loro occhi. Due diplomatici, l’italiano Bernardino Drovetti e l’inglese Henry Salt, usarono le loro ricchezze private per accaparrarsi tesori enormi. Inviarono agenti in tutto il paese e convinsero gli anziani dei villaggi ad aprire gli antichi cimiteri e finanziarono scavi da Tebe a Giza. Poi vendettero il bottino ai migliori offerenti, tra cui re, principi e musei d’Europa.

Tutto ciò non era illegale. A dire il vero venne applicato il principio “nulla poena sine lege” – nessuna pena senza la legge.

Hawass lo conosce certamente bene, ecco perchè usa un linguaggio un po’ vago per giustificare le sue richieste. Parla di appello morale e riparazione in generale. Il suo messaggio ai musei occidentali è chiaro: consegnate i sei capolavori e i vostri crimini del passato verranno perdonati.

Ma ora che i nuovi proprietari fanno orecchie da mercante, Hawass sfoga la sua rabbia e comincia a raccontare i suoi celebri aneddoti.

Per esempio, ecco ciò che ha detto recentemente riferendosi al British Museum: “Tenevano la Stele di Rosetta in una stanza scura, scarsamente illuminata, fino a quando non mi sono presentato io per chiederne la restituzione. Solo allora, improvvisamente, trovarono quel pezzo importante”.

Invece, per quanto riguarda il busto di Nefertiti, Hawass dice che gli archeologi tedeschi che lo scoprirono lo ricoprirono deliberatamente con del fango per trarre in inganno l’ufficio delle antichità egiziano. Questa storia, però, non è vera: tutti i resoconti vennero debitamente firmati.

A questo punto, sorgono un po’ di dubbi: è Hawass che vuole troppo? Le sue sono vere rivendicazioni o vuole solo intimidire i suoi oppositori? Chi è veramente quest’uomo che, riferendosi ai suoi avversari, dice: “Distruggerò chiunque mi attacca”?

Hawass è reticente sulle sue origini. Nacque in un villaggio nella valle del Nilo. Suo padre morì precocemente e Zahi dovette contribuire a sostenere la famiglia.

Non ha niente da dire sul duro lavoro dei campi, la sporcizia nelle strade e la povertà. Ricorda, comunque, che era un “famoso giocatore di calcio” da ragazzo e che “tutte le donne mi amavano e mi volevano sposare”.

A 21 anni, il giovane Hawass venne assunto nell’amministrazione delle antichità, che all’epoca era un’enorme e “sonnolenta” agenzia governativa con nessuna competenza scientifica. Il suo lavoro, dice, era poco più che fare la guardia, chiudere a chiave i magazzini e stare dietro agli scienziati occidentali.

Il grande passo fu l’andare in America. Frequentò l’Università della Pennsylvania per sette anni, ottenendo alla fine il suo dottorato lì.

Quando ritornò in Egitto ormai sapeva parlare l’inglese e gli egiziani lo videro come un viaggiatore di mondo che aveva beneficiato di ciò che offrivano gli Stati Uniti. ‘Unto da questa benedizione’, salì velocemente la gerarchia: divenne “Direttore generale delle antichità”, poi “Sottosegretario dello Stato” e, infine, “Segretario generale”.

Hawass realizzò allora che l’Occidente era disposto a fare la fila e a pagare bene per condividere la gloria dei faraoni, mentre le televisioni cominciarono a bussare alla sua porta attirate dalla sua abilità oratoria capace di estrapolare emozionanti storie dal più misero mucchio di frammenti.

Il meglio di sè lo diede nel 2002. Il 18 settembre di quell’anno mandò in diretta TV un robot radiocomandato che doveva perforare una lastra e scoprire un misterioso passaggio nella Piramide di Cheope. C’era però ben poco da vedere (c’era una seconda lastra), ma Hawass, imperterrito, commentò: “Ciò che abbiamo visto stanotte  è qualcosa di unico nel campo dell’egittologia”. È questo il suo dono: l’abilità di intrecciare sogni e storia. Omar Sharif, suo amico, lo chiama “un attore straordinario”.

Grandi sono però anche i suoi successi: ha aiutato il suo paese, ha ammodernato l’agenzia delle antichità e ha portato milioni di turisti in Egitto.

Ora Hawass vuole la costruzione di 19 musei, il più grande dei quali è già in costruzione proprio vicino alle piramidi. Quando verrà finito, nel 2013, ospiterà la più grande collezione egizia del mondo e, se ci riuscirà, anche i sei capolavori che rivendica e che rappresenterebbero il coronamento della sua carriera.

Ma succederà? Per il momento i musei occidentali non cedono su quelle opere d’arte.

La statua di Hemiunu venne scoperta nel 1913 grazie a degli scavi pagati da Wilhelm Pelizaeus, il quale fu estremamente corretto nel rispettare gli accordi che prevedevano una divisione degli oggetti scavati “in parti uguali”; furono addirittura gli egiziani a non volere la statua poiché la sua testa “era completamente frammentata”, dicono dal museo di Hildesheim.

Le circostanze del Museum of Fine Arts di Boston sono simili. Anzi, loro hanno persino un documento del 1927 che afferma che il busto di Ankhaf venne dato al nuovo proprietario americano come atto di gratitudine da parte dell’Egitto. In sostanza, gli archeologi americani avevano ricostruito sedie, cuscini e un letto della polverosa tomba, appena scoperta, di Hetepheres, madre (o la sposa?) di Ankhaf. Gli americani portarono poi tutto al Cairo e, avendo pagato tutti i lavori di tasca propria, venne loro consegnato il famoso busto come ricompensa.

Alla luce di questi fatti, le accuse di Hawass cadono improvvisamente. Ma allora perchè tutto questo trambusto?

Alcuni pensano che l’uomo stia perseguendo una strategia a lungo termine, come se stesse contrattando al bazar. “Prima avanza le più grandi richieste possibili, per intimidire i musei”, dice Loeben, “sperando almeno di ricevere i capolavori in prestito per la ‘consacrazione’ del suo nuovo grande museo”.

Difficile dire che funzionerà: “Senza un trattato nazionale bilaterale”, dice un portavoce dell’Hildesheim, “non gli presteremo niente. Non ci fidiamo di lui”.

Ma anche se fallisse in questa missione, Hawass probabilmente se ne farà una ragione. Egli ha già raggiunto il suo principale obiettivo: la celebrità.

Oggi, quando guida sulle polverose strade del Cairo verso le piramidi, dove cominciò la carriera quasi 40 anni fa, i suoi dipendenti stanno sull’attenti e lo salutano. In quei momenti, il cuore di questo figlio di contadino è pieno di gioia. Lui sorride, nella consapevolezza di avercela fatta.

“Nessuno in Egitto che arriva da una normale famiglia è riverito tanto quanto me”.

Fonte: Spiegel.

Share

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: