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I cacciatori di Dmanisi

maggio 5, 2011

Immaginatevi questa scena: siamo a 1,8 milioni di anni fa, nella parte meridionale delle montagne del Caucaso, e un potente felino, un antenato del moderno giaguaro, ha appena ucciso una preda. Il predatore si ritira in un’isolata gola dove può nutrirsi della carcassa sanguinante senza fretta. Improvvisamente piove una raffica di rocce che lo colpisce dolorosamente e lo costringe ad abbandonare la sua cena e a ritirarsi. Poco dopo, un gruppo di uomini preistorici scende nella gola a prendere il premio.

Lo scenario è una congettura, ma si basa sulle prove rinvenute negli scavi Dmanisi nella Repubblica di Georgia, presentate al meeting della Society for American Archaeology a Sacramento, in California.

Scavi a Dmanisi

Reid Ferring, un geoarcheologo presso la University of North Texas, ha sostenuto quest’idea, nata dal suo interesse nei numeri e nelle disposizioni delle pietre trovate negli scavi. Le pietre o i ‘ciottoli’ sono intriganti, dice, perché altrimenti non sarebbero presenti negli strati di sedimenti vulcanici che racchiudono l’antico sito. “Non c’è alcun modo che ci siano arrivati naturalmente”, dice delle quasi 200 pietre che ha studiato.

Ferring ritiene che le pietre nella gola erano delle dimensioni adeguate per il lancio, il che potrebbe gettare luce sulla strategia di sopravvivenza dei piccoli hominini che per primi occuparono Dmanisi, il luogo dei più antichi fossili del genere Homo conosciuti al di fuori dell’Africa.

“Ci sono un sacco di carnivori nel [sito di] Dmanisi, molti di più di quelli che vediamo nella maggior parte degli altri siti archeologici”, spiega Ferring. “Come si inserisce l’uomo in questo quadro?”.

Una risposta potrebbe essere che i piccoli hominini lì vissuti rimanevano insieme per proteggersi e lanciare pietre per rubare cibo ai carnivori locali. Il lancio di pietre era già stato suggerito come un adattamento per i primi antenati umani in Africa, ma non se ne è molto parlato per quanto riguarda le popolazioni dell’Eurasia.

Nella sezione di una piccola gola, Ferring ha trovato quasi 75 ciottoli sparsi vicino a fossili umani e ossa di carnivoro. Ma più lontano dalle gole, non ha trovato quasi nessun ciottolo – solo pietre che presentano segni di scheggiatura per l’utilizzo come strumenti. L’associazione dei ciottoli con le ossa fornisce il contesto che Ferring ha bisogno per sostenere la sua ipotesi.

Ferring riconosce che le prove sono indiziarie, ma ce ne sono molte. La sua ipotesi offre uno spunto in quella che potrebbe essere stata la vita a Dmanisi, oggi una delle più importanti vetrine della prima migrazione umana conosciuta fuori dell’Africa.

I ciottoli

Situate sotto ai visibili resti di una fortezza medievale, lo scavo di Dmanisi ha portato alla luce manufatti di epoche diverse di occupazione umana, con i materiali più antichi particolarmente ben conservati sotto a più recenti depositi vulcanici. All’interno di questi strati, gli archeologi nel 1991 hanno scoperto il fossile hominine più antico mai trovato fuori dall’Africa: un osso della mascella di 1,77 milioni di anni fa appartenenuto a un Homo erectus. I teschi e femori scoperti da allora hanno permesso agli scienziati di farsi un’idea su questi piccoli parenti dell’essere umano vissuti a Dmanisi.

Ora le analisi interpretative nel sito stanno migliorando la comprensione delle prime migrazioni umane, dei loro adattamenti e del loro comportamento, dice il paleoantropologo David Lordkipanidze, direttore del Museo Nazionale della Georgia, che coordina il lavoro a Dmanisi. “A Dmanisi, i primi uomini sono ben adattati all’ambiente”, dice Lordkipanidze. “Avevano esattamente l’anatomia e una sufficiente capacità cerebrale per adattarsi ed essere capaci di produrre strumenti di pietra”.

Il lavoro di Ferring rappresenta solo una sfaccettatura degli sforzi in corso per interpretare i reperti di Dmanisi, che Ofer Bar-Yosef, archeologo dell’Università di Harvard non coinvolto nella ricerca, paragona a una stazione degli autobus paleolitica: “Le persone vengono qui e poi si distribuiscono in Eurasia, alcune vanno in Europa, altre in altre parti dell’Asia”. Secondo Bar-Yosef l’idea che le pietre furono utilizzate per scacciare i carnivori è “avvincente” (compelling significa anche inoppugnabile, ndr), ma aggiunge che ci potrebbero essere stati altri motivi per cui le pietre furono portate lì: “Il mio suggerimento è che alcune pietre venivano utilizzate per battere la carne”, un’attività essenziale prima dell’uso del fuoco per cucinare la carne.

Ferring è d’accordo su questo punto di vista, spiegando che le rocce più grandi del sito erano probabilmente strumenti usati per battere e tagliare la carne o rompere le ossa – ma le pietre più piccole potrebbero avuto un diverso scopo.

“Sempre di più i colleghi si interessano ad adattamento, comportamento, organizzazione sociale, evoluzione del cervello sociale”, spiega Bar-Yosef. “Ma l’essenziale – cronologia, informazioni dettagliate dal sito – sono fondamentali se si vuole valutare o ricostruire come questi hominini si adattarono ad ambienti completamente diversi dalla savana africana”.

Ferring dice che lui e i suoi colleghi continueranno a raccogliere prove della loro ipotesi a Dmanisi, scavando altre aree del sito – lontano dalle gole – e cercando associazioni tra ciottoli, pietre scheggiate e ossa. Ferring spera che il sito saprà spiegare come l’Homo erectus trovava il cibo, un pezzo mancante nella descrizione dei primi adattamenti e comportamenti umani. “È un osso duro”, dice. “Ma Dmanisi ci fornisce una delle migliori possibilità mai trovate di analizzare il contesto”.

Fonte: Nature.

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