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Scoperto un cranio di Homo in Eritrea

gennaio 19, 2011

Un’equipe internazionale italo-eritrea ha rinvenuto nuovi fossili di Homo, di circa un milione di anni fa, nel bacino sedimentario di Buya in Eritrea.

La scoperta, avvenuta il 13 dicembre scorso, fornisce nuove indicazioni su un periodo chiave, ma anche tra i più oscuri, della storia evolutiva del genere Homo. I reperti fossili relativi a quest’epoca sono scarsissimi: si parla di circa 8 elementi ritrovati in Africa, peraltro piuttosto frammentari, tranne due eccezioni (quell’altro di Buya, vedi sotto, e il cranio di Daka, in Etiopia).

I ricercatori hanno potuto raccogliere nell’area di Mulhuli-Amo, in Dancalia, una porzione di osso frontale umano, comprensiva del toro e di parte dell’orbita, verosimilmente attribuibile a un Homo ergaster o erectus.

(Tsegai Medhin)

(Clément Zanolli)

È stato Massimo Delfino, paleontologo presso l’Università di Torino, a scoprire il prezioso reperto. “Devo dire grazie a un momento di noia”, racconta il paleontologo. “Stavamo rilevando la posizione di alcuni reperti, un lavoro di totale routine, e io mi stavo annoiando sulla mia linea, quando per puro caso ho trovato il frammento di cranio”.

Massimo Delfino mostra il reperto dopo dopo la scoperta (Tsegai Medhin)

Dallo stesso contesto provengono anche tre ulteriori frammenti di calotta cranica e altri elementi minori dello scheletro post-craniale.

Francesco Genchi, a destra, e Bereket Asmarom, a sinistra, osservano la superficie di scavo al sito di Wadi Aalad (Tsegai Medhin)

Il sito si presenta intatto e nelle prossime campagne si procederà al suo scavo sistematico, finalizzato al recupero di ulteriori reperti umani fossili e alla più precisa definizione del contesto cronologico, ambientale e culturale.

Già ora è possibile stabilire che si tratta di un’area estremamente ricca di manufatti litici di tipo acheuleano (strumenti a forma di mandorla scheggiati da entrambi i lati risalenti a un periodo compreso fra 750.000-120.000 anni fa circa), che ricoprono a centinaia la superficie intorno al sito.

Veduta dell'area del bacino di Buya (Tsegai Medhin)

In associazione ai manufatti è presente una grande quantità di fossili di elefante, ippopotamo, rinoceronte, bufalo, antilopi di varie taglie, coccodrilli, tartarughe, varani, serpenti: questi ritrovamenti testimoniano la ricca biodiversità dell’ambiente all’epoca di formazione del deposito, probabilmente un antico delta sulla sponda di un lago.

L'archeologo Yosieph Libsekal, direttore del Museo Nazionale dell'Eritrea, mentre lavora al recupero dei resti di un mammifero fossile al sito di Buya (Tsegai Medhin)

Questa nuova scoperta premia un lungo e paziente lavoro di campo iniziato in Eritrea oltre 15 anni fa e culminato nel 1995 con il rinvenimento del cranio di Homo ergaster/erectus UA-31, in uno stato eccezionale di conservazione. Il fossile, conosciuto come “la Signora di Buya”, venne scoperto dal paleontologo Lorenzo Rook, dell’Università di Firenze.

Emerge quindi, ancora una volta e in modo sempre più evidente, come questa sia una delle aree a più alta potenzialità per la ricostruzione della storia evolutiva della nostra specie. Si tratta infatti di un periodo in cui si sviluppano le direttrici che porteranno, circa quattrocentomila anni più tardi, alla comparsa dei nostri diretti antenati e, in seguito, all’affermazione della specie Homo sapiens in quella stessa area.

Lo scavo (Tsegai Medhin)

Lo scavo, coordinato da Alfredo Coppa del dipartimento di Scienze ambientali e condotto da ricercatori della Sapienza, delle università di Firenze, Padova e Torino, del Museo Pigorini di Roma, del Museo nazionale Eritreo di Asmara e del Museo nazionale di storia naturale di Parigi, è stato reso possibile anche grazie al recente aumento del budget che la Sapienza destina ai Grandi scavi archeologici, in cui rientra il Progetto internazionale Buya.

“La scoperta premia un lungo e paziente lavoro di campo iniziato in Eritrea oltre 15 anni fa”, commenta Lorenzo Rook. “Nel 1994-1995 il Progetto Buya fu, infatti, lanciato come collaborazione in ambito geo-paleontologico tra il Dipartimento di Scienze della Terra dell’Università di Firenze e le istituzioni eritree; oggi il progetto è una solida realtà di ricerca aperta a collaborazioni con altri istituti di ricerca e con altri Atenei in Europa. Il ritrovamento dimostra ancora una volta la vitalità della ricerca italiana che si confronta con successo, nonostante gli scarsi mezzi a disposizione, con gli altri gruppi internazionali di ricerca operanti nel Corno d’Africa con ben altre risorse.”

L'esultanza dei ricercatori che portano in trionfo il paleontologo Massimo Delfino, autore del ritrovamento, subito dopo la scoperta del fossile (Lucio Bergamo)

Fonti: La Sapienza, National Geographic,

3 commenti leave one →
  1. mariarosa permalink
    gennaio 26, 2011 10:00 am

    sono un’insegnante di scuola primaria e sarò felice di poter vedere queste immagini insieme ai miei alunni di classe 3.. sono piccoli ma attraverso di esse e del lavoro svolto a scuola, mi auguro possano un poco innamorarsi di ciò che la ricerca storica ci può regalare

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  2. Walter permalink
    febbraio 2, 2011 11:10 am

    Questo è quasi niente! Continuate così e ne scoprirete di belle! Con preghiera di interessarsi anche delle isole Dahlak! GRAZIE!!!

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