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L’ambiente del primo individuo del genere “Homo” 2,8 milioni di anni fa

maggio 17, 2017

La mascella del più antico individuo del genere Homo mai rinvenuto (Kaye Reed)

Gli scienziati hanno a lungo ipotizzato che la transizione dall’Australopiteco all’Homo, in Africa orientale, fosse collegata al passaggio da un ambiente caratterizzato da umide foreste a pianure erbose più aride. Ora un nuovo studio ha analizzato alcuni fossili animali per ricostruire l’ambiente in questa regione tra i 3,5 e 1 milione di anni fa, confermando la teoria.

I dati sono stati incrociati con l’analisi dei denti fossilizzati del più antico appartenente al genere Homo mai trovato: un individuo scoperto nel 2013 a Ledi-Geraru (Etiopia) e risalente a 2,8 milioni di anni fa. La sua dieta, tuttavia, era simile a quella dell’Australopiteco, implicando che un cambiamento della dieta non coincise con l’origine del genere Homo.

La ricerca si base sul ritrovamento di una mascella (LD 350-1) con ancora alcuni denti attaccati. Appartenenteva a un individuo del genere Homo, la cui specie non è stata però ancora definita con certezza. La mascella era di 400.000 anni più antica dei fossili precedentemente noti, e ha spinto i ricercatori a studiare Ledi-Geraru (nella bassa valle dell’Awash, Etiopia) per rispondere a due domande fondamentali: Perché lì? E perché allora?

Per ricreare l’ambiente i paleoantropologi hanno usato i fossili animali. Se indicavano la brucatura delle foglie degli alberi, come fanno le giraffe e le scimmie, allora il paesaggio sarebbe stato caratterizzato da fitti boschi ed evelate precipitazioni. Se i fossili suggerivano invece il pascolo sull’erba, i ricercatori avrebbero concluso che vivevano in pianure aperte.

(NG MAPS; ANDREW UMENTUM SOURCE: E. N. DIMAGGIO, ET AL., SCIENCEXPRESS)

La transizione tra Australopiteco e Homo

Alcuni scienziati avevano suggerito che il raffreddamento globale e la diffusione di ambienti erbosi contribuirono all’evoluzione del genere Homo. «A favore di questa teoria c’erano un certo numero di prove», dice Joshua Robinson, ricercatore presso l’Istituto di Origini Umane, «ma finora non avevamo dati ambientali diretti per le origini dell’Homo, ora che è stato spinto indietro tempo». Dopo la scoperta della mascella di Ledi-Geraru è stato condotto uno studio intensivo sull’ambiente del Plio-Pleistocene dell’Africa orientale (3,5 – 1 milione di anni fa) per indagare su queste ipotesi.

Il nuovo studio, pubblicato sulla rivista Nature Ecology and Evolution, offre la prima panoramica completa dei contesti ecologici durante la transizione dall’Australopithecus all’Homo.

Il fatto che sia stato ricostruito l’ambiente di 2,8 milioni di anni è importante. A 30 km di distanza da Ledi-Geraru si trova Hadar, dove nel 1974 era stato trovato lo scheletro di Lucy, il famoso fossile di Australopithecus afarensis che risale a 3,2 milioni di anni fa. La sequenza geologica di Hadar, però, termina 2.95 milioni di anni fa e quindi mancava lo studio della transizione tra le due specie. Utilizzando gli isotopi stabili di denti fossili, i ricercatori hanno scoperto che l’Homo di Ledi-Geraru era effettivamente associato ad ambienti erbosi aperti e aridi.

Diete simili, ambienti diversi

I risultati mostrano che quasi tutti gli animali di Ledi-Geraru si nutrivano di erba, inclusi alcuni che prima di 2.8 milioni di anni fa consumavano notevoli quantità di foglie di alberi. La dieta dei primi Homo a Ledi-Geraru, tuttavia, sembra indistinguibile da quella del precedente Australopithecus, implicando che un cambiamento nella dieta non è una caratteristica delle origini di Homo. «Non siamo rimasti veramente sorpresi che la dieta dei primi Homo fosse simile a quella dell’Australopiteco», ha detto Christopher Campisano, ricercatore associato all’Istituto di Origini Umane e professore associato alla Scuola dell’Evoluzione Umana e del Cambiamento Sociale (Università statale dell’Arizona). «Ma siamo stati sorpresi che la sua dieta rimase uguale, mentre quella di tutti gli altri animali del paesaggio cambiò».

Lo studio di Ledi-Geraru indica che all’epoca l’Africa orientale non avesse paesaggi omogenei. La bassa valle dell’Awash passò da un ambiente umido e boscoso (quando c’era ancora l’Australopithecus, circa 3 milioni di anni fa), a un ambiente secco e aperto (l’epoca dei primi Homo, 2.8 milioni di anni fa). Spiega lo scienziato John Rowan: «Sebbene la specie di Lucy si adattò ai molti cambiamenti ambientali durante la sequenza geologica di Hadar, sembra che non abbia resistito agli ambienti veramente aperti, diffusi nella depressione di Afar durante il tardo Pliocene».

Cranio fossile di gnu scavato a Ledi-Geraru (Josh Robinson)

 Arizona State University

Nature Ecology and Evolution

2 commenti leave one →
  1. maggio 18, 2017 7:35 am

    Si ritrovano molti fossili qdi dinosauri, vissuti miglioni di anni prima di noi, ma niente prove tangibili sulla nostra trasformazione ,o fomazione ( niente religione ) . Gia che cerchiamo nell’universo dei nostri simili, perche non avanzare nell’ipotesi di una possibbile provenienza da un’altra pianeta e adattati qui? ( zenza religione )

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  2. Oddone permalink
    maggio 18, 2017 1:23 pm

    I cambiamenti climatici non possono non aver influito nell’evoluzione dell’uomo, un’evoluzione durata milioni di anni.

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