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Una rotta marittima per le migrazioni neolitiche in Europa

giugno 14, 2014

Le popolazioni del Neolitico portarono l’agricoltura in Europa meridionale 9.000 anni fa “saltellando” da un’isola all’altra attraverso il Mediterraneo settentrionale: lo rivela una nuova ricerca genetica pubblicata su Proceedings of the National Academy of Sciences.

Le testimonianze archeologiche hanno dimostrato che l’agricoltura e l’allevamento nacquero nel Vicino Oriente circa 12.000 anni fa, e che il nuovo stile di vita soppiantò rapidamente quello più nomadico dei “cacciatori-raccoglitori” grazie alla migrazione degli agricoltori in Europa e altre parti del mondo. Fu la cosiddetta “rivoluzione del Neolitico”.

(National Geographic)

(National Geographic)

“L’agricoltura consentì l’aumento della popolazione, e quell’aumento portò l’uomo a cercare nuovi orizzonti”, spiega il genetista George Stamatoyannopoulos della University of Washington. Nello studio, Stamatoyannopoulos e colleghi analizzano il DNA di individui di popolazioni odierne per ricostruire gli schemi migratori dei loro antichi antenati. E le informazioni genetiche indicano che le popolazioni del Vicino Oriente migrarono prima in Anatolia  –  l’attuale Turchia  –  e da lì si diffusero rapidamente verso Occidente attraverso le isole greche e la Sicilia prima di approdare più a nord, nel cuore del continente europeo.

“Il flusso genico va dal Vicino oriente all’Anatolia, e da lì alle isole”, spiega Stamatoyannopoulos. “È davvero impressionante come i geni riflettano la geografia”.

Due rotte attorno al Mediterraneo

I ricercatori hanno raccolto e messo a confronto oltre 75.000 polimorfismi a singolo nucleotide, o SNP  –  minuscole variazioni genetiche  –  di migliaia di individui moderni appartenenti a popolazioni di 32 località diverse del Mediterraneo: dallo Yemen alla Palestina, Marocco, Italia e Spagna. L’obiettivo era individuare schemi identificativi per ciascuna popolazione.

Analizzando gli SNP condivisi, è possibile ricostruire la relazione tra popolazioni. Ad esempio, gli abitanti odierni della Turchia centrale hanno SNP in comune con siciliani e palestinesi, ma queste due popolazioni presentano anche altre variazioni non condivise. Ciò indica che, pur avendo origini comuni, siciliani e palestinesi non hanno avuto in seguito contatti frequenti.

I dati raccolti dalla ricerca indicano che le popolazioni che vivono oggi attorno al Mediterraneo hanno antenati comuni in Anatolia. Dopodiché però i loro geni divergono, mostrando che le isole greche – come l’arcipelago del Dodecaneso e Creta – costituirono una sorta di “ponte” genetico con il resto della Grecia, la Sicilia, l’Italia peninsulare e da lì più a nord verso l’Europa centrale. Nel Mediterraneo meridionale, le variazioni genetiche presenti negli attuali egiziani, libici, tunisini e marocchini costituiscono una storia a sé.

L’identificazione di questi due percorsi distinti indica che una volta che le popolazioni anatoliche si misero in viaggio verso nord e verso sud non vi furono più molti contatti fra i due rami migratori. Se da una parte il mare fu la via di comunicazione per la diffusione nel Mediterraneo settentrionale, lungo la quale quegli antichi agricoltori viaggiarono verso Occidente spostandosi da un’isola all’altra, il “mare fece da barriera”, dice Stamatoyannopoulos, nel flusso genico tra nord e sud.

Per quanto scarsi, è possibile però che i contatti fra le popolazioni del Maditerraneo settentrionale e quello meridionale non fossero del tutto assenti. Secondo l’archeologa Helen Dawson del Topoi Excellence Cluster di Berlino, vi sono testimonianze archeologiche di contatti avvenuti attraverso quello che I Romani avrebbero poi chiamato Mare Nostrum. Ad esempio, negli insediamenti neolitici in Tunisia sono stati rinvenuti utensili in ossidiana provenienti da alcune isole siciliane, come Pantelleria.

“È possibile che abbiano avuto luogo incontri e scambi nel Mediterraneo che non hanno lasciato tracce genetiche”, dice la studiosa. “Forse non vi furono mescolamenti genici, ma contatti di sicuro… Il mare non costituì certo una barriera invalicabile”.

Che rotta seguirono?

La ricerca si basa esclusivamente su informazioni genetiche raccolte da individui che abitano oggi le regioni costiere del Mediterraneo. Secondo il genetista della Harvard Medical School Pontus Skoglund, però, sarebbero necessari più dati per confermare che queste popolazioni rispecchino effettivamente in maniera accurata coloro che vissero negli stessi luoghi 9.000 o più anni fa.

L’ideale per I ricercatori sarebbe effettivamente poter confrontare il DNA dele popolazioni attuali con quello antico estratto dai resti dei coloni neolitici. “Non è mai semplice ricavare delle conclusioni basandosi esclusivamente su DNA contemporaneo”, mette in guardia Skoglund. “Gli schemi moderni non sempre corrispondono a quelli antichi”.

Inoltre, aggiunge Dawson, non è detto che la diffusione geografica dei soggetti utilizzati nello studio sia necessariamente avvenuta, tra le varie rotte possibili, attraverso quella che passava per la Grecia, rispetto ad esempio alla possibilità che quegli antichi migranti si siano spostati lungo la costa adriatica delle attuali Croazia e Albania per poi spostarsi verso l’Italia meridionale. “Non credo che vi sia stato un unico itinerario”, dice l’archeologa. “So che non è possibile fare campionamenti così estesi, ma sarebbe interessante avere qualche informazione in più dalla zona lungo la costa adriatica”.

In ogni caso, a prescindere da quello che fu l’itinerario esatto seguito dagli antichi coloni verso ovest, sembra che lo spostarsi da un’isola all’altra possa aver reso più rapida la diffusione dello stile di vita agricolo e stanziale.

Secondo le stime degli archeologi, l’agricoltura si sarebbe diffusa via terra nell’Europa centrale e settentrionale a un ritmo di circa mezzo chilometro l’anno o poco più, impiegando quindi millenni ad affermarsi dai Balcani alla Germania. Invece, stando alle datazioni al radiocarbonio effettuate negli insediamenti attorno al Mediterraneo, i coloni che si sarebbero spostati da un’isola all’altra si sarebbero diffusi dall’Italia al Portogallo nel’arco di sole sei generazioni.

National Geographic

PNAS

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